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Nouri al Jarrah e ‘I ragazzi di Damasco’: una città che ha fatto nascere abitanti e invasori

Gli invasori nascono in città è una poesia che racconta la caduta della città più antica al mondo e il suo rapporto con questi barbari nati al suo interno
Nouri al Jarrah e ‘I ragazzi di Damasco’: una città che ha fatto nascere abitanti e invasori
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“Abbiamo camminato nella luce del giorno e nella tenebra della notte per raggiungere Damasco dalle dolci estati”. Nouri al Jarrah, uno dei più grandi poeti contemporanei arabi, ci porta finalmente nella sua Damasco. Lo fa nella sua raccolta I ragazzi di Damasco appena pubblicata dall’editore Emuse – ormai specializzato nella traduzione della migliore letteratura araba. La raccolta, uscita qualche anno fa per l’editore arabo al Mutawassit, con sede a Milano, è stata magistralmente tradotta da Gassid Mohammed, poeta e traduttore iracheno, docente a Ca Foscari.

I ragazzi damasceni di al Jarrah vengono raccontati richiamandosi alla mitologia antica. D’altra parte, questo linguaggio non può essere estraneo ad un arabo, visto che – ha sostenuto ripetutamente il poeta – “apparteniamo tutti a una civiltà mediterranea”.

Tappa obbligatoria diventa Damasco, attraverso un viaggio fra il passato e il presente. Ci imbattiamo in una città incapace di accorgersi che gli invasori – i barbari – erano già al suo interno: la città è caduta senza accorgersene. Gli invasori nascono in città è una poesia che racconta la caduta della città più antica al mondo e il suo rapporto con questi barbari nati al suo interno. “La scintilla per scriverla – annota il poeta siriano – arrivò nel 1981 quando lessi la poesia di Kavafis Aspettando i barbari”. Questi uomini, per il poeta greco, erano figure mitologiche estranee alla sua società: non potevano essere greci. “Mentre per me – spiega al Jarrah – queste figure erano già presenti nella nostra comunità”. E, aggiunge, “hanno illuso gli abitanti (di Damasco) di essere figli suoi, invece si sono comportati come gli invasori”.

La città cantata in questa poesia, dedicata proprio a Kavafis, è la Damasco “del partito Ba’th; la città della violenza militare e della violenza settaria”. I torturatori sono siriani, le vittime sono siriane. E’ una notte oscura lunga cinque decenni che ha avvolto le notti damascene di una paura oscura: quella di sparire.

La prospettiva poi cambia, nel 2011, con L’arrivo dei barbari. “Quando i barbari giunsero alle mura della città / spalancate erano le porte / la quiete sommergeva le scale e i balconi e vagava nelle viuzze”. Sono versi che ci restituiscono l’immagine di una città, sempre Damasco, consegnata agli invasori iraniani e russi, entrati senza sparare una pallottola dalla porta principale. Hanno occupato il paese, sono come i greci di Agamennone. Mentre i siriani “sono i troiani del nostro tempo” scrive al Jarrah.

La prospettiva non cambia, neanche adesso che la storia ha girato in una nuova direzione, mettendo fine ad un regime durato mezzo secolo. La società rimane assediata dentro le mura di una città di Troia che continua a difendersi, cercando di sopravvivere ai colpi di coda di decenni oscuri. Al Jarrah è il cantore dei drammi dei siriani. Attraverso la sua poesia, cerca una lingua comune con la quale condividere dolore e gioie di parte della nostra società mediterranea.

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