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Pena di morte in streaming – Dalla “Città sulla collina” al patibolo digitale: così la “nazione sotto Dio” di Trump uccide a fucilate un uomo in diretta web

Pete Hegseth, Segretario alla Difesa di sbandierata fede neo-evangelica, trasforma l'esecuzione del killer di Fort Hood in uno show mediatico. Dalla visione puritana di John Winthrop al nazionalismo cristiano del tycoon, la pena capitale diventa strumento di una concezione del potere che intreccia fede, punizione e spettacolo
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Eccola, “la Città sulla collina” teorizzata nel 1630 dal leader puritano John Winthrop, citando il Vangelo di Matteo, nel sermone in cui vaticinò che il nuovo insediamento nel Massachussetts doveva avrebbe avuto addosso gli occhi del mondo. Come a dire: se falliamo nel nostro patto con Dio, la nostra colonia diventerà lo zimbello del globo terracqueo, attireremo l’ira divina e verremo distrutti. Dimenticato per secoli e rispolverato da John Fitzgerald Kennedy negli anni ’60 e da Ronald Reagan negli ’80, oggi il monito veicola un altro tipo di idea, ovvero ciò che una certa America si propone di rappresentare: un faro radioso di libertà, giustizia e speranza globale.

E’ in quella stessa “città sulla collina” che il Dipartimento della Difesa guidato da Pete Hegseth annuncia al mondo che l’esecuzione mediante fucilazione di Nidal Malik Hasan, autore della strage di Fort Hood, sarà trasmessa in diretta streaming. “La gente deve capire che ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose”, ha predicato il capo del Pentagono, membro della Comunione delle Chiese Evangeliche Riformate, che teorizza la sovranità di Dio su ogni aspetto della vita pubblica. Non certo una contraddizione: se i puritani inglesi nascono nel XVII secolo per riformare la Chiesa anglicana e “purificarla” dai residui cattolici, i loro eredi neo-evangelici d’oltre Atlantico vogliono fare lo stesso con quelli che considerano corpi estranei rispetto alla teocrazia che i loro avi si proposero di fondare quattro secoli fa.

Non era soltanto una questione di fede. Nella colonia puritana della Baia del Massachusetts la pena capitale era una colonna portante della visione religiosa dei suoi fondatori, anzi. La comunità fondata sul patto con Dio eseguì la sua prima condanna a morte in quello stesso 1630 e le Scritture erano utilizzate per giustificare anche le leggi penali: il Body of Liberties del 1641 elencava dodici categorie di reati capitali, tra cui l’omicidio, la stregoneria, la blasfemia, l’adulterio e l’idolatria, richiamando passi della Bibbia a sostegno delle pene previste.

Oggi nella categoria dei reati da punire a suon di citazioni bibliche rientra l’immigrazione clandestina, con la caccia agli stranieri – irregolari o regolari non conta – che finiscono ogni giorno nelle maglie dell’Immigration Custom and Enforcement. “Questi agenti dell’ICE e ufficiali del Customs and Border Protection sono in strada a fare il lavoro di Dio“, diceva Kristi Noem, adepta della Chiesa Internazionale del Vangelo Quadrangolare ed ex capo del Dipartimento della Sicurezza Interna, in un video istituzionale pubblicato a gennaio: poche ore prima a Minneapolis un agente aveva ucciso a colpi di pistola la 37enne Renée Good colpevole di aver chiesto spiegazioni sulla presenza dei militari in strada.

Sono gli stessi strumenti (teo)logici e dialettici usati per giustificare le campagne militari. Il più evocativo è quello della “crociata“, in cui Hegseth vede un modello storico e spirituale: “Il nostro presente è molto simile all’XI secolo – scrive nel suo libro American Crusade, del 2020 – Non vogliamo combattere, ma, come i nostri fratelli cristiani mille anni fa, dobbiamo farlo“. Perché Deus vult – “Dio lo vuole” – come recita il tatuaggio che porta sul bicipite destro, slogan adottato negli Usa da estrema destra e suprematisti bianchi, così come la Croce di Gerusalemme che ha vergata sul petto. E’ giusto quindi chiedere “che ogni proiettile colpisca il bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione”, salmodiava il 25 marzo l’ex soldato ed ex presentatore tv in una funzione officiata al Pentagono nel pieno della guerra all’Iran, invocando il Signore per ottenere “una violenza d’azione schiacciante contro coloro che non meritano alcuna pietà”.

Nulla di più normale in una classe dirigente, incidentalmente quella che regge la più grande potenza mondiale, in cui un ex neo-evangelico fresco convertito al cattolicesimo come il vicepresidente J.D. Vance si permette il lusso di contraddire Papa Leone XIV sulla corretta interpretazione del pensiero di Sant’Agostino. Proprio a lui, che dell’Ordine degli Agostiniani è stato per anni Priore Generale. Quando il il 10 aprile il Papa ha scritto su X che “Dio non benedice alcun conflitto”, Vance lo ha zittito: “Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Dio era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti? Dio era dalla parte degli americani che liberarono i campi dell’Olocausto? Io penso decisamente di sì”. “Esiste una tradizione millenaria, anzi, più che millenaria, di teoria della guerra giusta“, ha pontificato poi, rifacendosi alla vulgata della destra clericale sul cosiddetto “bellum iustum” teorizzato dal vescovo di Ippona.

D’altronde “stiamo riportando la religione nel nostro Paese – ha detto Donald Trump il 26 giugno presentando nello Studio Ovale la relazione della Commissione Presidenziale per la Libertà Religiosa -. Affinché l’America sia una grande nazione dobbiamo essere una nazione sotto Dio“. E’ anche questa l’America dei neo-evangelici e dei cattolici ultraconservatori al potere, un sistema che tende verso una teocrazia poco o nulla dissimile da quelle che governano in Iran o nello Stato ebraico. E che mette a morte un essere umano in diretta web. “Guardatela oggi, questa legge di Dio – cantava qualcuno, rievocando il Golgota teatro della crocifissione di Cristo e dei due ladroni – tre volte inchiodata nel legno”. O, nella sua versione contemporanea, nello streaming.

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