Alejandra Szir, andarsene sapendo esattamente dove (Traduzione di Patrizia Filia)
Le prime cinque poesie qui pubblicate sono tratte dalle raccolte Suecia di Alejandra Szir, raccolta che inizia con la citazione dal 42mo capitolo, volume I, del Don Chisciotte de la Mancha di Cervantes: “Tutto è strano, insolito e pieno di avvenimenti che sorprendono e lasciano senza fiato”. Si potrebbe dire lo stesso dei fatti che accadano durante un’esistenza, per esempio in quella di Alejandra, il cui padre Pablo Szir, cineasta e militante politico, venne detenuto e fatto poi sparire nel nulla durante il regime di Videla. Di come la figlia dovette lasciare il quartiere dove era nata, il centrale Flores a Buenos Aires, dove aveva trascorso i suoi primi cinque anni di vita, due con entrambi i genitori e tre solo con la madre, la regista, scenarista e produttrice cinematografica Lita Stantic; di come madre e figlia dovettero traslocare altrove per problemi di sicurezza. Avvenimenti che lasciano senza fiato. Sono poesie dettate da esperienze dolorose, dallo sradicamento, dalla solitudine, dalla distanza, ma anche da momenti che paiono spensierati, quasi una rivincita. L’ultima poesia apre la raccolta Quaderno.
P. F.
***
Potrei mangiare tutte le torte
che comprai per il tuo compleanno.
Potrei andarmene ora
senza lasciare nessun messaggio
potrei rinchiudermi in camera
e non parlarti più.
Oppure potrei
nominare persone
solo per ferirti.
Potrei adottare un gatto
per poi abbandonarlo.
Potrei rompere tutti gli orologi
non andare più a scuola
dimenticare i miei appuntamenti.
Potrei decidere di non andare mai via da qui
per non tornare, per non fare visita.
Potrei dimenticare tutti
gli amici e i nemici.
Potrei spegnere il riscaldamento
e lasciare che tutte le tubature ghiaccino.
Potrei insultare tutti i tuoi cari
assenti o presenti
fare lo stesso con i miei
chiamarli per telefono, insultarli.
Potrei ferire ogni essere vivente
ma la mia tristezza
è ancora più grande.
***
I giorni di caldana continuano.
L’acqua del lago pare petrolio.
Alle nove non ci sono più conigli
all’alba hanno già paura.
L’erba è secca e non mi bagna
le scarpe da ginnastica
non macchiano i calzini
la gente si è presto stufata d’andare al lago.
Il trattore che liscia la sabbia arriva più tardi.
E sei andata via.
Ne capisco il motivo.
Eppure andasti via.
L’unica persona che mi capiva.
Ora così lontana.
M’immergo.
Alghe erano cresciute, le schivo.
Una palla da golf mi colpisce in testa.
Una palla da golf galleggia sull’acqua.
Il trattore inizia a stridere
è ora d’asciugarsi
d’andarsene
sapendo esattamente
dove.
***
FLORES
Se i tuoi occhi fossero i miei
allora tu saresti.
Di nuovo saresti.
Non posso essere cinica.
Costruisco i miei giorni senza il tuo aiuto.
Troveresti simpatiche solo le mie decisioni
impulsive
e mi ferisce la risata di uno sconosciuto.
Ma no.
Ciò che ci lega
è la nostra indipendenza.
Anche se ha poca importanza.
Furono le tue decisioni
ed ora sono le mie.
Vediamo quasi con gli stessi occhi.
Vedo un corvo su un tetto nero.
Nero su nero su nuvole bianco-grigie.
E tu vedi il parco, la casa,
vedi noi.
I giorni, ciò che non ho.
***
Nel mio sogno appare la sua immagine
e calma mi consiglia
Tutto è migliore e più semplice
di come lo è quando tra poco mi sveglio.
Quando cammino fino al termine del molo
visto prima nel sogno e poi su una rivista.
Lei dice “questa è Melbourne”
e la città si estende all’orizzonte.
Quando parlano nei miei sogni
è un modo per starmi vicini
perché sono tanto lontani
come un coala addormentato
sul ramo più alto di un eucalipto
senza cadere.
***
C’è un Davide
scolpito nella pietra
sul muro di una casa.
Ha la barba e suona l’arpa
mentre San Giorgio uccide il drago
nella chiesa dirimpetto.
Ha vesti azzurre
e il cielo è cosparso di stelle.
C’è un’esigua probabilità
che la casa mi appartenga
ora che non ho più patria
potrei ricordare l’appartenenza alla tribù
se non mi hanno ancora espulsa
per la mia mancanza d’educazione.
La casa di Davide potrebbe essere la mia
anche solo per una questione di nome.
Davide canta
per tranquillizzare un sovrano.
Io canto per calmare me stessa.
***
Non dire niente
non è silenzio
è una furia in miniatura.
La notte d’estate
lei ballò in camicia da notte
e seppi.
Questo non si camuffa.
***
Alejandra Szir (Buenos Aires, 1971) vive e lavora nei Paesi Bassi. È scrittrice, traduttrice, insegnante di spagnolo e coordinatrice di laboratori di scrittura creativa. Nel 1987 riceve una menzione d’onore per la sua novella Memorias de Ana Juana (Prima Biennale Giovani di Buenos Aires, giuria Adolfo Bioy Casares). I suoi volumi di poesia pubblicati sono Extrañas palabras (1998, menzione d’onore concorso Diario de Poesía), Suecia (2006, Premio Nazionale per poeti debuttanti), Cuaderno (2009), Hermanatria (2020, con María Ester Alonso Morales) e Voces entre dos orillas (antologia del 2024, con Alejandra Darriulat, Mariana Rosa, Cuca Esteves e Mirjam Musch). Ha inoltre pubblicato poesie nelle antologie Poetas Argentinas, 1961-1980 (2007) e Si Hamlet duda le daremos muerte (2010). Nell’ambito degli studi olandesi e latino-americani all’Università di Leida, ha rivolto la sua attenzione al poeta e romanziere olandese Jan Jacob Slauerhoff e ai suoi viaggi in Argentina; il suo saggio del 2017, Las fronteras del yo. Entre señoras, prostitutas, indios y gauchos, ne rappresenta il risultato. Nel 2018 ha collaborato col poeta Antonio Cruz alla redazione del numero monografico della rivista letteraria spagnola «Ravenswood Magazine» De todos modos la vida entera está perdida, numero dedicato alla vita e all’opera di Slauerhoff. Nel 2026 esce la novella Las escritoras de Salzburgo. È figlia di Pablo Szir, cineasta e militante politico, detenuto e sparito nel nulla durante il regime di Videla. La foto che qui la ritrae è di Francisca Vink.