Elezioni Brasile, “bagno di sangue” per Lula: l’estrema destra avanza su tutta la linea
“Bagno di sangue”: è l’espressione che ricorre più spesso tra gli analisti progressisti brasiliani per definire l’esito del primo turno delle elezioni. L’estrema destra bolsonarista non solo parte in pole position per il ballottaggio del 25 ottobre, ma si afferma su tutta la linea, oltre ogni più rosea aspettativa. Che per Lula e la sinistra il clima non fosse quello euforico del 2002, ma di resistenza, era chiaro a tutti. Una debacle di queste proporzioni, però, non era prevista: i sondaggi suggerivano che sarebbe stato Lula, in prima battuta, a prevalere di misura, per poi giocarsi il quarto mandato sul filo del rasoio nel ballottaggio.
I quasi due punti di vantaggio di Flávio Bolsonaro su Lula (47% vs 45%) costituiscono una pesante ipoteca sul secondo turno. Il presidente perde in tutte le regioni tranne il Nordest, suo unico grande bastione. Era andata così anche al ballottaggio del 2022, ma allora aveva strappato Minas Gerais, lo specchio del paese: dal 1989 chi vince lì vince le presidenziali. Stavolta Flávio vi si è imposto di quasi cinque punti. Recuperare oltre 2,2 milioni di voti appare ora un’impresa titanica, anche per la composizione del bacino da cui Lula dovrebbe attingere.
Il terzo arrivato, Augusto Cury, neofita della politica dal profilo centrista ha già detto che non si schiererà: è ipotizzabile che i suoi elettori si dividano senza spostare gli equilibri. A fare la differenza saranno piuttosto i voti di Renan Santos e Ronaldo Caiado, quarto e quinto, che con ogni probabilità allargheranno la forbice a favore di Flávio. Santos ha sempre parlato del clan Bolsonaro in termini sprezzanti e al ballottaggio non sosterrà nessuno, ma la sua collocazione (destra liberale e, soprattutto, visceralmente antilulista) non lascia dubbi su dove guardino i suoi elettori. Caiado, dal canto suo, non si è ancora pronunciato, ma ha già escluso di sostenere Lula. Restano i 33 milioni di astenuti (il 21% degli aventi diritto), ma nelle ultime due presidenziali l’astensione è rimasta pressoché invariata tra primo e secondo turno.
È però nelle legislative che l’estrema destra ha colto il successo più netto, schiacciante al Senato, dove si rinnovavano due terzi dei seggi. Il Partido Liberal di Bolsonaro avrà da solo un terzo della Camera alta (28 senatori su 81). Potrà inoltre contare su molti esponenti del cosiddetto Centrão, la galassia di partiti senza un vero orientamento ideologico che presta il proprio voto ora all’uno ora all’altro schieramento, ma che oggi pende più a destra che in passato. Un dato cruciale, perché il Senato può, tra l’altro, destituire i giudici del Supremo Tribunal Federal (STF). Secondo un conteggio della giornalista Malu Gaspar, ben 49 membri del futuro Senato si sono detti favorevoli all’impeachment di qualche giudice della Corte. Ne servono 54, i due terzi dell’assemblea: una soglia a portata di mano. Le spinte eversive hanno insomma i numeri per qualsiasi forzatura. E anche se Lula la spuntasse al ballottaggio, i suoi margini di governo sarebbero ancora più stretti di quelli, già esigui, degli ultimi quattro anni.
Poco confortanti, per la sinistra, anche le notizie dagli Stati. Il risultato più vistoso, benché atteso, arriva da San Paolo. Qui l’ex ministro dell’Economia Fernando Haddad, candidato di Lula, è stato quasi doppiato (62% contro 36%) da Tarcísio de Freitas, alleato dei Bolsonaro, rieletto al primo turno. Sorprende invece Rio de Janeiro, dove il bolsonarista Douglas Ruas, dato nettamente indietro da tutti i sondaggi, ha sfiorato la vittoria al primo turno. Non meno pesante il risultato di Minas Gerais, secondo bacino elettorale del paese, dove il petista Patrus Ananias è stato più che doppiato (55% contro 26%) da Cleitinho Azevedo, senatore del Centrão vicino ai Bolsonaro.
A risultati acquisiti, Lula ha abbozzato un’autocritica, evocando la necessità di una nuova campagna per il ballottaggio. È però tornato subito allo stanco elenco di promesse per il prossimo mandato che aveva scandito i suoi comizi. Ma al di là di una campagna poco indovinata, pesano evidentemente dinamiche di lungo corso. C’è chi punta il dito contro il progressivo isolamento del presidente, poco incline ad ascoltare alleati e società civile, e contro la superbia di un partito chiuso in un solipsismo che ne ha logorato l’attrattiva. Altri vedono nel crescente indebitamento delle famiglie una delle cause principali dell’erosione del consenso, nonostante indicatori economici in genere positivi. Quasi unanime, infine, il giudizio sul ruolo nefasto del Supremo, le cui ingerenze e faziosità sono sempre meno tollerate dai brasiliani: non averne preso le distanze ha reso Lula complice agli occhi di larghe fasce dell’elettorato.
Resta il fatto che, sulla scia di tendenze globali ormai consolidate, i discorsi di intolleranza, autoritarismo, violenza e disprezzo della democrazia esercitano un’attrazione via via più forte. Con i suoi 214 milioni di abitanti, il Brasile rischia di tornare a essere una delle roccaforti dell’estrema destra mondiale, lasciando il Messico come ultimo grande baluardo della sinistra democratica in America Latina.