Ecco la solita Serie A, inutile per il calcio italiano: dopo tante chiacchiere, non c’è traccia di nuove visioni e giovani talenti
Sono passati 144 giorni dalla notte di Zenica che ci ha tolto il terzo Mondiale di fila. In questi mesi abbiamo sentito parlare di riforme istituzionali, rivoluzioni tecniche, proclami di ogni tipo. Invece al calcio di inizio d’agosto, ritroviamo la stessa, identica Serie A che avevamo lasciato: povera, vecchia, soprattutto senza alcuna visione per il futuro del movimento.
Quella che comincia oggi sarà, tra le altre cose, anche la prima stagione dopo l’ennesima apocalisse nazionale. Quella della teorica rifondazione invocata da tutte le componenti e promessa dalle istituzioni vecchie e nuove del nostro calcio. Si dirà, ed è vero, che Roma non è stata costruita in un giorno, che serve tempo per le riforme ma qui sembra mancare il presupposto fondamentale: la volontà di cambiare.
Abbiamo trascorso l’estate sotto l’ombrellone a sorbirci la telenovela del nuovo ct della nazionale, conclusa col ritorno del “traditore” Mancini, dopo l’addio a tempo di record della strana coppia Maldini–Leonardo. Una vicenda stucchevole, in cui non c’è stato uno dei protagonisti che abbia saputo spingersi oltre il circoletto delle proprie conoscenze, e che soprattutto ha fatto passare completamente in secondo piano il vero tema delle riforme. Come al solito ci si è concentrati sulle persone (anzi, sugli amici) e non sui contenuti. Altrettanto sconfortante lo scenario che ci aspetta in campo, dove si gioca davvero a pallone.
La Serie A rivendica di essere il motore del nostro calcio. Ebbene, in che direzione vuole portarlo? Il campionato alle porte non annuncia alcuna novità su giovani, italiani, valorizzazione della tecnica individuale, costruzione delle squadre, che poi è ciò che contraddistingue un movimento. Nel campionato 2026/2027, per mancanza di coraggio o di alternative, il Napoli ripropone ancora una volta Massimiliano Allegri, il profeta del corto muso, nonostante il gioco preistorico e i fallimenti degli ultimi anni. Conservatorismo puro. L’Inter, che pure è quasi l’unica a fornire un apporto sostanzioso alla maglia azzurra, continua ad andare avanti sulla vecchia ossatura costruita da Zhang: Marotta e Ausilio si guardano bene – e anche giustamente, dal loro punto di vista – dal toccare un impianto tattico, il famoso 3-5-2, che suo malgrado ha contribuito allo sfacelo nazionale (troppo difficile da replicare con interpreti diversi, ma d’altra parte diventa impossibile sradicare il blocco dei nerazzurri dalle loro certezze). Gli investimenti di Roma, Como, Fiorentina, Milan, Juve, hanno guardato quasi esclusivamente all’estero.
Scorrendo gli undici di partenza, si fa fatica a trovare anche soltanto un giovane talento italiano che potrebbe esplodere e portare nuova linfa alla nazionale. L’anno scorso almeno c’era curiosità intorno a Pio Esposito, che bene o male si è consacrato all’Inter, e ora dovrà confermarsi su quei livelli. Sembra essere stata un’eccezione. Camarda è un 2008, ha l’età tutta dalla sua, ma se non troverà minuti al Milan rischia di vivere un altro anno interlocutorio. Comuzzo, il difensore del futuro, è stato scaricato dalla Fiorentina (il passaggio al Torino è un downgrade evidente per chi solo un anno fa valeva 40 milioni ed era accostato ai top club), mentre Fagioli e Ndour avranno meno spazio visti i nuovi arrivi stranieri nel centrocampo viola. Forse giusto Liberali a Como, dove comunque partirà da riserva, e Cacciamani a Torino potrebbero rappresentare novità interessanti. Saremmo felici di sbagliarci, ma ad agosto non si vede come questo campionato possa contribuire alla rinascita della nazionale. Vedremo cosa si inventerà stavolta il ct Mancini.
È la dimostrazione che dai miopi patron della Serie A è inutile aspettarsi nulla. D’altra parte sono imprenditori, non benefattori, pensano solo a se stessi. E se non riescono a capire che una nazionale di successo e un campionato virtuoso convengono a tutti, bisognerebbe far sì che gli interessi privati coincidano in qualche maniera con quelli collettivi. Costringerli/incentivarli – un po’ col bastone, un po’ con la carota – a fare il bene del movimento. Esattamente ciò che le istituzioni non riescono a fare. Perciò godiamoci la solita Serie A, inutile per il calcio italiano.