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La setta di Almese, in un libro del 2018 il racconto delle violenze: “Ha abusato di me in tutti i modi possibili”. Ora l’arresto del fondatore

Otto anni fa le testimonianze degli ex adepti della comunità dei Monaci Durjaya. Ora l’operazione Asmodeo dei carabinieri e le accuse della Procura di Torino a Bruno Antonio Malatesta: dalla riduzione in schiavitù alla violenza sessuale. Nel mezzo, un vuoto legislativo sulla manipolazione mentale che dura dal 1981
La setta di Almese, in un libro del 2018 il racconto delle violenze: “Ha abusato di me in tutti i modi possibili”. Ora l’arresto del fondatore
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Ad Almese, in Bassa Val di Susa, tutti sapevano che, in un quel gruppo di case bianche dai tetti spioventi ai margini del paese, viveva una comunità di persone “un po’ particolari”. Persone che si vestivano tutte uguali, portavano i capelli corti, erano appassionati di arti esoteriche e di saperi occulti, non davano confidenza e di cui – ogni tanto – qualcuno veniva a chiedere. Venivano a chiedere i famigliari e qualche giornalista. Fra i primi c’eravamo stati noi, oltre dieci anni fa, quando per scrivere l’atlantide dell’occulto e delle organizzazioni distruttive italiane – “Nella Setta”, pubblicato da Fandango nel 2018 – avevamo girato tutta l’Italia. Quando eravamo arrivati in questo paesino da nemmeno seimila abitanti a poco meno di mezz’ora da Torino, nessuno ci aveva voluto dire niente. “Sono solo un po’ particolari”, avevano ripetuto meccanicamente i pochi che, fra Piazza della Fiera e Piazza Martiri della Libertà, ci avevano dato ascolto. Eppure le testimonianze che avevamo raccolto – e che avremmo poi pubblicato nella nostra inchiesta – parlavano di abusi e manipolazione incredibili: “Il maestro mi ha obbligato a fare sesso con lui anche se stavo male. Mi ha detto che così sarei guarita. Anche una mia amica è stata obbligata ad avere rapporti. Le aveva detto che aveva dei demoni nell’utero e l’unico modo per salvarsi era fare una terapia di tipo sessuale”. E, ancora, un’altra ex-adepta: “Pagavo per vivere in una stanzetta, ho lavorato gratis per anni, sono stata picchiata e abusata sessualmente. Ho fatto un mutuo per comprare un quadro che aveva dipinto. Secondo quello che mi aveva detto mi avrebbe dovuto salvare dalla malattia di cui soffrivo. Ancora oggi sto pagando le rate”. Su tutte il ricordo di una donna che nell’organizzazione aveva passato molti anni: “Ci obbligava a tenere delle spade e ci insegnava a usarle per difenderci quando sarebbe arrivata la fine del mondo, che diceva essere vicinissima. Avevo speso quasi 10mila euro in cristalli per proteggermi: dovevo tenerli nel reggiseno, nelle mutande e in una particolare pancera che mi aveva venduto”.

Oggi però ad Almese nessuno può più dire di non sapere. Giovedì mattina l’operazione Asmodeo dei carabinieri ha finalmente acceso la luce dello Stato sulla presunta comunità pseudo-spirituale creata da un uomo pingue, con gli occhi verdi e ipnotici, i capelli che negli anni sono cresciuti brizzolati, come la barba. Un uomo il cui nome avevamo scritto nero su bianco rischiando querele otto anni fa, per rendere conto a chi aveva trovato la forza – dopo aver perso un lavoro, molti soldi e tanti anni della propria vita – di ribellarsi, abbandonare la comunità e parlare. “Ha abusato di me in tutti i modi possibili”, ci aveva raccontato fra le lacrime una donna. “Mi ha fatto divorziare da mia moglie”, ci aveva spiegato un altro, che aveva dato tutti i suoi soldi alla comunità.

Adesso il nome di Bruno Antonio Malatesta è ovunque. Cinquantanove anni, sedicente insegnante e formatore di yoga, arti marziali e discipline olistiche, ma anche – stando alla sua biografia ufficiale – “giudice nazionale CSEN, Maestro Esperto Formatore di yoga, docente di discipline olistiche e bionaturali e operatore di riequilibrio bioenergetico con i cristalli”. Malatesta si presentava online come maestro Śivakṣatriya Śivānanda. La meditazione, le arti marziali e la difesa personale erano la porta d’ingresso al culto confusamente sincretico di cui si diceva capo. Ex-adepto di una comunità esoterica, si era allontanato – o era stato cacciato, come dicono alcuni – e per ripicca aveva fondato una sua organizzazione, rivolgendosi soprattutto – esattamente come spesso accade quando si parla di sette – a persone che avevano un presente minato: lutti, fragilità, problemi di salute erano il minimo comune denominatore fra la maggior parte degli adepti. Persone che venivano spinte – come ci avevano raccontato disperati – a lasciare il lavoro, costrette ad avere rapporti sessuali, obbligate a dare soldi e a lavorare gratuitamente, sottomettendosi ai desideri, alle ambizioni e ai sogni di un uomo che descrivevano tutti come “ipocondriaco, spesso malato, ossessionato dall’idea di passare alla storia per aver creato un gruppo monastico”.

