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Immanuel Mifsud, l’ironia maltese per raccontare la notte e il tempo (Traduzione di Davide Borowski)

Classe 1967, Mifsud è poeta, narratore, drammaturgo e docente di letteratura all’Università di Malta. Considerato una delle voci più importanti della letteratura maltese
Immanuel Mifsud, l’ironia maltese per raccontare la notte e il tempo (Traduzione di Davide Borowski)
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Fin dal primo numero del mio podcast di letture di poesia Banda poetica, ho cercato di far conoscere in Italia poeti di valore i quali – per sfortuna, o semplicemente perché non si riesce a pubblicare ogni contenuto meritorio – non hanno un’edizione italiana. Tra le mie più recenti scoperte c’è Immanuel Mifsud. L’ho incontrato per il tramite di Serena Marinelli, a sua volta poetessa e fotografa; di lui sono stati tradotti due libri di prose, Quando la notte apre gli occhi e Ti ho visto piangere, ma non i versi.
Immanuel – classe 1967 – è poeta, narratore, drammaturgo e docente di letteratura all’Università di Malta. Considerato una delle voci più importanti della letteratura maltese contemporanea, nel 2011 è stato il primo autore maltese a ricevere il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno ottenuto diversi National Book Awards maltesi; nel 2026 gli è stata inoltre conferita la Homer European Medal of Poetry and Art.

Hanno ottenuto notevole riscontro e approvazione critica tra i lettori anglofoni le sillogi Fish e My Dear Body…, rispettivamente del 2016 e del 2023, traduzioni e rielaborazioni di due libri già editi in lingua maltese. In esse, Mifsud lavora su una lirica della mortalità quotidiana, del lento scavare del tempo nella nostra coscienza e nei corpi umani, fenomeni dei quali dà conto con ironia e senza solennità. La morte, la perdita, la fatica del vivere e di attraversare le notti e i cambiamenti del nostro fisico e della sostanza dei giorni, pur essendo cose enormi, prendono forma poetica in un autobus che passa, su una panchina, nei capelli che diventano bianchi, in un registro parrocchiale, in una glicemia troppo alta.

Da Fish e My Dear Body… sono tratte le poesie che trovate qui.

D. B.

***

Per ora senza titolo

Stavamo in piazza ad aspettare l’autobus
E li abbiam visti, seduti lì in panchina
All’ombra di un sempreverde. E come sbagli?
Gli abbiam fatto delle foto, giusto per.
Dopodiché son morti.
Ma prima di morire, han fatto figli:
Chi due, chi cinque, chi otto.
Ai funerali non siamo mica andati:
Avevamo l’autobus, noi, da aspettare.
I figli han tirato su una bella lapide,
Si son concessi un pianto serio, e una mangiata.
Li avrà stancati tutto il gran daffare.
Cosicché si son messi a sedere lì, in panchina
Sotto l’albero, giù in piazza.
Gli abbiam fatto delle foto, giusto per.
Poi sono morti. Ma prima han fatto figli.

L’autobus è giunto e se n’è andato. E noi lì, seduti
All’ombra di un sempreverde, non ti sbagli.

[So Far Untitled]

Le notti

1.
Eccole certe notti, ma poi non se ne vanno;
Notti con sette lune ma l’alba poi non c’è;
Il silenzio ti getta nel pianto, in quelle notti.

2.
E prendi gli anni, e li sbatti nel fagotto:
E ingrassi, lo vedi da te.
I capelli? Più bianchi, sempre peggio.
Le dita dei piedi smarriscono la forma,
Sicché insisti per spogliarci a luce spenta.
E come teatranti nel cambio delle scene
Ci sfiliamo gli abiti e sia quel che è,
Come due bimbi prima di far la nanna.
Certo, ci ricordiamo altre storie, che però
Non son successe: poco importa. A parte noi, tanto, chi sa?

3.
E vorresti dimenticar la luce fuori.
Solo vorresti credere nel buio.
Concedi allora che l’oscurità disveli
Forme insolite, che potresti perfino dir graziose,
Almeno finché non intravedi quel che c’era
Prima che serrassi le imposte, e tirassi le tende.

L’oscurità è una bugia di quelle grosse. Sta lì
E sorride, sussurrandoti all’orecchio:
Cosa chiede? Che ti fidi ciecamente.

4.
Da qui all’altra parte, quanta strada? Poca.
Non fa in tempo il respiro umido delle foglie a svaporare.
Si avvicina per te una notte così lunga, oh sì,
Che trascorrerai sveglio, tuo malgrado,
Con gli occhi intenti a scandagliare il buio.
Non c’è molta strada da qui all’altra parte.
No, la nebbia non sarà svanita dai prati.
Per te i tamburi del silenzio son percossi
E passi vacui si fan sempre più da presso
Per scortarti dall’altra parte, senza verbo.

[Nights]

Al mattino

Ti sei destato pensando che gli alberi ti attorniassero,
O di aver preso sonno disteso su un mucchio di foglie
O che la riva di un fiume avesse accolto il tuo riposo.
Pensavi, dopo tutti quegli anni, d’aver trovato un posto che fosse tuo.
Ti sei destato… e il nulla ti attorniava,
Disteso su ciò che c’era stato dal principio.

[Mornings]

La cameriera del ristorante Tivoli
Dal capo scende la treccia a metà schiena:
Dritta, come la strada che fa ogni giorno.
Ha labbra rosa pallido, simili al gelsomino quando
Tra un po’ appassisce, e orecchini che paiono bottoni.
Se l’è seppellita in petto, quella storia:
Ma fa capolino dagli occhi, o suppergiù.
Anche se nessuno la conosce, e lei non parla.
Ma la notte, quando torna a casa a piedi
Fino in fondo alla strada, dritta come la sua treccia,
Dopo che per tutto il giorno ha servito tè e dolciumi
Scioglie i capelli: e la lingua, parimenti…
Al punto che si copre le orecchie la finestra!
Il suo cuscino si prepara a un’altra notte
Di incubi zuppi di lacrime: i peggiori.

[The Waitress at Tivoli Restaurant]

L’archivista

Il liber defunctorum, spalancato, aspetta te:
Ogni settimana ci scrivi dentro chi muore.
Nome, cognome, gli anni che ha, e il quando.
È ben normale che i registri si ispessiscano,
Si allarghino, insediandosi nell’archivio in ogni angolo.
E quando arrivi all’ultimo nome da segnare oggi,
Stai già frugando nel cassetto in cerca dell’aggeggio
Per misurarti la glicemia –
E il risultato, sicuro, ti spaventa.

[The Archivist]

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