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Berrino e la deprescrizione: “Molte persone assumono cinque, dieci o anche più farmaci contemporaneamente senza sapere se siano necessari. Non è che per ogni problema c’è una pillola”

Il governo scozzese ha inserito nella Polypharmacy Guidance 2026-2029 la revisione sistematica delle terapie e la deprescrizione tra gli strumenti chiave per ridurre il danno da farmaci e migliorare la qualità delle cure
Berrino e la deprescrizione: “Molte persone assumono cinque, dieci o anche più farmaci contemporaneamente senza sapere se siano necessari. Non è che per ogni problema c’è una pillola”
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Per decenni la medicina ha insegnato soprattutto quando iniziare una terapia. Molto meno quando interromperla. È una lacuna che oggi la stessa comunità scientifica riconosce apertamente. Le nuove linee guida pubblicate ad aprile dal Medical Journal of Australia, elaborate da un gruppo multidisciplinare di 72 esperti, osservano che le tradizionali raccomandazioni cliniche spiegano quasi sempre quando prescrivere un farmaco, ma raramente quando sia opportuno sospenderlo. Per colmare questo vuoto vengono proposte 185 raccomandazioni e 70 Good Practice Statements che fanno della cosiddetta deprescrizione una parte integrante della buona pratica clinica, soprattutto nei pazienti anziani con politerapia.

Non è un caso isolato. Già nel 2024 una State of the Art Review pubblicata dal British Medical Journal aveva richiamato l’attenzione sul fatto che la politerapia è associata a un aumento di eventi avversi, cadute, ricoveri, declino cognitivo e mortalità negli anziani, concludendo che la deprescrizione, se programmata e condivisa con il paziente, rappresenta uno strumento sicuro ed efficace per migliorare l’appropriatezza terapeutica. Anche i sistemi sanitari stanno adeguando le proprie strategie. Il governo scozzese, ad esempio, ha inserito nella Polypharmacy Guidance 2026-2029 la revisione sistematica delle terapie e la deprescrizione tra gli strumenti chiave per ridurre il danno da farmaci e migliorare la qualità delle cure, consolidando un orientamento che nel Regno Unito era già stato anticipato dalla Pragmatic Prescribing Guidance promossa dalla British Geriatrics Society. Ma la medicina occidentale sta davvero imboccando la strada di un uso più sobrio dei farmaci oppure continua a prevalere una cultura della prescrizione? Lo abbiamo chiesto all’epidemiologo Franco Berrino, già Direttore del Dipartimento di medicina preventiva dell’Istituto tumori di Milano.

Dottor Berrino, oggi perfino la medicina ufficiale parla sempre più di “deprescrizione”. Perché ci siamo accorti solo adesso che talvolta il problema non è prescrivere un farmaco, ma sospenderlo?

“Per molti anni abbiamo identificato il buon medico con quello che prescriveva di più. In realtà il buon medico è quello che rivaluta continuamente se una terapia continui a essere utile. Molti pazienti, soprattutto anziani, assumono cinque, dieci o anche più farmaci contemporaneamente. Ognuno può avere effetti indesiderati, ma soprattutto aumenta il rischio di interazioni. Continuare una terapia solo perché è stata iniziata anni prima non è buona medicina”.

Lei sostiene che stiamo consumando troppi farmaci inutili o addirittura dannosi. Dove nasce questa deriva?

“Nasce dall’idea che per ogni problema debba esistere una pillola. Abbiamo progressivamente medicalizzato condizioni che fanno parte della vita e trasformato molti fattori di rischio in vere e proprie malattie. Così aumenta il numero delle persone che assumono farmaci per anni senza che ci si domandi periodicamente se siano ancora necessari”.

Quali sono, secondo lei, i medicinali che più spesso vengono mantenuti oltre il necessario?

“Gli esempi sono numerosi. Gli antibiotici, che alterano profondamente il microbiota quando vengono usati senza indicazione. Gli ansiolitici e gli antidepressivi, spesso protratti per tempi molto lunghi. Gli antiacidi, prescritti magari per poche settimane e poi continuati per anni. Ogni terapia dovrebbe avere una verifica periodica del rapporto tra benefici e rischi”.

Nel dibattito internazionale si parla molto anche del ruolo dell’industria farmaceutica. Quanto pesa, secondo lei, nel fenomeno dell’eccesso prescrittivo?

“L’industria svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo di farmaci efficaci, ma è inevitabile che abbia anche l’interesse ad ampliare il mercato. Questo può tradursi nell’abbassamento delle soglie diagnostiche, nell’allargamento delle indicazioni terapeutiche o nella tendenza a medicalizzare condizioni che potrebbero essere affrontate anche intervenendo sugli stili di vita”.

Il rischio è che il messaggio venga interpretato come un invito a diffidare dei farmaci. È questo che lei sostiene?

“No, i farmaci hanno cambiato la storia della medicina e salvano milioni di vite. Il problema non è usarli, ma usarli quando servono davvero e sospenderli quando il loro bilancio tra benefici e rischi cambia. Una medicina più sobria non significa una medicina meno efficace; spesso significa una medicina migliore”.

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