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Strage di Linate, non posso dimenticare quelle piccole “api” nella nebbia tra i resti squarciati dell’aereo

Venticinque anni fa lo scontro tra l'aereo della Sas diretto a Copenaghen e un Cessna: morirono 118 persone. Una giornata che mi ha cambiato come persona e come giornalista. Il giudizio in Cassazione arrivò in "soli" 2.326 giorni
Strage di Linate, non posso dimenticare quelle piccole “api” nella nebbia tra i resti squarciati dell’aereo
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Quando penso ai processi seguiti in ormai oltre 25 anni di professione giornalistica, quello sulla strage di Linate dell’8 ottobre 2001 occupa un posto particolare, perché è stato un unicum nella storia giudiziaria recente. Da quella mattina di nebbia soffocante e morte al verdetto della Cassazione, il 19 febbraio 2008, passarono “solo” 2.326 giorni: 6 anni, 4 mesi e 11 giorni. Qualsiasi altro processo celebrato in Italia per un disastro di queste proporzioni non è arrivato alla fine senza che almeno qualche reato andasse prescritto: da Eternit alla strage di Viareggio, per ricordarne soltanto due.

L’allora procuratore capo di Milano, Gerardo D’Ambrosio, promise davanti a un gruppo di cronisti che il processo sarebbe stato veloce. Un impegno che sembrò un azzardo, anche considerando il numero delle vittime: 118. C’erano le 110 persone che erano sull’aereo della SAS diretto a Copenaghen, i quattro passeggeri sul Cessna e i quattro lavoratori del deposito bagagli. I giornalisti immaginavano quello che sarebbe successo: consulenze, perizie, audizioni, un coacervo di norme e protocolli. E poi le indagini, le iscrizioni, l’udienza preliminare. Insomma, eravamo scettici. Questo è il racconto personale, e necessariamente non esaustivo, di una giornata particolare che ricorderò per sempre, che mi ha cambiato come persona e mi ha formato come giornalista.

Quel giorno mi era stato assegnato dalla caporedattrice dell’Agi, Donatella Pavesi, il compito di seguire la ministra dell’Università, Letizia Moratti, che si trovava al Politecnico di Milano. Ero una collaboratrice e, come ogni giorno, facevo i “giri di nera”: una serie di telefonate alle centrali operative del 118, della polizia, dei carabinieri e dei vigili del fuoco, per capire che cosa fosse successo durante la notte, se ci fossero interventi da segnalare e notizie da scrivere. Le prime informazioni riguardarono il Cessna e l’alto numero di ambulanze che erano state inviate. Avvertii la redazione che c’era stato un incidente; in un primo momento mi fu detto di seguire comunque il programma. Quando ormai ero arrivata a destinazione, mi arrivò una telefonata: “Torna indietro, ci sono 100 morti“. Il primo pensiero fu un attentato, troppo vicino all’11 settembre. Poi, con il passare dei minuti, si comprese che era stato un incidente. Un devastante incidente.

Il Cessna, entrato per errore nella pista di rullaggio sbagliata, la R6, invase la pista di decollo. Dopo l’urto, avvenuto alle 8.10 e 21 secondi, l’MD-87 perse il controllo e andò a schiantarsi contro l’hangar adibito allo smistamento dei bagagli, che prese fuoco. Un solo operatore di terra sopravvisse: Pasquale Padovano, salvato dall’intervento di un finanziere che riuscì a soffocare con alcuni stracci le fiamme che lo avvolgevano. I giornalisti, ovviamente, non poterono entrare in pista. Così i cronisti e i colleghi fotografi dovettero girare intorno all’aeroporto, camminare tra l’erba e nella campagna, per “vedere” che cosa fosse avvenuto. La fusoliera era completamente squarciata e deformata: la parte anteriore dell’aereo era praticamente distrutta e si riconoscevano ancora alcuni elementi della struttura interna. La cabina passeggeri era stata aperta dall’impatto. Si vedevano il pavimento, i pannelli, i sedili e i corpi attaccati. Le ali e la zona centrale dell’aereo erano ridotte a un ammasso di rottami, con lamiere accartocciate, cavi e componenti meccanici sparsi.

