Cbs: “Gli Usa preparano rinforzi per il Southern Command in chiave anti-Cuba”. L’Onu: “C’è già una guerra, senza le armi”
La riserva dell’US Army valuta l’invio di “unità di sostegno” – tra cui battaglioni di combattimento e personale medico – al Southern Command degli Stati Uniti. “Probabilmente sarebbero necessari entro 90-120 giorni“. Lo stabilisce un documento del Dipartimento di Guerra Usa di cui ha dato notizia Cbs News. Il target, confermano funzionari Usa interpellati dal broadcast americano, sarebbe Cuba, sempre nella morsa delle sanzioni Usa. È richiesto anche l’invio di un Corpo di spedizioni che monitori gli “aspetti logistici” in un eventuale “teatro di operazioni“. Il documento esplicita la necessità di un “distaccamento di rianimazione” che possa eseguire “interventi chirurgici emergenziali” sul campo e di “una brigata di polizia militare”.
Pur senza sbilanciarsi su eventuali date o interventi, il Southern Command assicura di essere in “coordinamento costante” con la Joint Task Force Usa regionale per “eventuali missioni assegnate”. In risposta al crescendo di minacce, il ministro cubano degli Esteri, Bruno Rodríguez, ha assicurato che la Casa Bianca “non potrà mai trovare una giustificazione per un attacco militare contro un piccolo Paese vicino, che non rappresenta alcuna minaccia per gli Usa”. L’Avana – ha osservato Rodríguez, intervistato da Nbc News – “non sottovaluta le minacce” degli Usa. “Stiamo adottando le misure necessarie per aumentare la nostra capacità difensiva”. Il ministro confida nella tenuta dell’Avana, che “non sarà una nuova Caracas”.
Le tensioni hanno raggiunto il loro climax dopo l’81ª Assemblea generale dell’Onu, dove Donald Trump ha assicurato che Cuba “cadrà”, perché “sta fallendo come mai prima d’ora”. E con retorica maccartista: “Il comunismo non arriverà mai negli Stati Uniti, ma la libertà raggiungerà Cuba”. Il tycoon ha anche ripreso le accuse lanciate dal Dipartimento di Stato Usa all’isola, ritenuta un “porto sicuro” per il terrorismo, in coordinamento con sigle da lui ritenute sovversive, come Antifa e Democratic socialists of America.
Sulla vicenda interviene anche il presidente dell’isola, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che da Plaza de la Revolución, a margine della Giornata nazionale della difesa, scrive su X: “La nostra preparazione è una priorità per il Paese. Dignità e unità sono le premesse per proteggere la Patria”. Fonti de L’Avana spiegano a Ilfattoquotidiano.it che, attraverso le minacce militari, gli Usa “tendono ad alzare la posta in gioco”, puntando a “ulteriori riforme“.
In gioco ci sono oltre 200 miliardi di dollari in potenziali investimenti, concentrati nelle mani della Camera di commercio cubano-statunitense, che riunisce almeno cento famiglie esuli. “Siamo disposti a trasferirli su un piano di ricostruzione infrastrutturale”, afferma l’imprenditore Juan Omar Sixto. La precondizione: “Un cambio di regime“, poiché “l’attuale sistema non offre garanzie”. La Camera di commercio cubano-statunitense vanta canali diretti con l’amministrazione Trump attraverso l’attuale segretario di Stato Usa Marco Rubio. Vanta anche un peso importante nello swing state della Florida, dove muove 600mila voti, finanziando – con il sostegno di Blue Water Ventures Partners e altre società – Comitati di azione politica come US-Cuba Democracy e Conservative Solutions.
C’è però un’altra ala, meno intransigente, disposta a cogliere le riforme già attuate da L’Avana per investire nel Paese caraibico. È il caso dell’US-Cuba trade and economic council, guidato da John Kavulich, che riunisce diverse società disposte a investire in turismo, attività minerarie – tra cui nichel, cobalto e rame – e altri settori. “Non c’è molta diplomazia convenzionale in questi momenti – ammette Kavulich – ma i contatti (tra realtà imprenditoriali Usa e L’Avana, ndr) avvengono ogni giorno”. Kavulich plaude anche alla volontà politica di Cuba: “Ha fatto più riforme negli ultimi nove mesi che in sessant’anni”.
Nel frattempo, la crisi umanitaria resta acuta: negli ultimi cinque anni il Pil dell’Isola è crollato del 15% e il traffico marittimo del 75%. L’inflazione reale è del 70% e i blackout colpiscono oltre due terzi della popolazione. Minacce militari o meno, L’Avana affronta già “una guerra, senza le armi“. Così lo ha descritto il coordinatore residente ad interim del World Food Programme, Etienne Labande, alla presenza della delegazione italiana (che vede anche la presenza di alcuni parlamentari, oltre a Cgil, Arci e altre realtà) giunta nell’Isola con 500 chili di aiuti umanitari, nell’ambito della campagna “Energia per la vita”.