Perché ai Poetry slam a volte è meglio perdere #5. Tre piccole precisazioni
1.La Slam poetry: sento spesso parlare di questa fantasmatica fattispecie di poesia che sarebbe quella che viene eseguita durante gli Slam. Ovviamente non esiste alcuna Slam poetry, durante gli slam viene eseguito ogni tipo di poesia: lirica, di ricerca, neosimbolista, sperimentale, comica, orfica, e via così. Lo Slam è un contenitore. Dentro può starci di tutto e il contrario di tutto…
Vero è, piuttosto, che, vista la deriva ‘competitiva’ che sta prendendo lo Slam, se agli Slam ci vai per vincerli, allora farai di tutto per imitare chi ha già vinto. Si sta formando così una specie di marmellata formale, piuttosto omogenea, risultato del mix tra stand-up, declamazione para-politica e sbirignao sentimentale.
Quella sì, potremmo chiamarla Slam poetry. Ma non è una tendenza, né una categoria formale, direi piuttosto una deriva.
2.Tutti chiamiamo le gare di poesia Poetry slam, ma in realtà questo nome alle origini significava altro. Non si riferiva affatto alla gara, ma allo spettacolo di poesia, ben più ampio e complesso, che Marc Kelly Smith organizzava a Chicago alla fine degli anni ’80. In quello spettacolo trovavano spazio sperimentazioni multimediali e intermediali, spoken word, open mic e azioni poetiche di ogni tipo. Tutto questo si chiamava Poetry slam.
La gara entrò a farne parte solo dopo un po’, per chiudere una serata spesso piena di stimoli formali complessi e ‘diversi’ dal canone imperante con qualcosa di ‘leggero’, che divertisse senza tradire l’impegno formale delle parti precedenti.
Lo scopo era quello di riaffermare la qualità formale della poesia-performance, in un milieu letterario che invece la rifiutava con sufficienza, soltanto sulla base della sua scelta espressiva: quella della esecuzione a voce alta, quella della performance, della Poésie action, come direbbero i francesi. Questa è stata anche l’intenzione dei primi Poetry slam in Italia e non soltanto in Italia.
Fare Slam significava prima di tutto riconoscere una caratteristica eminentemente orale alla poesia, individuarne l’essenza nella sua eseguibilità ed attribuire caratteristiche formali alla sua esecuzione.
Insomma, come vado dicendo da circa trent’anni: il Poetry slam è una costola di quel movimento di sperimentazione e ricerca formale che, con esiti e scelte molto diverse, viene definito Spoken word, una poesia che per realizzarsi ha bisogno di essere eseguita, collocata nel tempo, nel corpo, nel gesto e nel respiro.
3.In Italia si fa un gran parlare (soprattutto su certi giornaloni) dei campioni mondiali di Poetry Slam. Gli italiani sarebbero 3 e ne andiamo piuttosto fieri, visto che avremmo vinto il titolo per ben tre anni di seguito. Ora, non per fare quello che rovina la festa, ma le cose non stanno esattamente così.
I poeti di cui si parla hanno vinto un Poetry slam internazionale che si tiene a Parigi da un po’ di anni e che il suo organizzatore, il poeta francese Pilot Le Hot, ha avuto l’arguzia di intitolare Coupe du monde de Poetry slam.
A me è un evento che sta molto simpatico, visto anche il motto che c’è sul suo sito e che recita, più o meno: sono sempre i/le migliori a perdere. Da qui, da questo titolo, il facile (e quanto innocente?) scivolamento semantico che fa diventare chi lo vince, per la stampa italiota e solo per lei, un campione mondiale.
Allo Slam parigino in questi anni hanno partecipato autori da svariate parti del mondo, ma parliamo ogni volta di qualche decina di paesi al massimo. Vincere uno slam internazionale è sempre una cosa molto bella e i vincitori fanno bene ad esserne fieri, ma non sono certo dei campioni mondiali.
Se lo Slam di Pilot fosse realmente un campionato mondiale, inoltre, non dovrebbe svolgersi sempre a Parigi, come invece accade, viste anche le caratteristiche assolutamente ‘aleatorie’ della gara. Se si vince a Parigi non è detto affatto che si vincerebbe a Praga, a Toronto, a Chicago o a Cape Town.
Ma allora un campionato mondiale di Slam non esiste?
In realtà c’è chi ci sta provando, tra mille difficoltà, visto che occorre organizzare le ‘scene’ di decine e decine di nazioni in sei continenti, ma pian piano ci sta riuscendo. Parlo della World Poetry Slam Association, che agisce dai primi anni Venti. Il campionato mondiale è organizzato sulla base di qualificazioni continentali: una per le Americhe, una per l’Europa, una per l’Africa. I primi 10 classificati di ognuna di queste sono ammessi al mondiale, dove in genere partecipano 40 poeti, i restanti 10 posti sono assegnati da wild card per paesi dell’Asia e dell’Oceania che non hanno campionati.
La prima edizione si è tenuta nel 2022 a Bruxelles, la seconda nel 2023 a Rio de Janeiro, poi a Lomé nel 2024, a Ciudad Juarez nel 2025, e la prossima sarà tra pochissimo, a ottobre, a Durban. I dati di quest’edizione parlano di 67 paesi, più di 200 poeti coinvolti nelle eliminatorie provenienti da tutti e 6 i continenti. Non è ancora davvero un campionato mondiale, ma quasi ci siamo e chi vince qui, lui o lei sì, lo si potrà notiziare come campione mondiale di Poetry slam, ma non mi risultano sinora vincitori italiani.
Chi parla di Slam sulle pagine cultura di questo o quel quotidiano in Italia dovrebbe informarsi meglio (in fondo fa parte del suo mestiere, no?) e passare dallo scrivere che siamo i più bravi del mondo, che abbiamo vinto 3 campionati mondiali, al sottolineare che a Parigi ultimamente abbiamo avuto un gran successo. Che non è proprio la stessa cosa…