L’illusione dei Novanta: come il grunge e Axl Rose ci hanno venduto la fine del mondo
C’è stato un momento preciso in cui abbiamo creduto che la fine della storia fosse un fatto compiuto e che l’unica preoccupazione plausibile fosse decidere se indossare una camicia di flanella a scacchi o un paio di pantaloncini di pelle nera sopra i leggings. Erano i Novanta. Un decennio che oggi, schiacciati dall’algoritmo e dalla dittatura della reperibilità permanente, evochiamo con la bava alla bocca, convinti che fosse l’eden dell’autenticità. Ma era davvero così? O stavamo solo assistendo al funerale del ventesimo secolo, magnificamente orchestrato dal marketing del nichilismo?
A smontare i bulloni di quel gigantesco parco giochi della memoria ci pensano due libri speculari e necessari, capaci di mappare l’altalena tra l’iperuranio della cultura pop e il fango del marciapiede.
Il primo è I Novanta di Chuck Klosterman (traduzione di Federica Principi; 66thand2nd), una vertiginosa bibbia sociologica che viviseziona quel paradosso temporale. Klosterman, uno dei più lucidi critici culturali d’oltreoceano, ci ricorda che i Novanta sono stati l’ultimo decennio in cui l’isolamento era ancora una scelta e non un’anomalia psichiatrica. Un’epoca in cui vendersi al sistema (il famigerato sell-out) era il peccato capitale, e il disprezzo per il successo commerciale costituiva l’unica valuta identitaria accettata. Eppure, proprio in quel brodo di coltura fatto di apatia della Generazione X, videocassette da restituire senza riavvolgere e l’ascesa di internet vissuta come un curioso passatempo per accademici, si sono cementate le fondamenta del nostro presente iper-connesso e polarizzato. Klosterman scrive con una prosa affilata, ironica, mai nostalgica in senso sterile. Non glorifica il passato; lo interroga, dimostrando come il feticismo odierno per quegli anni sia la conseguenza di una narrazione distorta.
Se Klosterman si muove con la precisione di un antropologo della cultura di massa, Ken Paisli con Guns N’ Roses. The truth. La verità (traduzione di Federico Traversa; Chinaski Edizioni/Il Castello) ci scaraventa direttamente nel camerino più claustrofobico e letale di quel periodo. I Guns N’ Roses sono stati lo spartiacque. Arrivati sul finire degli anni Ottanta come l’incarnazione definitiva del vizio stradale di Los Angeles, si sono ritrovati a essere i giganti d’argilla di un decennio che, di lì a poco, avrebbe preferito la disperazione introversa di Kurt Cobain alla loro epica fallocratica e distruttiva.
Il libro di Paisli è un pugno nello stomaco, una contro-biografia febbrile che squarcia il velo delle leggende da tabloid. Attraverso una narrazione serrata, scandita dal ritmo sincopato delle tossicodipendenze, dei deliri di onnipotenza di Axl Rose e dei litigi contrattuali, Paisli restituisce la verità su una band che ha bruciato se stessa per rimanere fedele al proprio mito. Non c’è romanticismo nelle sue pagine, ma la cronaca spietata di un’implosione. I Guns erano troppo mastodontici, troppo anacronistici per sopravvivere alla fine del millennio. Rappresentavano l’eccesso analogico prima che il digitale anestetizzasse ogni forma di devianza rock.
Leggere questi due testi in sequenza è un esercizio di demistificazione salutare. Da un lato, l’analisi macroscopica di Klosterman che svela come i Novanta abbiano inventato l’illusione della libertà individuale; dall’altro, la traiettoria microscopica e autodistruttiva dei Guns N’ Roses raccontata da Paisli, perfetta metafora di un mondo che crollava sotto il peso della propria stessa messinscena. Resta l’amarezza di fondo, la consapevolezza che quel decennio non è stato l’inizio di qualcosa, ma l’ultima grande recita prima che la realtà venisse sostituita dal suo simulacro virtuale. E noi, trent’anni dopo, siamo ancora lì a guardare i vecchi videoclip su YouTube, sperando che quel rumore di fondo possa ancora salvarci.