Una delle immagini che mi è rimasta più a lungo negli occhi e che in qualche modo mi ha perseguitato è quella dei vigili del fuoco che, da lontanissimo, sembravano piccole api nella nebbia che ormai stava evaporando. Un doloroso lavoro il loro di estrazione e recupero dei corpi rimasti all’interno dell’aereo, non toccati dal fuoco perché l’incendio era stato spento in pochi minuti. Gli altri che era stati sbalzati fuori erano carbonizzati e, in molti casi, ridotti a frammenti. Ma anche di grande fatica per la messa in sicurezza dell’area dell’hangar che fu completata tra la mattina e il pomeriggio dello stesso giorno. Non meno ingrato era il compito di chi doveva informare i parenti di chi era a bordo. A cui fu chiesto, senza troppi giri di parole, di portare spazzole, spazzolini e ogni oggetto utile a ricavare il DNA, per consentire una compiuta identificazione delle vittime. Passai il resto del tempo in Prefettura nei giorni successivi a seguire e raccontare il lentissimo processo di identificazione. Non ho ricordo quanto tempo. Tra le vittime c’erano anche diversi stranieri.

Già il giorno dopo il disastro, Il Corriere della Sera, con un articolo a firma di Fabrizio Gatti, parlò della segnaletica: uno scoop. Quella del raccordo R6, sia verticale sia orizzontale, risultava sbiadita e non conforme agli standard di sicurezza internazionali allora in vigore. Quella nebbia scesa su Milano come una cappa aveva reso difficili gli spostamenti a terra e impedito sia ai piloti sia alla torre di controllo di avere un riscontro visivo adeguato della situazione sulla pista.

L’inchiesta, condotta dalla pm Celestina Gravina, che dovette districarsi in un mare magnum di norme e protocolli, permise di accertare che un altro elemento decisivo era stato il radar di terra, non operativo da tempo: almeno due anni. Anche i sensori destinati a segnalare eventuali intrusioni sulla pista non funzionavano, impedendo alla torre di controllo di individuare tempestivamente la presenza del Cessna sulla pista attiva, occupata dall’aereo diretto in Danimarca. Il primo appuntamento in aula arrivò il 20 novembre 2002, con l’udienza preliminare davanti alla giudice Silvana Petromer. Ad alcuni imputati fu negato il rito abbreviato, anche se successivamente la Cassazione stabilì che ne avevano diritto. Il procedimento fu quindi, per un periodo, spezzato in due. Il primo processo si concluse il 16 aprile 2004; l’appello arrivò il 7 luglio 2006, con cinque condanne e due assoluzioni. Padovano, con le cicatrici delle ustioni che gli avevano segnato l’85 per cento del corpo, dichiarò di vergognarsi di essere italiano. Mi ricordo le sue grida in aula.

L’allora presidente del comitato delle vittime, Paolo Pettinaroli, che aveva perso il figlio Lorenzo, di 28 anni, era distrutto. I giudici avevano condannato l’ex amministratore delegato di Enav Sandro Gualano a 6 anni e 6 mesi, il controllore di volo Paolo Zacchetti a 3 anni, l’ex direttore generale di Enav Fabio Marzocca a 4 anni e 4 mesi, Antonio Cavanna e Giovanni Grecchi, entrambi assolti in primo grado, a 3 anni. Furono invece assolti l’ex direttore di Linate Vincenzo Fusco e l’ex responsabile degli scali di Malpensa e Linate Francesco Federico, condannati in primo grado rispettivamente a 8 anni e 6 anni e mezzo. “Mi vengono a dire che il direttore di Linate, siccome non può essere considerato un dirigente, è innocente. Non ho parole. Fusco è stato l’uomo che, quando ancora noi parenti non sapevamo nulla, quel giorno ci disse: ‘Stiamo estraendo l’estraibile’. Peccato che, in mezzo a quell’estraibile, ci fosse anche mio figlio”.

La Cassazione confermò la decisione dei giudici dell’appello.

Al di là delle responsabilità penali personali e delle sentenze pronunciate nel contraddittorio tra le parti, la strage di Linate ha innescato una battaglia dei parenti delle vittime – con il Comitato 8 ottobre per non dimenticare – per la sicurezza negli aeroporti. Se oggi la segnaletica è ben visibile negli aeroporti da cui partiamo o arriviamo in Italia, se i radar di terra oggi ci sono e funzionano, è anche perché chi quel giorno ha perso un figlio, un fratello, una madre, una sorella non ha cercato soltanto giustizia. Ha chiesto che quel dolore non lo provasse più nessuno.

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