AfD ha vinto perché offre l’idea di poter tornare a incidere sulla realtà
di Francesco Miragliuolo*
Le elezioni in Sassonia-Anhalt ci consegnano un risultato in parte prevedibile, ma non per questo meno impressionante: Alternative für Deutschland sfiora il 44 per cento dei consensi. Un dato che colpisce soprattutto perché arriva dalla Germania, il Paese che più di ogni altro, dopo la catastrofe del nazismo e il crollo della Repubblica di Weimar, ha costruito la propria identità politica intorno alla difesa della democrazia.
Non è un caso che l’articolo 21 della Legge fondamentale tedesca preveda la cosiddetta “democrazia protetta”: i partiti che mirano a compromettere o eliminare l’ordinamento democratico e liberale possono essere dichiarati incostituzionali dal Tribunale costituzionale federale. Eppure, proprio in Sassonia-Anhalt, AfD, il cui ramo regionale è classificato dagli organismi di tutela costituzionale come estremista di destra, diventa di gran lunga la prima forza politica.
La domanda, allora, non è soltanto perché tanti cittadini abbiano votato AfD, ma che cosa si sia spezzato nel rapporto tra società, istituzioni e rappresentanza.
Hartmut Rosa offre una prima chiave: AfD riesce a restituire a molti elettori la sensazione di poter nuovamente agire sulla realtà. Una parte della popolazione ha maturato l’idea che la politica tradizionale non sia più capace di cambiare davvero le cose; AfD, al contrario, promette di “riprendere il controllo”, indipendentemente dalla concreta realizzabilità delle sue proposte.
Ma perché questa capacità di agire è venuta meno? Colin Crouch ha definito “postdemocrazia” una condizione nella quale elezioni e istituzioni democratiche continuano a esistere, mentre il potere effettivo tende a concentrarsi in élite politiche ed economiche sempre più ristrette. Una democrazia che, svuotandosi della partecipazione sostanziale dei cittadini, può assumere tratti sempre più oligarchici.
Gramsci insegnava che quando le classi dirigenti non riescono più a costruire consenso e a trasformare la propria visione del mondo in senso comune, si apre una crisi di egemonia. Il vecchio continua a governare, ma non riesce più a dirigere. AfD cresce anche dentro questo vuoto: non offre soltanto un programma politico, ma una narrazione capace di dare un nome alla rabbia, alla paura e al sentimento di esclusione.
Le istituzioni restano democratiche, ma una parte dei cittadini non si sente più realmente autrice delle decisioni collettive: è la crisi di legittimazione descritta da Habermas. Si vota, ma cresce la percezione che le scelte fondamentali siano prese altrove, da apparati politici, economici o sovranazionali sui quali il cittadino ritiene di non avere alcuna influenza.
Ciò avviene quando si indeboliscono partiti, associazioni, corpi intermedi e luoghi di partecipazione, l’individuo può trovarsi politicamente isolato e perdere quel “mondo comune” nel quale riconoscersi insieme agli altri. I movimenti radicali diventano allora capaci di offrire non soltanto risposte, ma appartenenza, identità e un nemico cui attribuire la propria impotenza.
I dati sul voto rendono questa crisi ancora più evidente. AfD non è stata scelta soltanto da un elettorato marginale o ideologicamente radicalizzato: secondo Infratest dimap ha ottenuto il 59 per cento tra gli operai, il 52 tra gli autonomi, il 46 tra gli impiegati e il 38 tra i pensionati. È un dato che dovrebbe interrogare soprattutto la sinistra e i grandi partiti popolari: pezzi consistenti del mondo del lavoro non si sentono più rappresentati da chi storicamente pretendeva di rappresentarli.
Il successo di AfD, dunque, non può essere liquidato soltanto come ritorno del nazionalismo o crescita della xenofobia. È anche il sintomo di una crisi di egemonia, legittimazione e partecipazione. Combattere l’estrema destra resta necessario, ma non basta costruirle attorno un cordone sanitario se, fuori da quel cordone, continuano a crescere le condizioni che la rendono credibile. La vera sfida democratica è restituire ai cittadini ciò che Rosa individua come decisivo: la percezione di poter incidere sul proprio destino collettivo. Perché quando la democrazia smette di apparire come uno strumento di trasformazione e diventa soltanto amministrazione dell’esistente, qualcuno finirà inevitabilmente per promettere di rovesciare il tavolo.
* Studente di Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli e attivista politico