In Naza appare un meccanismo di disimpegno morale: ecco perché andrebbe proiettato nelle scuole
Per chi nel tempo ha seguito le inchieste di +972 Magazine e ne ha raccontato alcuni esiti (per esempio qui) non ci sono molte informazioni nuove nel film Naza, ma c’è un’insostenibile sequenza di meccanismi di disimpegno morale messi in fila dai soldati che hanno partecipato al genocidio di Gaza. Ecco, di seguito, alcune risposte date dagli intervistati sulle terrazze di Tel Aviv, scenario del documentario, annotate durante la visione del film.
“A Gaza non ci sono innocenti. È bene che sia l’AI a decidere chi vive e chi muore. Io ho solo dato un ingranaggio, se non lo avessi fornito io l’avrebbe fatto certamente qualcun altro. L’atmosfera che si respira da noi è carica di odio, l’unica cosa che conta è uccidere. Avevo visto la foto delle bambine uccise sul telefono, di 3 e 6 anni. Una volta venne approvata l’uccisione di 500 persone per un solo bersaglio, ma sembra un videogioco. Il mio ruolo è tecnico, non è previsto che esprima una valutazione morale o un giudizio”. Con l’intelligenza artificiale applicata massicciamente alla guerra, il potenziamento della capacità distruttiva diventa inversamente proporzionale al senso di responsabilità provato per le proprie azioni.
E ancora: “Non c’è odio verso gli arabi, portiamo a termine una missione. Una normale routine di lavoro: facevo gli attacchi e poi uscivo con gli amici. Se li uccidevi erano terroristi. Perché li uccidete? Non lo so. Era una specie di gioco: ogni volta che una persona usciva dalla fila sul ponte per correre al cibo veniva uccisa. Sembrava un formicaio brulicante, file di insetti che venivano uccisi. È come un divertimento malato, sei eccitato, uno stato d’estasi. Il completamento della missione ti dà gioia. Non si parlava mai delle vittime”. La dimensione ludica si sovrappone e si sostituisce a quella bellica e le distopie tecnologiche anticipate dalla rappresentazione filmica seriale – da Black Mirror a Squid game – diventano la nuova normalità di questi soldati. La banalità del male al tempo dell’AI.
Da dove nasce la disponibilità a compiere il genocidio, fondato sulla deumanizzazione dell’Altro? Alcune risposte ascoltate nelle interviste sono rivelatrici: “Tu devi fidarti del sistema: mi fido e faccio tutto come il sistema prevede. In Israele molti sognano di servire dove servivo io. Sono stato in Polonia con la scuola [il riferimento è alla visita ad Auschwitz che completa il ciclo di studi di ogni studente prima del passaggio dalla scuola all’esercito, ndr] e mi chiedevo come potevano vivere i tedeschi con quello che stavano facendo: credo ancora che i nazisti siano il male, ma mi chiedo che cosa sono diventato io”.
Il sistema formativo israeliano è integralmente orientato a trasformare bambini, adolescenti e giovani in “macchine da guerra”, capaci di svolgere anche un genocidio. Solo pochi di essi riescono a sottrarsi, facendo la scelta dell’obiezione di coscienza, severamente punita nello Stato ebraico. Proprio alcuni di loro – giovanissimi e giovanissime refusenik – ci hanno raccontato il ruolo della scuola nella costruzione della cultura del nemico e della mentalità di guerra.
Ne sono prova, tra le altre cose, i libri di testo delle scuole israeliane che, anche secondo lo studio che ne ha fatto Nurit Peled-Elhanan, docente di lingua e pedagogia all’Università ebraica di Gerusalemme, “riproducono la narrazione sionista secondo cui i palestinesi non possono considerarsi altro che un ostacolo o un pericolo da sconfiggere o eliminare”. E aggiunge: “nelle scuole superiori israeliane gli alunni che stanno per prestare il servizio militare imparano che l’esistenza stessa dei palestinesi fra noi è un problema che dev’essere risolto (…) La storia inculcata nelle scuole israeliane è il racconto di una lotta continua degli ebrei contro conquistatori non ebrei, usurpatori della terra e persecutori” (La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione, 2021).
Siamo di fronte ad una vera e propria socializzazione alla guerra, continuata nel tempo e raffinata di generazione in generazione, per superare la naturale ritrosia ad uccidere. Rispetto alla quale, come le ragazze e i ragazzi che si dichiarano obiettori di coscienza, e come gli autori di Naza, i documentaristi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che hanno infranto il tabù dell’Idf, pagandone le conseguenze, è necessario che anche gli insegnanti – seguendo l’esempio di Nurit Peled-Elhanan, che pure ha perso una figlia tredicenne in un attentato suicida palestinese – si assumano la responsabilità di dichiararsi, a loro volta, obiettori di coscienza alla militarizzazione delle scuole, alla guerra, al genocidio. Impegnandosi ad orientare il proprio ruolo educativo alla pace e alla nonviolenza: il più difficile dei compiti, nel più militarizzato degli Stati, eppure indispensabile per costruire un futuro di riconciliazione tra i due popoli.
Intanto Naza sia proiettato e analizzato nelle scuole italiane, che non sono immuni dai processi di militarizzazione.