Ex Ilva, Acciaierie d’Italia comunica lo stop alle attività produttive dei siti di Taranto, Genova e Novi Ligure. Chiesta la cassa integrazione
Da venerdì 9 ottobre saranno sospese tutte le attività produttive dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. A comunicarlo è stata Acciaierie d’Italia con una nota inviata al prefetto, agli enti locali e alle forze dell’ordine. La comunicazione arriva dopo che, il 5 ottobre, è stata respinta la richiesta dell’azienda di bloccare il provvedimento con cui la Corte d’Appello di Milano aveva ordinato la sospensione della produzione. Ma le conseguenze si estendono anche agli altri stabilimenti del gruppo: entro il 15 novembre saranno temporaneamente sospese tutte le attività produttive dei siti ex Ilva di Genova e Novi Ligure, in provincia di Alessandria. L’azienda ha inoltre annunciato che chiederà l’attivazione degli ammortizzatori sociali per i lavoratori coinvolti.
La fermata degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure era stata annunciata inizialmente dai rispettivi sindaci, Silvia Salis e Rocchino Muliere. “Questa mattina l’azienda ci ha annunciato che, in seguito al decreto che riguarda la fabbrica di Taranto, entro il prossimo 15 novembre avverrà la fermata temporanea generale dei due siti”, avevano scritto i due primi cittadini, aggiungendo che “pur comprendendo la lunga e complessa fase di difficoltà che sta attraversando l’azienda, l’annuncio di una serrata è del tutto inaccettabile“. Poi, dopo qualche ora, mentre a Palazzo Chigi iniziava il tavolo di confronto tra azienda, governo e sindacati, è arrivata anche la comunicazione ufficiale della sospensione delle attività dell’area a caldo di Taranto, da cui dipende la produzione degli altri siti. Secondo quanto comunicato da Acciaierie d’Italia agli enti competenti, a Taranto la sospensione delle attività è già in corso. L’azienda precisa che, durante le operazioni necessarie a mettere gli impianti in condizioni di fermata temporanea (hot stand-by), potrebbero verificarsi emissioni visibili, che saranno monitorate attraverso i sistemi di controllo esistenti. Il monitoraggio resterà attivo anche dopo il completamento delle operazioni.
La decisione è una conseguenza del decreto della Corte d’Appello di Milano, comunicato all’azienda il 27 luglio, che ha disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro 90 giorni, confermando la sentenza di primo grado. E il 6 ottobre l’altoforno 2, l’unico rimasto in funzione nel sito pugliese, è stato caricato per l’ultima volta. L’acciaieria non sbufferà più almeno fino alla pronuncia della Cassazione, che il 20 ottobre deciderà sul ricorso straordinario di Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria e rispettivamente proprietaria e gestore dello stabilimento. Ma l’azienda fa sapere che, in assenza di un provvedimento favorevole, il 24 ottobre verrà sospeso anche il mantenimento in riscaldo (hot stand-by), con lo spegnimento definitivo dell’area a caldo entro il 25 ottobre, “senza alcuna possibilità di riavvio successivo”.
Intanto il Governo è intenzionato a portare già nel prossimo Consiglio dei ministri un decreto–legge che contenga le tutele sociali per i lavoratori e che punti a una Cassa integrazione non per chiusura attività, ma in una prospettiva di continuità. E allo stesso tempo, sta approfondendo ulteriori tutele sociali, da inserire in sede di conversione del DL. Ad affermarlo è stato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, aprendo l’incontro con i sindacati sull’ex Ilva a Palazzo Chigi. Resta ferma – ha aggiunto Mantovano – l’intenzione del governo di puntare alla produzione di acciaio green con impianto Dri e forni elettrici, purché nell’ambito di un piano industriale credibile.
Per Salis e Muliere “le conseguenze nefaste dei continui ritardi che stanno caratterizzando il percorso di vendita dell’ex Ilva non possono ricadere ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui territori in cui vivono”. “Ci auguriamo vivamente che negli incontri di oggi e domani a Roma, tra le rappresentanze sindacali, il governo e le parti interessate, il quadro possa migliorare sensibilmente – proseguono i due sindaci -. Una serrata della fabbrica rappresenta una prospettiva insostenibile“, per i territori e per tutta la filiera siderurgica del Paese.
Presa di posizione dura anche da parte dei sindacati. “Quello che stiamo vedendo in queste ore è che ci sono delle comunicazioni prodotte dai commissari nei confronti delle istituzioni locali da cui noi siamo stati completamente esclusi. Vorrei essere molto chiaro con il governo: per noi sarebbe inaccettabile la chiusura dell’ex Ilva”, ha commentato il segretario generale Fiom-Cgil, Michele de Palma, entrando a Palazzo Chigi per il tavolo con il governo. “Spero che le informazioni che abbiamo letto in queste ore non corrispondano al vero. Siamo qui per confrontarci, per contrattare, per trovare delle soluzioni”, ha spiegato l’esponente sindacale, ribadendo che “i lavoratori hanno mostrato un grande senso di responsabilità e quindi bisogna evitare che finiscano per essere loro a pagare il prezzo di scelte e di errori fatti da altri”.
Al vertice sull’ex Ilva a Palazzo Chigi sono presenti, oltre a sindacati e commissari, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano, i ministri del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone, del Made in Italy Adolfo Urso e dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti (quest’ultimo in collegamento), il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega per il Sud Luigi Sbarra, e il consigliere del presidente del consiglio per le Relazioni con le parti Sociali Stefano Caldoro.
Sul fronte politico, il Partito Democratico ha già annunciato un’interrogazione parlamentare al governo “per sapere quali iniziative intenda assumere immediatamente per evitare la fermata degli stabilimenti e garantire continuità produttiva e occupazionale”: “L’annuncio della fermata generale degli stabilimenti ex Ilva di Genova e Novi Ligure è un fatto gravissimo che non può essere affrontato con rassicurazioni di circostanza. Siamo di fronte a un ulteriore segnale dell’incertezza che continua a gravare sul futuro degli impianti, dei lavoratori e dell’intera filiera siderurgica”, hanno dichiarato i deputati dem Alberto Pandolfo, Federico Fornaro, Valentina Ghio e Luca Pastorino.