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Milei sedotto e abbandonato. All’Onu sperava nel sostegno di Trump sulle Falkland/Malvinas, ma il tycoon ha incontrato solo il premier britannico

Il presidente argentino torna a casa a mani vuote e in patria la stampa e diversi esponenti politici, anche suoi alleati, criticano la strategia in politica estera troppo schiacciata sulle posizioni di Washington
Milei sedotto e abbandonato. All’Onu sperava nel sostegno di Trump sulle Falkland/Malvinas, ma il tycoon ha incontrato solo il premier britannico
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Doccia fredda per Javier Milei che rientra in Argentina a mani vuote. Era volato a New York sperando di arruolare Donald Trump nella rivendicazione territoriale delle Falkland/Malvine. Ma il tycoon, che aveva vagamente accennato alla “revisione” del dossier, non lo ha ricevuto. Anzi, ha preferito incontrare la sua controparte, il primo ministro del Regno Unito, Andy Burnham, definendolo un “negoziatore naturale” che “capisce quello che deve fare”. L’incontro è avvenuto il 22 settembre in una sala commissione del Palazzo di Vetro, a margine dell’81esima Assemblea Generale dell’Onu. “Abbiamo parlato di commercio e delle Falkland – ha detto Trump – è stato geniale”.

A tal punto che, il giorno dopo, Burnham ha rincarato la dose sull’arcipelago, definendo l’Argentina come “una minaccia e una sfida diretta allo Stato di diritto internazionale”. Il premier ha anche ribadito che Londra “sarà implacabile” al momento di difendere “i diritti degli abitanti” delle isole che, al referendum del marzo 2013, “hanno deciso di essere britannici”.

Nel frattempo, Washington si sfila dal potenziale conflitto. In fondo, ammettono fonti del Dipartimento di Stato Usa, la causa delle Falkland/Malvine è servita a riallineare Londra con gli interessi della Casa Bianca: aumento della spesa militare e guerra in Iran. Se n’è accorta anche la stampa argentina. “Milei è stato usato da Trump per mettere le cose a posto con il Regno Unito”, ha scritto l’analista politico Mariano Obarrio. E c’è chi ironizza sulla vicenda, scrivendo che Washington e Londra “hanno piantato in asso Milei” (Diario Registrado), rimasto “in attesa della foto” (Página/12). Persino la stampa più moderata come Mdz Online ammette che ora “Trump sorride a Londra”.

Anche le opposizioni contestano la linea Milei che — secondo il governatore di Buenos Aires Axel Kicillof — “impiega una retorica sovranista comunque subordinata ai piani geopolitici di Trump”. Della stessa idea il leader dell’opposizione Juan Grabois, per il quale “Milei non può difendere le Malvine davanti al mondo” mentre “corporation straniere saccheggiano il Paese”. E ancora: “È un sovranismo di cartone“. In discussione c’è anche l’utilità dell’alleanza militare Shield of the Americas, nata per garantire la “sicurezza” della regione di fronte a “minacce esterne”.

Crepe si aprono anche all’interno dell’esecutivo. Già la vicepresidente Victoria Villarruel aveva messo in discussione l’ardore nazionalistico di Milei, ritenendolo “una cortina di fumo per svendere la Patagonia“. La pensa così il 61% degli argentini. Dietro le quinte c’è già chi — come il ministro dell’Economia Luis Caputo e il capo di Gabinetto Guillermo Francos — contesta una riedizione della Dottrina Monroe a senso unico, fatta di obblighi senza garanzie.

Resta in piedi il progetto petrolifero Sea Lion, nel bacino nord delle Falkland/Malvine, che coinvolge l’israeliana Navitas Petroleum e la Rockhopper Exploration: le trivellazioni prenderanno il via a inizio 2027 su undici pozzi e il primo barile sarà estratto a marzo 2028.

A sua volta, Milei prova a fare buon viso a cattivo gioco: non importa cosa si siano detti Trump e Burnham perché “le Malvine sono argentine per storia e per diritto”. Poi, dal podio dell’Onu, ha esortato il premier britannico a “cominciare i negoziati per consegnare la sovranità delle Malvine”. Il nazionalismo viene però messo da parte quando si parla di nuovi investimenti: “Oggi l’Argentina è la nuova terra promessa per gli affari grazie alla deregulation, alla stabilità e alla libertà che stiamo costruendo”.

Del resto, la frustrazione è stata interamente scaricata sulle Nazioni Unite, definite un “Leviatano burocratico” e una “organizzazione inutile” che nutre “una casta di parassiti fatalmente arroganti”.

Il dossier crea diversi cortocircuiti anche nella galassia sovranista. “È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvine sono territorio argentino occupato”, ha scritto l’8 settembre su X il ministro della Sicurezza di Tel Aviv, Itamar Ben-Gvir, denunciando che “i britannici derubano violentemente il popolo argentino”. Sul versante opposto, Nigel Farage — definito il “Milei britannico” — ha reagito alle tensioni chiedendo a Londra di “rafforzare la guarnigione militare nelle Falkland per rendere sempre più costosa un’eventuale azione militare argentina”.

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