Il funerale vietato dal questore diventa uno show: a Stornara, in Puglia, la sfida allo Stato corre anche sui social
La banda suona. Le auto avanzano lentamente, alcune con i finestrini abbassati, altre lucide e scure come se fossero appena uscite da un corteo ufficiale. Le moto fanno da scorta. A piedi camminano in centinaia. In mezzo alla folla c’è un’enorme fotografia di Giandomenico Palmieri, 41 anni, morto nella notte tra il 3 e il 4 settembre in una villetta sulla provinciale 155, nelle campagne di Andria. Palloncini, striscioni, applausi, urla. C’è tutto quello che dovrebbe esserci a un funerale pubblico. Manca soltanto il morto. È martedì 22 settembre, primo pomeriggio, e a Stornara va in scena un funerale parallelo.
Un corteo non autorizzato parte dalla casa di Palmieri e attraversa il paese. La processione arriva anche sul piazzale laterale della Chiesa Madre. Una violinista intona un brano di Ludovico Einaudi. Poi la musica cambia: arrivano le marce funebri della banda chiamata per l’occasione. La folla riprende a muoversi verso il cimitero tutti con maglie bianche sul petto una stampa della foto del defunto e alle spalle la scritta “Giando Vive”. È una rappresentazione del lutto, ma anche qualcosa di più: la dimostrazione plastica che un divieto dello Stato può essere aggirato trasformando il paese in un palcoscenico.
E come spesso accade ormai per questo tipo di funerali, il corteo non finisce con l’ultimo passo dei partecipanti. Continua sui social. Le immagini vengono riprese, montate, condivise. TikTok e Instagram diventano una seconda strada del paese, quella digitale, dove il funerale viene raccontato attraverso video, fotografie, musica e dediche. Scorrono le auto, la gigantografia di Palmieri, i palloncini, la banda, la folla fino ai fuochi artificiali. Sulle immagini si appoggiano canzoni neomelodiche che raccontano un universo nel quale la vita viene riletta attraverso il carcere, l’amicizia, il destino, il tradimento, la strada e una giustizia percepita, nei testi e nell’immaginario di chi li condivide, come un’ingiustizia. È una colonna sonora che trasforma il dolore privato in racconto pubblico e il funerale in un contenuto da rilanciare, commentare, conservare.
Il feretro, quello vero, a Stornara non c’è. Il funerale era stato vietato poche ore prima dal questore di Foggia. La cerimonia, inizialmente prevista alle 15.30 nella Chiesa Madre di San Rocco, era stata trasformata in un rito privato alle cinque del mattino, direttamente al cimitero, senza passaggio dalla chiesa e con l’accesso blindato per evitare arrivi dall’esterno. La folla che il provvedimento voleva evitare, però, si è ritrovata ugualmente per strada. E così il funerale vietato si è celebrato lo stesso. Senza bara, ma con tutto il resto. Centinaia di persone arrivate anche dai centri vicini, auto di grossa cilindrata, motociclette, palloncini, fotografia gigante e musica. Tra i partecipanti, secondo quanto riferito, anche persone già conosciute dalle forze dell’ordine. Le istituzioni locali osservano una scena che, per dimensioni e modalità, sembra appartenere a un’altra Stornara. O forse è proprio questa Stornara che sta cercando di mostrare qualcosa.
Il provvedimento del questore non era arrivato per caso. Nei giorni precedenti il paese era finito sotto i riflettori anche per un piccolo altarino comparso in pieno centro. Per una decina di giorni c’erano stati fiori, lumini e un grande banner dedicato a Palmieri. Dopo l’eco mediatica suscitata dalla vicenda, l’altarino era stato rimosso dalle autorità locali su disposizione del questore. Poi era arrivato il divieto delle esequie pubbliche. La storia di Palmieri, del resto, non comincia il 22 settembre e non finisce con quel corteo. Palmieri era nato a Cerignola e risiedeva a Stornara. Il suo nome era già comparso nelle cronache giudiziarie per l’operazione “Juliet”, un’inchiesta sugli assalti agli sportelli automatici, arrivata nel suo percorso giudiziario fino alla Cassazione.
Poi la notte di Andria. In quella villetta sulla provinciale 155, secondo la ricostruzione investigativa, Palmieri e un’altra persona stavano maneggiando materiale esplosivo destinato alla preparazione di una “marmotta”, il dispositivo artigianale utilizzato dalle bande per gli assalti agli Atm e ad altri obiettivi. A pochi metri dai corpi era stata trovata anche una Ford Kuga risultata rubata. Il resto è ancora materia d’indagine: chi avesse portato l’esplosivo, da dove provenisse, chi altro fosse coinvolto e quale potesse essere il prossimo obiettivo. La morte di Andria potrebbe essere l’incidente dentro una vicenda criminale più ampia. Gli investigatori devono ancora ricostruirne tutti i passaggi. Ma intanto il territorio racconta un’altra storia.
Bisogna allargare la cartina e guardare i Cinque Reali Siti. Stornara, Stornarella, Ordona, Orta Nova e Carapelle. Poi Cerignola, pochi chilometri più in là. E ancora la Bat, dove è avvenuta la tragedia di Palmieri. È una triangolazione geografica nella quale negli ultimi anni gli assalti agli Atm, l’esplosivo e le bande specializzate hanno lasciato tracce profonde. Non significa che ogni episodio abbia la stessa matrice, né che dietro ogni rapina esista una sola organizzazione. Ma il fenomeno criminale attraversa un territorio senza rispettarne i confini amministrativi.
Roberto Nigro, sindaco di Stornara, assiste a tutto questo con la sensazione di avere le mani legate. “Devo chiedere allo Stato di cambiare il nome della mia città da Stornara a Caivano, così probabilmente vedrò finalmente una risposta ferma da parte del governo”, dice provocatoriamente. “Guardo attonito quanto avviene nella mia cittadina e non posso far nulla perché ho le mani legate e non ho nessun potere. Ho un solo agente di polizia locale e anche la locale stazione dei carabinieri è sotto organico”. Il sindaco precisa di aver segnalato gli episodi alle autorità competenti. Ma la sua è soprattutto la denuncia di chi amministra un territorio dove il confine tra ordine pubblico, criminalità e vita quotidiana diventa sempre più difficile da governare. Nigro invoca anche l’applicazione del cosiddetto “decreto Caivano”. E lancia un’altra provocazione: “Ho chiesto di considerare gli assalti agli Atm delle bande della marmotta come dei veri atti di terrorismo. Esplosivo, terrore e minaccia alla pubblica sicurezza sono elementi tipici del terrorismo e questo avviene ogni volta che una di queste bande decide di assaltare un bancomat”.
È una richiesta politica e istituzionale, non una qualificazione giuridica già acquisita per gli episodi di cui parla il sindaco. Ma restituisce bene la misura della frustrazione di chi vive ogni giorno in prima persona il problema. Martedì, intanto, lo Stato aveva detto che quel funerale non si sarebbe dovuto fare. E invece Stornara ha visto sfilare una bara che non c’era, sostituita dalla gigantografia di un uomo morto tre settimane prima. La banda ha suonato. I palloncini sono saliti in cielo. La folla ha attraversato il paese. E poche ore dopo quelle immagini erano già dentro gli smartphone. Il funerale vietato dallo Stato era diventato, nel frattempo, un altro racconto: quello costruito sui social, tra musica, fotografie, dediche e migliaia di visualizzazioni. Una processione capace di continuare anche quando le persone tornano a casa. E forse è proprio qui che la vicenda di Stornara mostra il suo lato più difficile da governare: qui lo Stato ha già perso.