Per quanto ancora dovremo sopportare lo spettacolo penoso del Palazzo del Lavoro nel degrado?
Da più di 20 anni, il cosiddetto Palazzo del Lavoro di Torino, giace in una condizione di penoso degrado. Ormai una ferraglia, tenuto conto della struttura, in gran parte in acciaio, progettata da Pier Luigi Nervi per Italia ’61, la cittadella nata sulle sponde del Po per celebrare i 100 anni dell’Unità d’Italia.
Si sono fatte diverse ipotesi di riuso, anzi molti giornali avevano dato con annunci roboanti, a seguito di pompose conferenze stampa, imminenti suggestive destinazioni d’uso da parte di non precisati gruppi stranieri. Dopo pochi giorni però le notizie si sgonfiavano per trovarne subito altre, e così si passava da sedi universitarie, a centro commerciale, a mega hotel, a cittadella del divertimento. La proprietà passa di mano dal Comune a Cassa Depositi e Prestiti, che ormai detiene come il Demanio un numero imprecisato di immobili di cui non sa cosa farsene.
L’edificio è un grande parallelepipedo a base quadrata di circa 158 metri per lato e 25 metri di altezza. La copertura è retta da 16 imponenti pilastri in cemento armato a forma di “fungo” o a base cruciforme, alti 25 metri, che si allargano in alto a formare una raggiera. Il tetto è diviso in 16 elementi indipendenti a forma di ombrello (40 metri di lato ciascuno), separati da strisce di lucernari continui che inondano di luce naturale l’interno. La facciata esterna è prevalentemente in curtain wall ritmata da grandi palette frangisole.
Tra gli acquirenti ventilati anche il solito sceicco del Qatar, interessato – si diceva – anche a Villa Frescot, la storica dimora degli Agnelli, ancora sul mercato. Poi tutti si sono ritirati, spaventati forse dagli alti costi di ristrutturazione perché recuperare il “moderno” è più oneroso dunque edificio antico mentre nel nuovo piano regionale viene confermata la destinazione commerciale. Forse, azzardo io, data la splendida posizione panoramica, non del tutto irrealistica quella alberghiera. Certo è che lo spettacolo desolante di ferraglia arrugginita, non può essere sopportato a lungo, dato che la cultura della demolizione da noi non esiste, come ad esempio a lungo ipotizzato per il cosiddetto palazzaccio nella zona romana, di fronte al Duomo di Torino, ovvero l’edificio dei lavori pubblici che incombe come un vulnus in una delle zone auliche e più iconiche della capitale sabauda, dove si fondono il Rinascimento, il Medioevo e l’Epoca romana.
Tenuto conto della L.42/2004 già L.1089/39, è vincolato avendo più di 70 anni, norma che in una legge pressoché perfetta io personalmente non condivido, poiché costringe a conservare edifici degli anni 60, sinceramente non degni di nota. A volte occorrerebbe riformare anche la legge che preserva la Bellezza per evitare che tutto si conservi, anche ciò che è irrecuperabile, a meno di costi insostenibili a danno di edifici pregevoli.