L’intelligenza artificiale è la nuova religione? I dati parlano chiaro
È l’intelligenza artificiale il nuovo oppio dei popoli?
Se Karl Marx vedeva nella religione l’anestetico sociale per sopportare le miserie del mondo, oggi quel ruolo pare lo stia ereditando l’algoritmo. Abbiamo sostituito la ricerca di una divinità trascendente con l’interazione quotidiana con un chatbot. Entrambe sono entità che non esistono nella realtà fisica, con la differenza che il software risponde, non giudica, non punisce, non pretende pentimento e garantisce la pazienza infinita di un server sempre acceso.
L’ansia di trovare un senso al dolore, alle crisi esistenziali o alle scelte quotidiane non si è estinta con il progresso tecnologico, si è semplicemente trasferita su un’interfaccia utente.
Il prompt è il nuovo confessionale tascabile a cui affidare paure e fragilità che non si ha il coraggio di rivelare a nessuno.
I dati parlano chiaro. Uno studio dell’istituto Barna Group rivela che oltre il 40% dei giovani (tra Gen Z e Millennials) considera i consigli spirituali ed esistenziali forniti dall’AI credibili e affidabili al pari di quelli di una guida religiosa tradizionale.
Non è un caso che persino istituzioni e accademici stiano analizzando il fenomeno della “Prompted Religion” o del cosiddetto Dataismo — teorizzato da saggisti come Yuval Noah Harari —, cioè l’idea che l’universo sia solo un flusso di dati e l’AI l’unica entità in grado di decifrarlo.
Le similitudini con il fenomeno religioso si ritrovano ovunque. La scorciatoia cognitiva dell’essere umano rimane la stessa di secoli fa. Ciò che non comprendiamo lo divinizziamo; ciò che ci spaventa lo trasformiamo in un potere supremo che ci domina; ciò che promette di curare le nostre imperfezioni, diventa un miracolo. È la narrazione del sacro declinata in chiave tecnologica, che spinge la sociologia dei media a mostrare come l’uomo proietti da sempre sui propri strumenti fantasie di apocalisse o di salvezza, come si è visto abbondantemente in queste settimane dalle dichiarazioni contrastanti di Dario Amodei, Ceo di Anthropic e di Trump o Jensen Huang, Ceo di Nvidia.
Dalla stampa a caratteri mobili a Internet, fino ai modelli linguistici attuali, usiamo metafore sacre per giustificare il potere che riconosciamo all’innovazione tecnologica. Oggi cannibalizziamo concetti del Buddismo, del Taoismo e dell’Induismo — la rete come flusso cosmico, la dissoluzione dell’Ego nei dati, l’illuminazione digitale — per costruire il mito dell’AI come guida suprema e imparziale.
Elevare il silicio a divinità è l’ennesima illusione della nostra epoca.
Il problema, però, non è se l’algoritmo sia davvero intelligente o consapevole, ma che l’uomo ha una tale fame di certezze e un tale terrore del vuoto da essere disposto a inginocchiarsi davanti al primo specchio digitale che gli restituisce una risposta.
Anche se è statistica, preconfezionata.