Oggi a Malatesta la Procura di Torino contesta accuse gravissime: riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale aggravata e truffa aggravata ai danni dello Stato. Il quadro delineato dal Nucleo investigativo dei carabinieri ricostruisce un sistema che ha un lessico riconoscibile in praticamente tutte le storie settarie: il love bombing iniziale cui si sostituisce poi posto una dipendenza che viene declinata in obbedienza e rinuncia del sé. Agli adepti Malatesta proponeva terapie sciamaniche, rituali di purificazione e prometteva la capacità di guarire, secondo l’accusa, persino da malattie oncologiche. Le adepte avrebbero consegnato al Maestro i propri beni dopo il voto di povertà; sarebbero state sottoposte a coercizione lavorativa, punizioni corporali e obbligate a dormire per terra. A detta degli investigatori, le donne sarebbero state selezionate proprio per la maggiore vulnerabilità. Oggi tre collaboratori sono indagati a piede libero. Due donne, una delle quali psicologa professionista, avrebbero gestito la logistica. Un uomo, definito “monaco” e massoterapista, avrebbe praticato a pagamento presunte terapie sessuali. Nella ricostruzione della Procura, gli abusi sessuali venivano presentati come “terapie purificatrici”. Tra le presunte vittime ci sarebbero anche due adolescenti che all’epoca dei fatti avevano 16 e 17 anni. C’è poi la contestazione di una truffa allo Stato: il Maestro avrebbe simulato difficoltà di deambulazione per ottenere una pensione di invalidità, incassando oltre 80 mila euro.

Accuse che oggi risuonano identiche a quelle che, nel 2018, avevamo messo nero su bianco. Quando avevamo raccontato della comunità dei Monaci Durjaya in cui le donne erano chiamate “monache” o “ancelle”, erano obbligate a indossare tuniche arancioni, a rasarsi il capo, e soprattutto a fare voto di povertà e di obbedienza. Ma, ancora di più, di castità. Almeno con i compagni e con i mariti. I rapporti sessuali erano consentiti solo con un uomo: lui, il Maestro.

Forse, se si fosse intervenuti allora, Malatesta non avrebbe potuto per altri otto anni fare del male, abusare, sfruttare. Distruggere la vita di quelle decine di persone che si sono avvicinate a lui sperando di trovare sostegno e sono state – secondo quanto emerge oggi anche dalle indagini – violate, nel corpo e nella mente. Ma la questione, purtroppo, è molto più ampia e affonda le radici nel vuoto normativo che affligge il nostro Paese dal 1981, quando la Corte costituzionale cancellò l’articolo 603 del codice penale che puniva il plagio, cioè la riduzione di una persona a un “totale stato di soggezione”. Al tempo la formula venne considerata troppo indeterminata: non consentiva di distinguere con sicurezza il condizionamento criminale dalla persuasione, dal proselitismo religioso o dall’influenza che può esistere in ogni relazione. Da allora però il legislatore non ha costruito delle alternative valide a supporto delle forze dell’ordine, che ancora oggi sono obbligate a contestare – quando possibile – singoli reati come la riduzione in schiavitù, la violenza sessuale, i maltrattamenti, la truffa, la circonvenzione di incapace, le lesioni o le minacce. Attualmente in Senato sono all’esame due disegni di legge, il 1496 e il 1515, che propongono di introdurre nel codice l’articolo 613-quater sul reato di manipolazione mentale o emotivo-psicologica. L’obiettivo è punire chi, in un gruppo organizzato, crea o sfrutta una dipendenza tale da comprimere in modo rilevante l’autodeterminazione e la capacità di discernimento. Perché quanto accaduto ad Almese non si ripeta più. La speranza è che questo ennesimo orrore che viene rigurgitato dalla provincia italiana definitivamente obblighi a riflettere, e a tendere una mano agli oltre 4 milioni di italiani che – secondo una recente stima – sono coinvolti in un culto distruttivo che ogni giorno ne mina l’esistenza intera.

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