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Così, all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza, Hamas liquida i ‘collaborazionisti’

Hamas ha giustificato queste “misure eccezionali” invocando il “principio dello stato di necessità”
Così, all’ombra del genocidio nella Striscia di Gaza, Hamas liquida i ‘collaborazionisti’
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Un recente rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato (Gerusalemme Est compresa) e Israele ha identificato 249 casi di esecuzioni extragiudiziali e di grave violenza fisica nella Striscia di Gaza tra agosto 2024 e gennaio 2026, che hanno causato almeno 108 morti. In almeno 60 di questi casi sono state coinvolte forze affiliate ad Hamas. Alcune esecuzioni sono state commesse in pubblico, filmate e annunciate su account vicini ad Hamas, per lo più canali Telegram.

Amnesty International ha indagato su nove esecuzioni extragiudiziali e uccisioni illegali, tutte salvo una avvenute nel periodo immediatamente successivo all’annuncio del cosiddetto cessate il fuoco con Israele dell’ottobre 2025.

Dal 7 ottobre 2023 Hamas ha istituito strutture parallele a quelle ufficiali, operanti al di fuori di qualsivoglia sistema legale, che hanno regolarmente eseguito e spesso filmato punizioni sommarie contro presunti saccheggiatori, hanno interrogato dissidenti e sospetti criminali all’interno di edifici civili, fatto incursioni in abitazioni e minacciato familiari di oppositori. Una di queste strutture è un apparato d’intelligence chiamato Sistema di sicurezza della resistenza. Un’altra è la Sala operativa congiunta della resistenza.

Hamas ha giustificato queste “misure eccezionali” invocando il “principio dello stato di necessità”, a seguito della distruzione delle istituzioni giudiziarie e di sicurezza da parte delle forze israeliane e sottolineando l’urgenza di reagire al caos e alle azioni delle “bande criminali”.

Era già successo nel 2014, durante l’operazione israeliana “Margine protettivo”: stesse dinamiche, stesse spiegazioni per giustificare esecuzioni extragiudiziali di presunti collaboratori, punizioni sommarie, limitazioni alla libertà d’espressione, repressione del dissenso pacifico attraverso minacce, intimidazioni, maltrattamenti e torture.

L’episodio più noto tra quelli recenti risale allo scorso ottobre: subito dopo l’annuncio del cosiddetto cessate il fuoco tra Israele e Hamas, a Gaza City sono cominciati scontri tra la stessa Hamas e membri della famiglia Dughmush. Il tutto è iniziato quando forze affiliate ad Hamas hanno cercato di arrestare alcuni membri della famiglia che si erano riparati in un ospedale da campo nei pressi del quartiere al-Sabra, accusandoli di aver saccheggiato la struttura e di averla adibita a deposito di armi ed esplosivi.

Per una settimana le forze di Hamas hanno circondato le abitazioni della famiglia Dughmush ad al-Sabra. Negli scontri sono morti almeno quattro membri di questa e almeno uno di Hamas. Nel corso dell’assedio, le forze di Hamas e quelle affiliate hanno saccheggiato, incendiato e vandalizzato abitazioni, come si vede in immagini verificate da Amnesty International. Soprattutto, il 13 ottobre, otto uomini della famiglia sono stati uccisi in pubblico con l’accusa di aver collaborato con Israele.

Un video circolato sugli account legati ad Hamas e verificato da Amnesty International mostra otto uomini ammanettati e bendati, alcuni dei quali vestiti solo in parte, venire portati in uno spiazzo di al-Thalathini street, una delle vie principali di Gaza City. Gli otto uomini vengono uccisi da proiettili esplosi da distanza ravvicinata.

Una parente di alcuni degli uccisi ha raccontato l’accaduto ad Amnesty International. Il suo nome non viene reso noto per motivi di sicurezza: “Si erano consegnati dopo la promessa di un processo equo. Due ore dopo sono stati uccisi in pubblico”. Due abitanti di al-Sabra, intervistati separatamente, hanno confermato che gli otto uomini si erano consegnati per porre fine agli scontri e dopo aver ricevuto garanzie che non avrebbero subito danni.

La moglie di uno degli uomini uccisi ha riferito di aver ricevuto una telefonata dal marito la notte precedente l’esecuzione. L’uomo le aveva chiesto di prendersi cura dei loro figli: “Hanno ucciso mio marito e mio figlio. Prima di essere ucciso, mio figlio è stato torturato: aveva le unghie spezzate. Mio marito era una persona onorevole che aveva sempre resistito all’occupazione israeliana. Voglio che tutti sappiano che la nostra non era una famiglia di collaborazionisti. Coloro che hanno ordinato la loro uccisione dovranno essere portati di fronte alla giustizia”.

I familiari che hanno assistito ai funerali hanno dichiarato ad Amnesty International che sui corpi c’erano segni visibili di torture. Alcuni parenti delle vittime hanno poi riferito di aver ricevuto telefonate di scuse da parte di funzionari di Hamas, secondo i quali era possibile che alcune persone fossero state uccise per errore.

Rispondendo ad Amnesty International, Mousa Abu Marzouk, capo del dipartimento Relazioni internazionali e giuridiche di Hamas, ha affermato che sulla vicenda della famiglia Dughmush era stata avviata un’indagine preliminare interna e che le forze di sicurezza avevano “reagito in modo immediato senza riferire alle autorità superiori”.

Dall’inizio del genocidio israeliano, gruppi palestinesi per i diritti umani quali Al Mezan e la Commissione indipendente per i diritti umani hanno ripetutamente condannato le esecuzioni extragiudiziali e le altre uccisioni illegali nella Striscia di Gaza, comprese quelle portate a termine da gruppi armati non identificati, chiedendo alle autorità locali di indagare e di accertare le responsabilità.

La stessa richiesta ha fatto Amnesty International. Nel novembre 2025 Amnesty International ha condiviso con la dirigenza di Hamas una sintesi delle risultanze della sua indagine e le ha ulteriormente scritto nel luglio 2026. Nella loro risposta del novembre 2025 le autorità di Hamas hanno dichiarato che avevano aperto indagini sugli episodi, senza fornire ulteriori informazioni. Da allora non sono pervenute ulteriori risposte.

A quanto risulta ad Amnesty International, nessuna delle persone coinvolte in queste uccisioni o in ogni altra esecuzione extragiudiziale degli ultimi tre anni è stata sottoposta a indagine né ovviamente incriminata, neanche nei casi di “errore di persona”: come quello di Islam Hijazi, un’operatrice umanitaria palestinese morta a Khan Younis nel settembre 2004 dopo che, in un’imboscata, la sua automobile era stata crivellata da 90 proiettili.

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