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Marcinelle, i Riva chiudono l’area a caldo: gli operai scioperano, 179 a rischio licenziamento

Il gruppo della famiglia già proprietaria dell'Ilva di Taranto vuole spegnere gli altiforni. La protesta dei sindacati in Belgio. Il sindaco minaccia l'esproprio. Molti gli operai di origine italiana. Sett'antanni fa nell'area industriale si verificò il disastro della miniera, dove morirono 136 connazionali
Marcinelle, i Riva chiudono l’area a caldo: gli operai scioperano, 179 a rischio licenziamento
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L’otto agosto 1956 un incendio divampò a Marcinelle in Belgio all’interno della miniera di carbone del Bois du Cazier, provocando la morte di 262 minatori, di cui 136 italiani. Fu la più grande tragedia del lavoro italiano all’estero e cambiò per sempre il rapporto tra i due Paesi sull’emigrazione. Nunzio Mancini, l’ultimo minatore miracolosamente sopravvissuto alla tragedia di Marcinelle, è deceduto pochi giorni fa a 96 anni il 30 giugno 2026.

Settant’anni dopo il disastro, Marcinelle incrocia ancora vicende che in qualche modo toccano il nostro Paese. L’acciaieria controllata dal Gruppo Riva di Thy-Marcinelle è paralizzata dal 21 maggio a causa dello sciopero degli operai contro la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. A rischio ci sono 179 posti di lavoro, una sessantina dei quali occupati da lavoratori di origine italiana, molti con decenni di anzianità alle spalle.

Tutto è partito lo scorso 16 gennaio, quando il gruppo siderurgico italiano ha annunciato la chiusura definitiva delle lavorazioni con gli altiforni del sito. L’azienda giustifica la scelta con il calo della domanda di acciaio e la conseguente sovrapproduzione del mercato. Una tesi che Métallos FGTB di Hainaut-Namur, il sindacato belga dei metalmeccanici, respinge senza mezzi termini. “Non è colpa dei lavoratori, ma degli errori strategici del Gruppo Riva, in particolare la perdita del loro principale cliente, la Van Merksteijn International, ora parte del gruppo Reinforcing Steel Europe”, spiega al Fatto il presidente del sindacato, Ivan del Percio. Secondo il sindacalista la chiusura dell’area a caldo non sarebbe indolore nemmeno per i circa 150 lavoratori impiegati nella laminazione a freddo. Mantenere attiva solo quest’ultima, infatti, risulterebbe insostenibile. Senza più l’acciaio prodotto in loco, la lavorazione a freddo dovrebbe essere rifornita da due stabilimenti più distanti, uno in Francia e uno in Germania, con costi di trasporto destinati a lievitare drasticamente.

Sul tavolo resta la minaccia del comune. Il sindaco di Charleroi, Thomas Dermine, ha fatto sapere di essere pronto ad avviare una procedura di esproprio nei confronti del Gruppo Riva se non dovesse desistere dalla decisione. La mossa è soprattutto una leva negoziale, utile a spingere la famiglia italiana a cedere l’impianto. Fra i possibili acquirenti, il nome che circola sui media belga è quello del colosso russo Novolipetsk Steel (NLMK), già presente in Belgio a Clabecq e in Italia a Verona. L’eventuale acquisto dell’acciaieria elettrica di Thy-Marcinelle rappresenterebbe per NLMK una mossa strategica vitale per garantire la sopravvivenza dei suoi impianti di laminazione in Vallonia (come quello di La Louvière), poiché dopo il 30 settembre 2028 le deroghe europee che consentono alcune importazioni di acciaio russo verranno meno

“I lavoratori del settore siderurgico in Europa si stanno mobilitando” per rendere quello dell’acciaio “un settore strategico e quindi pubblico”, spiega al Fatto Loris Scarpa, coordinatore nazionale della Fiom-Cgil per siderurgia e energia. Il riferimento è alla Francia, dove l’11 giugno scorso l’Assemblea nazionale ha approvato la nazionalizzazione di ArcelorMittal France, chiesta a gran voce dai dipendenti del gruppo, e al Regno Unito, dove il governo è già dovuto intervenire per salvare la British Steel di Scunthorpe, l’ultima acciaieria con il ciclo integrale, dalla chiusura.

La famiglia Riva è nota in Italia soprattutto per l’Ilva di Taranto, azienda che il gruppo fondato da Emilio Riva ha gestito per quasi vent’anni prima che i magistrati tarantini sequestrassero gli impianti nel 2012 con l’accusa di disastro ambientale. Da allora il siderurgico, un tempo la più grande acciaieria d’Europa, è finito in amministrazione straordinaria attraverso commissari nominati dal governo (dal 2018 al 2024 è stata gestita da ArcelorMittal). L’inchiesta è stata accompagnata dal sequestro di oltre un miliardo alla famiglia Riva, che è rimasta attiva nel settore dell’acciaio con impianti sparsi in diversi Paesi.

Gli eventi di Charleroi non sono un caso isolato. Una dichiarazione congiunta di solidarietà per i lavoratori di Thy-Marcinelle da parte dei rappresentanti dei lavoratori del Consiglio aziendale europeo del Gruppo Riva denuncia “difficoltà legate alla mancanza di investimenti, alle ristrutturazioni, alle tensioni occupazionali” in diversi stabilimenti del gruppo, e chiede alla direzione di “valutare seriamente tutte le soluzioni che consentano di evitare licenziamenti”. Un appello che ha unito lavoratori e sindacati di Belgio, Francia, Germania e Italia.

Charleroi, del resto, è tragicamente legata a doppio filo con l’industria pesante e l’immigrazione italiana. Settant’anni dopo la tragedia di Marcinelle, a pochi chilometri dal sito del Bois du Cazier, gli operai italiani a Charleroi non rischiano più la vita sottoterra, ma il posto in acciaieria, mentre l’azienda che li licenzia ha chiuso l’ultimo bilancio con 9 milioni di profitti.

Lo sciopero e le trattative continuano, e con essi l’attesa di una risposta dal Gruppo Riva. Finché la disputa sindacale non si sarà conclusa con la vendita dell’impianto, la firma di un accordo di transizione o un piano sociale che ne accompagni l’uscita con indennità e ricollocazioni, il calendario esatto della chiusura rimarrà congelato e con esso il destino di almeno 179 famiglie.

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