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Garlasco, la difesa di Stasi: “Verso la revisione, le nuove rivelazioni sono devastanti”

De Rensis: "Non vedo Alberto Stasi sulla scena del crimine". Bocellari: "Dimostreremo la sua innocenza". I legali annunciano l'integrazione della richiesta di revisione con gli elementi emersi dalla nuova inchiesta.
Garlasco, la difesa di Stasi: “Verso la revisione, le nuove rivelazioni sono devastanti”
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“Non vedo proprio Alberto Stasi sulla scena del crimine dopo queste ultime rivelazioni che sono devastanti”. È il punto di partenza dell’avvocato Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi insieme alla collega Giada Bocellari, intervenuto davanti al palazzo di giustizia di Pavia dopo la chiusura delle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, che vedono Andrea Sempio come unico indagato. De Rensis e Bocellari sono arrivati in tribunale per ritirare gli atti della nuova inchiesta, mentre per la difesa di Stasi si apre ora concretamente la strada della revisione della condanna definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. “Abbiamo grande fiducia e grande stima nei confronti di chi sta conducendo le indagini senza tralasciare nulla”, ha detto De Rensis. Poi l’affondo: “Forse è venuto il momento che qualcuno inizi a parlare e a pontificare meno”. E ancora: “Un consulente del pubblico ministero ha l’obbligo di riferire tutto ciò che fa durante la sua attività al pubblico ministero, anche se si allaccia le scarpe, se è collegato all’incarico avuto”.

Il riferimento è agli sviluppi sulle analisi del Dna effettuate nel 2007, in particolare ai presunti risultati negativi relativi ai pedali della bicicletta di Stasi che, secondo quanto emerso dalla nuova attività della Procura, non sarebbero stati comunicati all’epoca. Un dato che però è smentito dagli atti e in particolare da un verbale firmato dal professor Francesco Maria Avato che il 24 settembre 2007 visionò gli esiti dei giorni successivi al 19 e nella sua relazione citava una “superficie negativa”.

“Non ci fermeremo davanti a nessuna responsabilità”

De Rensis respinge anche l’idea che la difesa stia reagendo con rabbia agli ultimi sviluppi: “Rabbia no, perché è un sentimento negativo. Io amo perdonare, ma certamente non ci fermeremo davanti a nessuna responsabilità”. E aggiunge: “Sono sicuro che il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri farà piena luce su quanto è emerso”. Il legale precisa di non voler mettere sotto accusa l’Arma nel suo complesso: “Non è vero che si attaccano i Ris: i singoli uomini sono una cosa, i Ris e l’Arma dei Carabinieri un’altra”. Secondo De Rensis, sarà ora necessario accertare come siano state gestite le informazioni disponibili nel 2007: “Credo che vorranno capire fino in fondo cosa hanno fatto alcuni militari dell’Arma“. Nulla visto che i dati furono messi a disposizione il 24 settembre 2007 come verificato da FattoQuotidiano.it

Il difensore torna poi sul nodo dei risultati genetici: “Qualcuno ieri mi ha detto di pesare le parole. Gli ho replicato di denunciare tutti i giornalisti che facendo il loro lavoro non fanno altro che evidenziare un dato di fatto: nessuno ha detto ad alcuno che c’erano due dati altamente negativi nell’indagine su Stasi. Questo andrà spiegato”. E ancora: “Non ci si può più nascondere dietro ai ‘non ricordo’. Qualcuno dovrà spiegare come mai il pm Rosa Muscio, alla Procura di Vigevano durante la prima inchiesta, questi dati non li ha avuti“.

“Dobbiamo far acclarare l’innocenza di Alberto”

La difesa, ha spiegato De Rensis, ora deve concentrarsi sulla revisione della condanna: “Insieme alla collega Bocellari, che lotta da 15 anni in questa vicenda, devo cercare di far acclarare l’innocenza di Alberto”. Quanto alle eventuali responsabilità per gli errori commessi nel corso della prima indagine, il legale distingue nettamente i due piani: “Altri dovranno perseguire chi ha commesso errori e orrori”. Un’espressione che De Rensis rivendica: “Un anno e mezzo fa, quando ho iniziato a parlare di orrori, qualcuno sorrideva. Ma un avvocato, che ha doveri deontologici anche nei confronti dei propri colleghi, dentro la parola orrori mette tante cose”.

