Si avvicina la stagione di maglioni e piumini: cosa controllare sulle etichette
Durante l’interminabile e torrida estate che ci stiamo lasciando alle spalle, abbiamo sognato il freddo più di una volta. E ora ci siamo quasi. Con il cambio di stagione arriva anche il consueto repulisti degli armadi: cosa tenere, cosa lasciare andare e, magari, cosa comprare? Per scegliere con un po’ più di consapevolezza, conviene partire dall’etichetta e conoscere meglio le fibre e i materiali che ci accompagneranno nei mesi più freddi. Prima di tutto la lana, ma anche cashmere, alpaca e piumino; ciascuno ha caratteristiche molto diverse.
Partiamo con il più celebre, la lana, il cui uso risale addirittura all’epoca della Mesopotamia. Tuttora è la fibra di origine animale più diffusa al mondo, con una produzione di circa un milione di tonnellate l’anno al netto delle impurità; cifre che comunque impallidiscono in confronto a quelle del poliestere (78 milioni di tonnellate nel 2024) o del cotone (24,5 milioni). Chi indossa un maglione in pura lana lo sa: è morbido, idrorepellente, ignifugo, non va stirato e garantisce un ottimo isolamento termico, pur restando traspirante.
Ma “lana”, di per sé, è un’indicazione fin troppo generica. Prima di acquistare un maglione, dovremmo innanzitutto verificare se è composto al 100% da lana oppure da un mix di fibre. Nel primo caso, tra i vantaggi c’è la biodegradabilità: in condizioni calde e umide, la lana può essere decomposta naturalmente dall’azione di funghi e batteri. Se invece nell’etichetta compaiono anche fibre sintetiche come acrilico o poliestere, il fine vita si complica perché servono impianti in grado di separare fibre diverse, il che è tutt’altro che scontato.
Ci sono altre sigle che si possono cercare nell’etichetta. La prima è RWS (Responsible Wool Standard), per la lana proveniente da allevamenti che rispettano requisiti ben precisi in termini di benessere animale e gestione del territorio. La seconda è GRS (Global Recycled Standard) e certifica che il capo è composto per almeno il 50% da lana rigenerata, limitando così il consumo di materiale vergine. La rigenerazione della lana è la specializzazione dello storico distretto tessile di Prato, il cui know-how acquista nuovo valore con la crescente attenzione alla circolarità. Entrambi i sistemi sono ancora in vigore ma a partire dal prossimo anno saranno sostituiti dal nuovo Materials Matter Standard.
Tra le lane più ricercate e pregiate c’è senza dubbio il cashmere, inconfondibile per la sua morbidezza e leggerezza. Anche in questo caso esistono certificazioni ad hoc per la qualità e la sostenibilità della fibra, come la Sustainable Fibre Alliance (SFA) e il Good Cashmere Standard. Ma perché ce n’è bisogno? Perché il cashmere si ricava dal sottopelo delle capre allevate soprattutto nelle steppe della Mongolia, ecosistemi aridi e vulnerabili. Una gestione poco attenta degli allevamenti può aumentare la pressione sui pascoli e contribuire al degrado del suolo. A questo si aggiunge il benessere animale, perché dietro una fibra così pregiata possono nascondersi pratiche di allevamento e raccolta che provocano stress, ferite e sofferenze alle capre.
La lana può dunque essere ricavata da pecore, ma anche da capre, roditori come il coniglio, bovini come gli yak e camelidi come gli alpaca. Proprio la lana d’alpaca si sta rivelando molto popolare, per la sua morbidezza e capacità di proteggere dal freddo. La produzione resta di nicchia: nel 2024 si è fermata a circa 6.200 tonnellate, il 72% delle quali provenienti dal Perù. Qui oltre il 90% della fibra è prodotto da piccoli allevatori che possiedono mediamente una quarantina di animali. Anche in questo caso esiste una certificazione, il Responsible Alpaca Standard (RAS), che prende in considerazione il benessere degli animali, la gestione dei pascoli e le condizioni sociali negli allevamenti, garantendo anche la tracciabilità lungo la filiera. Nel 2024, però, appena il 7% della lana d’alpaca prodotta nel mondo era certificato RAS.
Oltre alla lana, un altro must dei mesi freddi sono i piumini imbottiti. Un po’ come la pelle bovina, anche le piume sono un sottoprodotto dell’industria alimentare, cioè sono recuperate dopo la macellazione di anatre e oche; oltre che al settore tessile, possono essere destinate anche alla produzione di mangimi e fertilizzanti. In altre parole, nella filiera convenzionale gli animali vengono allevati principalmente per la produzione alimentare, non per ricavarne piume e piumino. I numeri sono di tutto rispetto, con una produzione mondiale di 659mila tonnellate nel 2024.
Il benessere animale, chiaramente, è un tema che non si può sottovalutare. Standard come il Responsible Down Standard (RDS) e DOWNPASS vietano la spiumatura da animali vivi e l’alimentazione forzata, ma sono ancora poco diffusi: Textile Exchange fa sapere che nel 2023 appena il 3% del piumino vergine prodotto nel mondo era certificato RDS. Un’alternativa interessante è il piumino riciclato, riconoscibile attraverso certificazioni come GRS e RCS. Per ora, però, rappresenta soltanto una briciola della produzione globale, appena l’1%.
Questi i più conosciuti schemi che possono darci informazioni sulla correttezza nella gestione della filiera produttiva e protezione dell’animale; non sono però esaustivi delle buone pratiche che potremo trovare nei prodotti di questa categoria. È importante infatti documentarsi bene sul brand, sulle sue politiche di monitoraggio della filiera e sulle sue strategie di riduzione di impatto ambientale e sociale anche nei cicli di trasformazione. Senza mai dimenticare che ogni affermazione deve rispondere a criteri scientifici e verificabili per essere riconosciuta come valida e non incorrere in logiche di green o social washing.