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Senza i veri contadini non si mangia (bene) – La trave nel piatto

La rubrica di SlowFood. Basta con le caricature romantiche: sono una categoria fondamentale dal punto di vista pratico. L'agricoltura industrialista sta facendo collassare il sistema per l'impatto sia chimico che idrico. Garantisce però ai soli privati profitti monstre e consuma l'80% dei finanziamenti pubblici
Senza i veri contadini non si mangia (bene) – La trave nel piatto
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“A cosa ci servono i contadini?”: a nulla. Se non si mangia. Perché se invece si ha necessità di nutrirsi i contadini servono. E molto. Se si è abbastanza fortunati poi, la necessità di mangiare diventa un’abitudine che ricorre più di una volta al giorno. Tutti i giorni. Tutta la vita. Se invece si vive sotto le bombe, in un campo profughi, in un’area del mondo che la crisi climatica ha desertificato, o in un territorio dell’America Latina dove il corso del fiume è stato deviato, allora abbiamo sempre la necessità di mangiare, ma non l’abitudine. La trave nel piatto è che nel 2026 qualcuno pubblicamente si senta a proprio agio ad affermare che i contadini non servono più mentre ha – e perché ha – la pancia piena.

In effetti i contadini tipicamente coltivano la terra per produrre cibo: non soltanto per sé stessi, ma per venderlo e magari guadagnare uno stipendio che consenta loro di condurre una vita dignitosa. Forse la domanda da farsi è che tipo di contadini e di quale agricoltura abbiamo bisogno. Forse chi banalizza l’agricoltura ha un’idea di contadino, che così non si può chiamare. Immagina immense pianure lavorate da enormi mezzi meccanici teleguidati, con centraline climatiche che rilevano i dati, li passano ai droni, i quali determinano quanta chimica di sintesi usare e quanto e quando irrigare. Sempre che l’acqua ci sia. Perché ciò che questo scenario semplificato e positivista non prende in considerazione è che proprio quel modello di agricoltura “industrialista” ha causato lo sconquasso ambientale e climatico che oggi viviamo. E a cui speriamo di sopravvivere. Quell’agricoltura si impernia innanzitutto sul combustibile fossile ed emette un terzo dei gas climalteranti. Quell’agricoltura utilizza il 70% dell’acqua dolce del Pianeta. Quell’agricoltura funziona solo con rilevanti dosi di fertilizzanti: sostanze di sintesi che alterano profondamente i delicatissimi equilibri del terreno riducendone paradossalmente la fertilità e rendendolo sempre più fragile e bisognoso di ulteriori input. Quell’agricoltura è efficace solo se può contare su trattamenti pesticidi regolari: questi però danneggiano la vitalità biologica dello strato fertile, rimangono per anni attivi e controintuitivamente “rafforzano” i microrganismi che combattono.Infatti quelli che sopravvivono diventano più resistenti e rendono meno efficace il trattamento nelle stagioni successive. Inoltre, danneggiano tutta la fauna, gli insetti utili e gli impollinatori. Quell’agricoltura è veloce, ma riduce la porosità dei suoli e la circolazione dell’aria per via del peso smisurato dei mezzi: il terreno compattato si impermeabilizza e non riesce più ad assorbire l’acqua piovana. Quell’agricoltura coltiva solo varietà molto produttive: compie una severa selezione e quindi riduce ulteriormente la biodiversità, trascura le varietà antiche e autoctone e sfrutta al massimo lo spazio eliminando siepi, boschi, sentieri, rigagnoli, prati: tutti scrigni di biodiversità. Quell’agricoltura consuma il suolo delle pianure per infrastrutture giganti come stalle da migliaia di capi o serre sterminate. E non va dimenticato che quell’agricoltura genera grandi profitti privati intercettando l’80% dei finanziamenti pubblici. Quindi la retorica dei contadini come “categoria dell’anima” che vive assorbendo sostegni europei, è falsa: ai contadini, cioè le imprese di piccola e media dimensione che sono l’80% del totale in Italia, arriva complessivamente solo il 20% delle risorse.

Allora, secondo noi è tempo di intensificare il grande lavoro culturale che ha avviato SlowFood quarant’anni fa: se vogliamo mangiare i contadini ci servono. E se vogliamo avere un futuro ci servono contadini che lavorino con e non contro la natura. Serve sostenere una radicale transizione agroecologica, cioè: agricola, sociale ed energetica insieme, che permetta ai contadini di avere uno stipendio a fine mese e ai cittadini di non dover scegliere tra la qualità del cibo e far quadrare i conti. Allora forse nessuno chiederà più “A cosa ci servono i contadini?” senza un po’ di imbarazzo.

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