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Ti ricordi… Fatih Terim, l’Imperatore del “se voglio” che a 6 anni cucinava per strada e nei cinema

La storia dell'ex giocatore e oggi allenatore turco che in Italia arrivò alla Fiorentina dopo aver costruito il suo "regno" con il Galatasaray
Ti ricordi… Fatih Terim, l’Imperatore del “se voglio” che a 6 anni cucinava per strada e nei cinema
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“Se voglio”. Una frase che oggi rimanda più all’imitazione, meravigliosa, di Maurizio Crozza che a chi la pronunciava originariamente. Quel “Se voglio”, tuttavia, è perfetto per raccontare un personaggio come Fatih Terim, l’Imperatore. Nato ad Adana, 73 anni fa, in un contesto tutt’altro che imperiale: papà Talat è invalido dopo una poliomielite mal curata, è un buon calzolaio ma non basta per sostenere la famiglia, e così cucina pure manicaretti turchi che vende in strada o nei cinema. Fatih a soli sei anni aiuta il padre: gli altri bambini guardano film coi loro papà, Fatih è accanto al suo a lavorare. E ne va orgoglioso.

“Tutto quel che mangio oggi, l’ho venduto assieme a mio padre: dalle nocciole al bulgur” racconterà in un’intervista, quando era già divenuto “Imperatore”. Quella gavetta gli tempra il carattere: è un ragazzo orgoglioso che diventa un difensore duro e mai domo nell’Adana Demirspor che a 15 anni lo tessera. Duro, senza paura, pronto a tutto pur di difendere compagni e colori della sua squadra: diventa “kabadayi”, un termine turco che indica un tipo tosto, che non china mai il capo. Pur di tenere quel ragazzo il club gli versa un piccolo stipendio, tenendolo nascosto ai compagni di squadra: diversamente, Fatih, avrebbe dovuto rinunciare al calcio dovendo aiutare la famiglia. Quando ha 18 anni vince il campionato ottenendo la promozione, diventa capitano del club e attira le attenzioni del Galatasaray. Attenzioni non da poco visto che il club manda da Istanbul addirittura Metin Oktay, il leggendario “Taçsiz Kral” (“Il Re senza Corona”, film girato sulla vita di Oktai) per prenderlo.

È l’inizio di una storia che sembra scritta apposta per costruire una leggenda. Metin Oktay, l’uomo che a Istanbul è una divinità con gli scarpini ai piedi, va ad Adana per convincere quel ragazzo a vestirsi di giallorosso. Terim arriva al Galatasaray nel 1974 e lì resterà undici anni, diventandone capitano e bandiera. Non vincerà però mai il campionato da calciatore. È uno dei paradossi della sua storia: l’uomo destinato a diventare l’Imperatore del Galatasaray non riuscirà a esserlo quando ancora indossa i pantaloncini. Lo diventerà dalla panchina. E prima ancora di vincere, imparerà a comandare. Terim smette di giocare nel 1985 e comincia un’altra carriera. Studia, prende i corsi UEFA, osserva gli allenatori stranieri, assorbe tutto quello che può.

Poi torna al Galatasaray nel 1996 e comincia il suo regno. Quattro campionati consecutivi, dal 1997 al 2000, e infine quella notte di Copenaghen che cambia per sempre il calcio turco: 17 maggio 2000, Galatasaray-Arsenal, finale di Coppa UEFA. Novanta minuti senza gol, poi i supplementari, poi i rigori. Il Galatasaray vince e Terim diventa il primo allenatore turco a conquistare un trofeo europeo. La sua squadra, soprattutto, diventa la prima turca a farlo. Da quel momento non è più soltanto Fatih Terim. È l’Imperatore, l’İmparator. Un soprannome che gli calza addosso per la postura, per il modo di parlare, per quella capacità quasi teatrale di entrare in una stanza e occuparla tutta. Nel suo ufficio campeggia persino un ritratto di Napoleone Bonaparte. Accanto, però, ce n’è un altro: quello di suo padre Talat. Il condottiero e l’uomo che aveva venduto pistacchi e bulgur per strada. Due modelli apparentemente lontanissimi, ma forse per Terim due facce della stessa idea: comandare significa prima di tutto non arrendersi.

Ed è con questo bagaglio di carisma iperbolico che nell’estate del 2000 l’Imperatore sbarca in Italia, approdando alla Fiorentina. L’impatto con la Serie A – all’epoca il campionato più difficile e tattico del mondo – è devastante e poeticamente anarchico. Terim se ne frega dei lavagnetti e dei dogmi italiani; lui porta un calcio d’attacco garibaldino, feroce, fatto di pressing altissimo e cuore a briglia sciolta. I tifosi viola si innamorano all’istante di quell’uomo che parla un italiano tutto suo, fatto di gesti imponenti, sguardi infuocati e concetti primordiali. “Tattica è tattica, ma quando c’è cuore, tattica va via”: una frase che in qualunque altro tecnico sarebbe sembrata un’eresia, pronunciata da lui diventa poesia da curva. La sua Fiorentina incanta, travolge le grandi, conquista la finale di Coppa Italia e i tifosi vorrebbero il rinnovo: “Se non firma Terim, ti facciamo un culo così”, canta la Curva a Cecchi Gori. Ma i contrasti sono insanabili e a febbraio si consuma la rottura. Poi arriva il Milan.

L’estate del 2001 è un piccolo concentrato di calcio italiano: Rui Costa, Shevchenko, Inzaghi, Maldini, Galliani e Berlusconi. E in mezzo a loro Terim, che in pochi mesi riesce a essere contemporaneamente allenatore del Milan e personaggio da televisione. È l’epoca in cui Maurizio Crozza comincia a imitarlo. Quel «Se voglio» che oggi, a distanza di anni, sembra nato direttamente dalla caricatura, in realtà apparteneva già al repertorio dell’originale. Crozza esaspera la voce, il gesto, la prosopopea. Ma il materiale di partenza è già straordinario.

Terim al Milan diventa persino protagonista di un’altra scena surreale: durante i pranzi della squadra, raccontano, a un certo punto si alza e se ne va in camera per guardare il Grande Fratello. Non c’è Maldini, non c’è Rui Costa, non c’è Shevchenko che tenga: l’Imperatore vuole sapere se nella casa è nato un nuovo amore. A Milano, però, l’Impero dura poco. Dopo 112 giorni il Milan lo esonera. Al suo posto arriva Carlo Ancelotti.

Ma l’Imperatore non abdica. Torna al Galatasaray, poi torna ancora alla Nazionale turca. Nel 2008 porta la Turchia a una semifinale europea che ancora oggi appartiene alla mitologia del calcio del Bosforo. È una squadra che sembra non morire mai: segna all’ultimo minuto, recupera quando sembra spacciata, ribalta partite impossibili. Terim la guarda dalla panchina con la solita espressione: non stupita, quasi offesa dall’idea che la partita possa finire prima che abbia deciso lui. Ad Adana, ad esempio, volevano dedicargli una squadra: “Voglio una scuola” ha detto, liquidando la questione. Il “se voglio” di Crozza si risolveva quasi sempre in un dispettoso “no non voglio” del suo Fatih. Quello vero, invece, ha passato una vita a dire il contrario. Voleva. Voleva giocare, voleva arrivare, voleva imparare, voleva vincere. A volte ci riusciva, altre no. Ma non si arrendeva.

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