Perché ai Poetry slam a volte è meglio perdere #4 – Chi è davvero l’EmCee (e lo Speech conta tutto)
Proseguiamo con l’analisi del Poetry slam a partire dai suoi elementi di base. I post precedenti sono qui
Con l’EmCee arriviamo al cuore dello Slam, e al cuore dei problemi dello Slam.
Chi è, o meglio, chi non è l’EmCee?
Certamente non è un semplice presentatore, né è qualcuno messo lì per incoraggiare il pubblico ad applaudire qualsiasi performance, o per fare battutine facili, utili a intrattenere l’audience.
Un Emcee è molto di più: è un demiurgo, qualcuno che sta sul palco con una propria funzione attiva, quella di mettere in contatto pubblico, giuria e poeti, di far scoccare la scintilla e, se serve, di far esplodere il corto circuito.
Non fa siparietti carini tra un concorrente e l’altro, ma stimola, istiga, provoca, certamente non è, insomma, un presentatore che con stile para-Mediaset dirige il traffico dell’ego dei poeti.
È lì per difendere la poesia e per mettere la poesia in contatto con il reale (quel pubblico, quella giuria realmente lì, in quel momento, e la realtà che è fuori di lì e a cui lo Slam vuole spalancare le porte).
È lui il responsabile di tutto ciò che accade, né è obbiettivo (come potrebbe?) ma è un partigiano esplicito della poesia e del suo continuo rinnovarsi, così come della sua relazione indispensabile con le forme del linguaggio e con le forme e le strutture della realtà. È colui che tiene la giuria sul filo, la pressa, la critica se non ha coraggio, che invita il pubblico a prendere parte, e dunque partito, che stimola i poeti ad essere comunque una squadra con un obbiettivo comune, e così facendo li integra totalmente in quella ‘situazione’ artistica e performativa che chiamiamo Poetry slam.
È lui che esplicita perché lo Slam è fatto di ‘regole’ che sono in realtà contraintes artistiche, ed è lui che invita a violarle e ad accettare le penalità, se chi è sul palco preferisce rischiare un punteggio più basso, piuttosto che rinunciare a qualche sua scelta formale o di contenuto che gli farà sforare i 3 minuti. Ciò fa sì che, se un EmCee è davvero EmCee ( e non una copia stinta e parrocchiale di Amadeus o Carlo Conti), avrà un suo stile, inconfondibile al punto che uno Slam condotto da lui non sarà mai simile a quello condotto da un altro. E, sì, fare l’EmCee di un Poetry slam è un lavoro duro, intensissimo, faticoso, rischioso. Non a caso ai Poetry slam tutti vogliono partecipare, ma sono pochi, sempre di meno, quelli che si caricano sulle spalle la ponderosa responsabilità di farli realmente avvenire. E ancora meno quelli che lo fanno per davvero. E questo potrete vederlo subito da come quell’Emcee farà il suo Speech.
Lo Speech dell’EmCee è il momento di apertura di ogni Slam, ma non è solamente il momento in cui si spiegano le regole al pubblico, o si estrae a sorte la Giuria. È molto di più: è il momento in cui si costruiscono le fondamenta di tutto ciò che seguirà, dell’intero Slam.
Nello Speech l’EmCee esplica a pieno la sua idea di poesia, la squaderna di fronte al pubblico, mina tutti i clichè e i luoghi comuni che il pubblico si porta dietro, spiega loro che quello che avviene lì è ‘policamente’ importante, al di là della qualità delle poesie eseguite. Soltanto questo può assolvere e giustificare le infinite orrende poesie che ogni Slam ospita, rendendole, anche se solo per un attimo, pari a quelle altre (poche, e spesso perdenti) che invece sono bellissime, necessarie e che senza lo Slam non avrebbero avuto l’opportunità di raggiungere quel pubblico.
Ma lo Speech è anche il momento fondamentale per precipitare la poesia nella realtà di quel presente, per esplicitarne la natura intimamente ‘politica’, la relazione stretta che rende alcune poesie necessarie ed altre semplicemente e malinconicamente soltanto belle. Non è dedicato soltanto alla poesia un vero Speech ed io nei miei Speech ho parlato di tutto, di sonetti e di Carlo Giuliani, della Palestina e delle ‘forme chiuse’.
Ma da tempo praticamente lo Speech viene abolito da EmCee che si limitano a snocciolare le regole, che, pur di risparmiare tempo e uscire di quinta, hanno anche abolito l’estrazione a sorte della giuria ed occupano il tempo dello Speech a scegliere come giurato questo o quello tra il pubblico, come se la loro scelta potesse davvero essere considerata ‘casuale’ (non lo è mai).
Tutto pur di dire il meno possibile sulla poesia e meno ancora sul mondo in cui essa accade.
Don’t shoot me, I’m only the piano player.
Ma quelli non sono EmCee sono soltanto i portieri di un condominio di poeti o aspiranti tali. Non a caso spesso si sottraggono anche al cosiddetto Sacrifice, per delegarlo a questo o quell’altro poeta ‘ospite’.
Il Sacrifice consiste nell’esibizione dell’Emcee, che esegue una sua poesia per ‘mettere alla prova’ la Giuria e non si chiama Sacrifice per caso.
Dopo il suo Speech, se è stato davvero uno Speech, l’EmCee non può certo aspettarsi clemenza. Normalmente le votazioni sono pessime, spesso il pubblico resta freddo, o addirittura fischia, visto che è quello che l’EmCee gli ha appena detto di sentirsi libero di fare nel suo Speech.
E va bene così, perché dopo il Sacrifice l’EmCee è libero di condurre lo Slam come vuole, senza fare sconti a nessuno, né al pubblico, né alla Giuria e neanche ai poeti.
Ha già fatto quello che ora fanno gli altri, si è lasciato giudicare e magari fischiare. Da quel momento è totalmente libero, da quel momento dovrà rendere conto soltanto alla poesia e potrà far esplodere quella bomba che ogni Slam può essere.
Una deflagrazione nella quale si disintegra l’ego dei poeti, si polverizza ogni idea preconcetta di poesia tra il pubblico, va in frantumi qualsiasi freno alla voglia della Giuria di votare come davvero vuole, di prendersi, per una volta tanto, una responsabilità, sia pure scomoda.
Un’esplosione che sta lì a ricordarci come partecipare a uno Slam sia un atto d’umiltà e non la strada più breve per assicurarsi il proprio cantuccio caldo in quella roba abbastanza spaventosa che chiamiamo ‘notorietà’. Per quello c’è già TedX.