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Perché il caso di Guido Gianni, graziato da Mattarella, è diverso da quello di Mario Roggero

Il presidente della Repubblica ha firmato la grazia per un commerciante rapinato che ha ucciso due ladri: Gianni ha scontato cinque anni e tre mesi, si è pentito. Non un dettaglio
Perché il caso di Guido Gianni, graziato da Mattarella, è diverso da quello di Mario Roggero
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Ci sono vicende nelle quali la narrazione induce a schierarsi senza porsi molte domande.
Quando un commerciante viene rapinato, la paura, la violenza, il ricordo di precedenti aggressioni prendono il sopravvento: la tentazione di trasformare tutto questo in una semplice equazione — “ha difeso il suo negozio, la sua proprietà, dunque ha fatto bene” — è fortissima. Ma proprio quando l’emozione è più forte dovrebbe diventare più rigoroso il rispetto delle regole.
Perché lo Stato di diritto si misura soprattutto nei casi in cui sarebbe più facile accantonarlo e, nonostante tutte le lungaggini e le criticità, offre l’unica possibilità di ottenere giustizia. Ad una condizione, però: che le sue regole vengano applicate.

Il confronto tra Mario Roggero e Guido Gianni, pur partendo da fatti per certi aspetti analoghi, dimostra quanto sia pericoloso confondere la solidarietà umana con il funzionamento delle istituzioni. Gianni ha già scontato cinque anni e tre mesi di una condanna a dodici anni e quattro mesi. Si è dichiarato pentito, ha manifestato un ravvedimento e la sua domanda di grazia è arrivata al presidente della Repubblica dopo l’istruttoria prevista, attraverso gli organi competenti. Quella di Roggero, invece, è stata un’iniziativa promossa dal ministro della Giustizia, senza che fossero ancora depositate le motivazioni della sentenza della Cassazione.

Non è un dettaglio procedurale: è la sostanza.

La grazia non è un quarto grado di giudizio. Non serve a stabilire se una sentenza sia giusta o sbagliata, né può diventare lo strumento attraverso il quale la politica corregge una decisione della magistratura, perché una parte dell’opinione pubblica la considera indigesta. È un atto di clemenza, di natura umanitaria, che si colloca dentro un preciso equilibrio costituzionale. E qui emerge il problema politico più inquietante della vicenda Roggero. Che cosa accade quando la risposta dello Stato al reato viene progressivamente sostituita dalla risposta del singolo? Quando alla complessità della giustizia penale si preferisce lo slogan “lo rifarei”? Quando il gesto di chi spara diventa, prima ancora che i giudici abbiano completato il loro lavoro, una bandiera identitaria da esibire davanti all’elettorato?

Non è una questione di essere “dalla parte dei rapinatori” o “dalla parte dei commercianti”. È una questione molto più seria: da che parte stiamo quando difendiamo lo Stato di diritto?

Una società civile può comprendere la paura di una vittima, può provare pietà per chi ha vissuto una rapina, può persino discutere severamente l’adeguatezza delle norme sulla legittima difesa. Ma non può accettare che la legittimità di una reazione violenta venga stabilita dalla popolarità del gesto, dal consenso sui social o dalla capacità di un ministro di cavalcare l’onda emotiva del momento. Altrimenti il confine tra giustizia e vendetta diventa drammaticamente sottile.

E il rischio non è soltanto quello di una singola forzatura istituzionale. È l’involuzione culturale che può seguirne: l’idea che le regole valgano finché non diventano scomode, che le sentenze siano accettabili soltanto quando incontrano il favore dell’opinione pubblica, che la politica possa intervenire sulla giustizia per assecondare il sentimento dominante. È esattamente così che si indebolisce uno Stato di diritto: non necessariamente con un colpo di Stato, ma con tante piccole deroghe, tante scorciatoie, tante eccezioni presentate come “buon senso”.

Per questo il caso Roggero dovrebbe indurre alla prudenza, non all’applauso. La politica ha il dovere di ascoltare la paura dei cittadini, non di trasformarla in criterio di giustizia. E chi governa ha una responsabilità ancora maggiore: difendere le regole proprio quando sarebbe più conveniente violarle. Perché una democrazia non si giudica dalla severità con cui tratta chi non ci piace, ma dalla fedeltà alle proprie regole quando l’emozione chiederebbe di fare esattamente il contrario.

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