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Politiche del cinema e dell’audiovisivo: tra Tax Credit e Rai, si naviga a vista

Deficit di trasparenza, manovre discrezionali, nebbie e confusione: si conferma il (mal) governo nasometrico della cultura
Politiche del cinema e dell’audiovisivo: tra Tax Credit e Rai, si naviga a vista
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Quel che caratterizza la politica culturale del governo è una sostanziale continuità con il passato: specificamente sia nell’ambito del cinema e dell’audiovisivo, sia nell’ambito del servizio pubblico radiotelevisivo, non si è registrato nessun radicale cambio strutturale, nessuna lungimirante riforma, ma semplicemente piccoli aggiustamenti di rotta ed una carenza di strategia innovativa.

Il “sistema”, nel suo complesso, non è cambiato: le procedure burocratiche nel settore cinema e audiovisivo non sono migliorate, e continuano a prevalere lentezza ed opacità, sempre sotto la guida della Sottosegretaria delegata, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni; i processi organizzativi della Rai non hanno registrato implementazioni significative, e basti pensare che qualche settimana fa il consiglio di amministrazione ha rinnovato per un altro mandato Paolo Del Brocco, che è alla guida di Rai Cinema (una macchina culturale che muove almeno 300 milioni di euro l’anno e compete con il Ministero della Cultura nel decidere la vita e la morte di tutte le italiche progettualità cinematografiche) da… vent’anni!

In sostanza, sia la (mini) “riforma Borgonzoni” maturata a seguito dell’ormai sopito scandalo del “Tax Credit”, sia le vicende Rai continuano ad essere gestite “come sempre”. Prevalgono conservazione e conformismo: nessuna reale volontà di riforma, ma solo avvicendamenti da “spoils system”. Il deficit di respiro strategico è sempre più evidente, e cresce la stanchezza degli operatori del settore. Nelle ultime settimane, si registra pure una sorta di diffusa rassegnazione: finanche mestizia…

Per quanto riguarda il settore cine-audiovisivo, sia dalla maggioranza sia dall’opposizione si continua ad alimentare un discreto ottimismo rispetto alla nuova legge in gestazione nella Commissione VII (Cultura) della Camera, presieduta da Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), e prima della pausa agostana potrebbe emergere un testo condiviso, che affiderà ad una “Agenzia” le attività attualmente gestite dalla Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura (e quindi anche il Fondo, che nel 2026 è di 626 milioni di euro). Permane però un grande (enorme) punto interrogativo su come verrà definita la “governance” di questa Agenzia, che è peraltro un’idea lanciata per primo dal Maestro Pupi Avati.

Uno scossone s’è registrato in ambito tv pubblica giovedì 2 luglio, con le dimissioni in blocco dei membri della Commissione di Vigilanza: l’organismo bicamerale di vigilanza è stato politicamente azzerato, essendosi dimessi in primis la Presidente pentastellata Barbara Floridia ovvero tutti i 16 componenti delle opposizioni (Pd, M5s, Avs e Italia Viva) denunciando la paralisi dell’organismo, che si protrae da fine 2024. Poche ore dopo anche tutti i commissari della maggioranza hanno annunciato le dimissioni, attribuendo invece lo stallo al rifiuto delle opposizioni di approvare Simona Agnes – sponsor Gianni Letta – alla presidenza Rai (serve il voto favorevole dei due terzi della Vigilanza)… Una vicenda estenuante: scandalosa quanto surreale.

Intanto il “rutilante” mondo dello spettacolo rinnova i suoi riti: la Rai presenta oggi i palinsesti 2026/2027 in quel di Ancona, confermando un qual certo orientamento “destrorso” nell’offerta (c’è chi definisce questo processo semplicemente “riequilibrio” pluralista); a Riccione si chiude “Ciné – Giornate di Cinema”, occasione di incontro e di mercato dell’industria cinematografica, ove le principali società di distribuzione presentano le novità e i titoli in uscita; sabato 11 luglio si conclude a Rimini l’“Italian Global Series Festival”, kermesse molto cara alla Sottosegretaria Borgonzoni, finanziata dal Ministero della Cultura con due milioni di euro ed affidata – non si sa bene con quale procedura – all’associazione dei produttori audiovisivi (privati) Apa attingendo a fondi (pubblici) di Cinecittà…

Incontri e pubblici dibattiti dai quali non emerge – se non con qualche timido cenno – quel malessere profondo e strisciante che si registra “off the record” nei conversari con gli operatori del settore. La maggioranza degli operatori ha timore di ritorsioni, a fronte del rischio che proteste e lamentazioni possano stimolare rallentamenti delle procedure burocratiche, sempre più estenuanti.

Il caso del borgonzoniano festival delle serie tv è sintomatico del governo nasometrico e “discrezionale” del settore: qualcuno ha forse verificato se vi fosse necessità reale di questa kermesse?! No. Chi ha deciso che il finanziamento del Mic dovesse essere di 2 milioni di euro anziché di 1 (uno) o di 10 (dieci)?! Nessuno, se non il Principe di turno. Ed è giusto sostenere questa iniziativa, quando ci sono in Italia centinaia di festival cinematografici, piccoli ma spesso preziosi, che non beneficiano di contributi pubblici?

Si (mal) governa con un uso/abuso di discrezionalità, in assenza diffusa di “valutazioni” dell’intervento della mano pubblica: la patologia è grave a livello centrale – Ministero della Cultura – ma si riproduce a livello di Regioni e Comuni.

A livello apicale il dato più incredibile – come ho già denunciato più volte anche su questo blog – resta che ad inizio luglio 2026 il Ministro della Cultura Alessandro Giuli (FdI) non ha ancora trasmesso ai Presidenti di Camera e Senato (questo prevede la legge vigente) la “valutazione di impatto” sull’intervento dello Stato nel settore cinematografico e audiovisivo per l’anno 2024. Doveva essere trasmessa entro il settembre 2025: sono trascorsi 9 mesi (nove!) da allora, e nessuno sa veramente come siano stati spesi i circa 700 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo per il 2024. E ci si domanda anche come si possa lavorare – in Parlamento – ad una “nuova legge” di settore, senza disporre di adeguata strumentazione di conoscenza. Vedi supra, alle voci “conservazione” e “nasometria”.

Altra dinamica oscura: chi guiderà il più prestigioso premio del cinema italiano, il David di Donatello dopo Piera Detassis, il cui secondo mandato quadriennale è scaduto nel marzo 2026? Anche in questo caso, nebbie della politica culturale. Prevarranno esperienza e professionalità, oppure una logica “discrezionale”, consociativa e conservativa? Forse una modifica di statuto per consentire a Detassis un terzo mandato (vedi supra alla voce Paolo Del Brocco?!)?

Vero è che se la guida dell’Accademia del Cinema Italiano venisse affidata ad una effervescente professionista come Tiziana Rocca forse la cerimonia di premiazione trasmessa su Rai riuscirebbe ad essere finalmente meno ingessata, meno rituale, soprattutto meno noiosa. Ovvero inutile…

Chissà cosa emergerà dalle nebbie della politica culturale italiana… Intanto: trasparenza zero. E temo prevarrà il solito “aumma”.

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