Sul suo assistito, infine, il difensore sceglie la cautela: “Alberto osserva quanto sta succedendo“. E conclude: “Preferisco non entrare nell’animo di Alberto, che sta facendo un grande lavoro per avere equilibrio rispetto a questa dolorosa e tragica vicenda”. Anche Giada Bocellari conferma che la difesa è ormai orientata verso la richiesta di revisione. “Noi difensori siamo umani, non facciamo la revisione con l’Ia, dobbiamo leggere i dati della Procura di Pavia e poi integreremo il testo già scritto con queste nuove indagini laddove ci tornino utili e quando saremo pronti la depositeremo”. La legale esclude che la tempistica sia il problema principale: “Non è una questione di tempi perché a Stasi un mese in più uno in meno non cambia niente e dimostreremo la sua innocenza, non il ragionevole dubbio”.

La richiesta, aggiunge, sarà depositata “il prima possibile compatibilmente con questo delirio mediatico e il lavoro”. Bocellari parla inoltre di nuovi elementi a disposizione della difesa: “Ci sono degli elementi ulteriori che ha fatto la Procura di cui siamo a conoscenza e altri della difesa di Stasi che vi stupiranno molto…”. In un’altra dichiarazione ai cronisti, Bocellari ha spiegato che la difesa sta lavorando da mesi sulla nuova documentazione: “Si va verso la revisione in modo sempre più deciso, ci stavamo lavorando da mesi, stiamo ri-verificando tutto“, precisando: “Noi lo sappiamo da luglio”. Sul caso dei risultati genetici non comunicati nell’immediatezza, la legale parla di errori ma esclude di aver formulato accuse di dolo: “Ci sono stati degli errori”, ha detto, precisando però che “nessuno ha mai parlato di dolo, ho detto e ribadito che nessuno voleva incastrare Stasi anche per il rispetto che ho per il lavoro dei carabinieri e della magistratura”. Per Bocellari, adesso, l’accertamento delle responsabilità deve procedere indipendentemente dalla revisione del processo: “In merito a cosa è successo e per quali motivi occorre che la procura faccia le verifiche a prescindere dalla revisione” anche perché, conclude, “tanto a Stasi gli anni persi non li ridà nessuno”.

Le omissioni e gli errori dell’inchiesta

Errori, omissioni, dimenticanze e indizi sottovalutati nell’indagine sul delitto di Garlasco furono evidenziati anche dalla Cassazione, nelle motivazioni con cui spiegavano la condanna di Alberto Stasi “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Nell’elenco dei giudici c’erano tra gli altri: la mancata perquisizione dell’officina del padre di Stasi. Solo 40 giorni dopo i carabinieri scoprirono che c’era un’allarme, ma la centralina ha ormai cancellato e sovrascritto le registrazioni del 13 agosto. La casa fu sottoposta ad accertamenti solo una settimana dopo e senza l’utilizzo del luminol. Il portatile di Alberto fu esaminato dai carabinieri senza le cautele previste, senza cioè fare prima una copia del disco rigido: 16 accessi abusivi alterano tre quarti dei file contenuti.

Entrarono nella villetta senza calzari previsti ben 25 persone tra inquirenti, medici legali e necrofori. Delle 17 impronte digitali complete che furono repertate, sei appartengono a tre diversi ufficiali dei carabinieri che non avevano indossato i guanti. Due brigadieri li notarono subito sulla parte interna dell’avambraccio sinistro di Stasi. Decisero di fotografarli ma poi non fu fatto, né di mostrarli ad un medico legale. Su questa circostanza nessuna domanda a Stasi viene verbalizzata.

All’altezza della spalla del pigiama di Chiara Poggi c’erano le impronte di quattro dita insanguinate. Delle impronte rimase solo la fotografia: furono cancellate quando il cadavere venne incautamente rivoltato sul pavimento cosparso di sangue. Quelle impronte, per la procuratrice generale Laura Barbaini che chiese 30 anni nel processo d’appello bis, dimostravano come l’aggressore avesse sollevato il corpo per gettarlo lungo le scale e che furono fatto “cancellate” dalle manovre effettuate da chi, allora, rigirò il cadavere per rimuoverlo finendo con imbrattare completamente di sangue la maglia. Un elemento, quello delle tracce delle dita, che l’accusa aveva ‘incrociato’ con le impronte di scarpe lasciate sul tappetino del bagno davanti al lavandino dall’aggressore e con le impronte di Stasi mischiate al Dna di Chiara ritrovate sul dispenser del sapone. Controllando i documenti che risultavano sequestrati, la procura generale non trovò più 41 fotografie di Alberto Stasi con gli amici, che avrebbero potuto secondo l’accusa essere utili per capire che scarpe indossasse. Le immagini erano conservate negli archivi della caserma dei carabinieri di Vigevano.

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