Il gruppo femminista che si oppone al riarmo del Giappone: “Siamo in un nuovo periodo pre-bellico, ma le donne ora votano e faranno sentire la loro voce”
La prima donna premier della storia del Giappone, Sanae Takaichi, “non possiede i requisiti necessari per ricoprire la carica. Siamo preoccupate per l’accelerazione dell’espansione militare, per le pressioni volte a indebolire i principi pacifisti della Costituzione del dopoguerra, per politiche che non promuovono sufficientemente l’uguaglianza di genere e per uno stile di governo che non riconosce il dialogo e le voci delle minoranze”. A parlare a ilfattoquotidiano.it da Roppongi, uno dei quartieri più popolari e iconici di Tokyo, sono Yoshiko Maeda e Kaori Sakai, rispettivamente co-rappresentante e segretaria dell’Associazione delle donne giapponesi per la pace e contro l’espansione militare.
Il governo Takaichi sta riarmando il Giappone: ha aumentato la spesa per la difesa, installato missili sul territorio e liberalizzato l’esportazione di caccia, navi e sottomarini da guerra. L’articolo 9 della Costituzione – che è entrata in vigore dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale e nel contesto dell’occupazione americana – vieta al Paese di mantenere forze terresti, aeree e navali, o altro “potenziale bellico”. Negli anni però il testo è stato reinterpretato e la nazione si è dotata di un esercito di “autodifesa”. Il partito Liberal-democratico (Ldp), che esprime la prima ministra, ha guidato il riarmo; per un paradosso della storia, proprio con l’autorizzazione degli Stati Uniti, che l’hanno favorito in chiave anti-cinese.
A queste riforme si sono opposte grandi associazioni maturate nella società civile, come Nihon Hidankyo (premio Nobel per la Pace), Kyūjō no Kai — Article 9 Association e, più in generale, una vasta rete di movimenti contro il nucleare e la presenza di basi americane sul territorio nipponico. Il femminismo si aggancia a questa tradizione e rafforza il movimento pacifista perché “non mette in discussione solo il dominio maschile, ma anche i sistemi nei quali la sicurezza viene definita attraverso il potere militare. Le donne e i bambini sono colpiti in maniera sproporzionata dalla guerra, dagli sfollamenti e dalla violenza sessuale. Il militarismo è un sistema di valori dominato dagli uomini, contro il quale dobbiamo lottare”.
Viaggiando per il paese, i segni della mobilitazione anti-bellicista sono visibili, anche se molti cittadini, soprattutto giovani e studenti, sono restii a parlare di politica. Nelle megalopoli come Tokyo od Osaka, nei villaggi di montagna – che si arrampicano sulle Alpi – e nelle piccole città di porto si vedono cartelloni contro la guerra, che spesso richiamano la Costituzione. Talvolta capita di imbattersi in sobrie manifestazioni di protesta e sit-in.
L’associazione femminista nasce l’11 gennaio 2023, un mese dopo che il governo Kishida ha programmato 43mila miliardi di yen per la difesa e autorizzato Tokyo a dotarsi di missili a lungo raggio, per poter “contrattaccare” in caso di aggressione. Fu una rivoluzione copernicana per la dottrina militare nipponica, considerati i presupposti storici e costituzionali. “Il Giappone sta acquisendo la capacità di colpire obiettivi in profondità all’interno del territorio di un’altra nazione. Anche se viene descritta come difensiva, questa capacità crea un serio rischio di escalation e di errori di valutazione”. Il movimento lancia una petizione dal titolo “La vita prima del riarmo” che raccoglie quasi 80mila firme. Il paese del Sol Levante sarebbe entrato in un nuovo “periodo pre-bellico”. Però, a differenza del passato, “le donne ora hanno il diritto di voto e la possibilità di far sentire la propria voce”.
“Dare per scontato che una donna al potere debba automaticamente perseguire politiche pacifiste è di per sé uno stereotipo di genere: potrebbe anche continuare ad agire all’interno di un sistema plasmato dal militarismo e da valori patriarcali, contribuendo a rafforzarlo. Avere una donna come primo ministro è certamente significativo, ma la rappresentanza non basta. Non abbiamo bisogno di più donne in posizioni di potere, ma di donne – e di uomini – disposti a porre la sicurezza umana, il dialogo e la pace al centro della politica”. L’organizzazione si radica nel territorio, fondando sezioni in Kansai, Kumamoto, Hokkaido, Ibaraki, Miyazaki e Oita; non è stato semplice, racconta Maeda, in un paese con una forte tradizione patriarcale come il Giappone.
Nel movimento, che è guidato da una leadership collegiale, militano anche l’ex rettrice dell’Hosei University Yuko Tanaka, la mangaka Akiko Higashimura e Chizuko Ueno, una delle più note sociologhe e femministe giapponesi. Le iscritte organizzano simposi culturali e attività di piazza. In passato hanno sostenuto candidati dell’area progressista; tuttavia, sottolineano, “siamo indipendenti dai partiti politici”. Il 4 agosto 2026 l’esecutivo ha pubblicato il “Defence White Paper”, presentando il riarmo come un’opportunità di crescita economica. “Non c’è soltanto il rischio di un’ulteriore militarizzazione”, avvertono Maeda e Sakai, “ma anche quello che l’economia diventi dipendente dall’industria militare e perda l’opportunità di uno sviluppo sano”.
La premier ha assicurato che l’aumento delle spese in difesa non ricadrà su famiglie e imprese. Secondo l’associazione invece “porterà a un incremento delle tasse e sottrarrà risorse alla sanità, all’istruzione e alla cura dei bambini”. Inoltre, “il dispiegamento di missili a lungo raggio e l’espansione delle basi militari potrebbero trasformare le comunità, in particolare a Okinawa e nelle isole sudoccidentali, in potenziali obiettivi in un conflitto regionale”. Il governo considera la Cina “una sfida strategica senza precedenti”, che giustifica il riarmo, soprattutto in vista di una crisi nello stretto di Taiwan.
“Non neghiamo che esistano serie preoccupazioni per la sicurezza che coinvolgono la Cina, ma rifiutiamo l’idea che debba essere semplicemente definita come un nemico o come un’inevitabile minaccia militare. Giappone e Cina sono profondamente interconnessi dal punto di vista economico e sociale. Proprio perché esistono tensioni, sono essenziali diplomazia e dialogo”. Il movimento, che ha chiesto al governo Takaichi di riconoscere la Palestina, condanna il genocidio di Gaza commesso da Israele e la guerra di Trump con l’Iran.