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Morto Enzo Bianchi, addio al monaco anticonformista che fondò la comunità di Bose: “Imparare a morire è stato il cammino dell’imparare a vivere”

Religioso, saggista e uomo del dialogo, è morto questa mattina a 83 anni. "Esiliato" dalla sua comunità nel 2021, aveva ricominciato a 80 anni con la Casa della Madia. Nonostante la malattia, non aveva smesso di incontrare "fratelli e sorelle", viaggiare e progettare il futuro
Morto Enzo Bianchi, addio al monaco anticonformista che fondò la comunità di Bose: “Imparare a morire è stato il cammino dell’imparare a vivere”
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Se una vita ultraterrena esiste, Dio ora avrà il suo bel da fare a dibattere con Enzo Bianchi. Il monaco, fondatore della comunità di Bose e della fraternità della Madia – saggista, viaggiatore, cuoco, appassionato dell’orto – inviso a molti prelati della Santa Sede, ma amato da migliaia di persone che si interrogano, è morto vivendo. Proprio come ha scritto in un suo libro, ha dato “vita ai giorni e non giorni alla vita” fino alla fine. Fratel Enzo è morto questa mattina, 1°settembre, all’ospedale Molinette di Torino, a causa delle conseguenze di un corpo malato e fragile, forse con qualche rimorso ma nessun rimpianto. Aveva 83 anni. La salma sarà portata mercoledì mattina alla fraternità della Madia ad Albiano d’Ivrea dove alle 21 si terrà una veglia di preghiera.

Il 3 agosto scorso ha voluto partecipare ai funerali dell’amico don Antonio Mazzi, tre giorni dopo ha festeggiato con i suoi fratelli e sorelle la festa della Trasfigurazione. Nei mesi di giugno e luglio ha organizzato una festa del riso nella sua cascina/monastero e a metà giugno era a Pomaia, in Toscana, per incontrare gli amici monaci buddisti dell’Istituto Lama Tzong Khapa. Aveva sognato di poter trascorrere qualche giorno sulla spiaggia in Sardegna – come ha sempre fatto – ma la salute l’ha costretto a non partire. Tuttavia, sulla sua agenda aveva già fissato appuntamenti per l’autunno tra cui un corso di cucina guidato da lui stesso.

Era così fratel Enzo Bianchi: inarrestabile, capace di immaginare sempre un futuro (soprattutto per gli altri), misericordioso ma di una mitezza per nulla bigotta, parresiasta, ironico, istrione, amante del buon cibo e del buon vino così come degli amici veri. Chiunque essi fossero: senza tetto, politici, preti, giovani alla ricerca, cantautori come Lucio Dalla e Vinicio Capossela. Con quest’ultimo proprio il 31 maggio scorso aveva dialogato in una memorabile serata a Mondovì. Non amava soffrire e nemmeno gli ospedali, tant’è che non è mai stato facile ricoverarlo, ma era sicuramente pronto alla morte. Lui che negli ultimi anni era stato costretto alla dialisi parlava di “dolore insensato” ma scriveva: “Guardando al mio passato, mi accorgo che il cammino dell’imparare a morire è stato il cammino dell’imparare a vivere”.

Nato il 3 marzo del 1943 a Castel Boglione (dove sarà sepolto), nell’infanzia ha dovuto fare i conti con la perdita della mamma, restando in casa con un padre ateo e comunista che gli ha insegnato ad amare i più poveri. Dopo essersi diplomato in ragioneria, ha intrapreso gli studi in Economia all’Università, ma presto li ha abbandonati per andare a vivere in solitudine in una piccola cascina nella frazione di Bose a Magnano (Biella). Tre anni dopo, nel 1968, si sono avvicinati a lui altri uomini, cattolici e protestanti e una prima donna per provare a vivere in comune, nel celibato, nella preghiera e nel lavoro. È l’inizio del cammino della comunità di Bose. In un video d’archivio di RaiStoria un giovanissimo Bianchi spiega: “Pur avendo una vita di preghiera, di contemplazione e di silenzio lavoriamo in mezzo agli altri. Qualcuno di noi è infermiere, insegnante, operaio. All’inizio ci sono state tensioni con le autorità ecclesiastiche perché avevano diffidenza sia per l’esperienza ecumenica sia perché viviamo uomini e donne insieme”. A dare loro una mano è stato il cardinal Michele Pellegrino e nel 2000 la comunità è stata riconosciuta come associazione privata di fedeli.

In quell’angolo sperduto della Serra d’Ivrea, negli anni sono arrivati in migliaia per condividere la vita e la preghiera dei monaci ma anche per ascoltare Bianchi. Una comunità che negli anni è diventata un polmone d’ossigeno del cristianesimo attraverso un monachesimo capace di leggere la Storia ospitando a parlare Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, Massimo Recalcati e tanti altri. Il priore non ha mai smesso di dar vita a cose nuove, tanto da realizzare altre fraternità a Cellole, a Ostuni, a San Masseo, a Gerusalemme. Nel dicembre 2016, Bianchi sorprende tutti dimettendosi da priore pur restando a Bose. La comunità si appresta a vivere una nuova pagina: nel maggio del 2020, con un decreto approvato da Papa Francesco, viene chiesto al fondatore e ad altri due fratelli e una sorella di allontanarsi da Bose. Nella comunità viene inviato persino uno psicanalista canossiano, Amedeo Cencini, che commissaria de facto Bose e indaga sulla vita di ciascun monaco e monaca.

Nel giugno 2021, fratel Enzo lascia la sua casa per andare a vivere a Torino. Con lui se ne vanno in tanti, prendendo le più svariate strade. Per il saggista è un periodo molto triste, scrive: “Sono nell’esilio che mi hanno inflitto”. A salvarlo sono ancora una volta la sua tenacia, l’intraprendenza, e quell’egocentrismo che lo ha reso unico e originale. A ottant’anni ricomincia. Con l’aiuto di tanti amici acquista una cascina ad Albiano d’Ivrea e dove dopo la ristrutturazione va a vivere con i suoi fratelli Goffredo, Maurizio, Giovanni, Claudio e le sorelle Antonella e Laura, oltre agli ospiti che – come a Bose – decidono di trascorrere qualche giorno con loro.

“Con il progetto Casa della Madia ho seguito la mia vocazione monastica, non ho tirato i remi in barca, nonostante gli 80 anni, e ho costruito un nuovo inizio. Voglio vivere da cenobita non da eremita”, scrive Bianchi. Fratel Enzo, con un velo di nostalgia per la comunità a Magnano, viene accolto in un’udienza privata da Papa Francesco. A Casa della Madia, la fraternità inizia ad accogliere tante persone a cui è lo stesso Bianchi a preparare il pranzo ogni giorno. Una nuova primavera fino alla morte. Perché, come cantano i monaci ogni domenica alle lodi: “Cristo è risorto dai morti, con la morte calpesta la morte, e ai morti nei sepolcri fa dono della vita”. Bianchi – per sua espressa volontà – verrà sepolto nel paese natio, Castel Boglione, un piccolo comune nel Monferrato astigiano. Qui si terranno anche i funerali, giovedì prossimo alle 16.30 nella chiesa parrocchiale: a celebrarli sarà un suo fratello monaco, fratel Valerio Lazzarini.

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