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Ozempic e farmaci dimagranti sono doping? Il caso di Serena Williams scatena il dibattito. L’esperto: “Non aumentano direttamente le prestazioni, ma possono ridurre i tempi per tornare in forma”

Dopo il racconto dell'ex numero uno del tennis sull'uso di un farmaco dimagrante, torna il confronto sul possibile impatto dei GLP-1 nello sport
Ozempic e farmaci dimagranti sono doping? Il caso di Serena Williams scatena il dibattito. L’esperto: “Non aumentano direttamente le prestazioni, ma possono ridurre i tempi per tornare in forma”
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Dopo aver rivoluzionato la terapia dell’obesità e del diabete, i farmaci della famiglia GLP-1 – come semaglutide (Ozempic, Wegovy) e tirzepatide (Mounjaro, Zepbound) – entrano nel dibattito sul doping sportivo. A riaccendere la discussione è il caso di Serena Williams, che ha raccontato pubblicamente di aver utilizzato un farmaco dimagrante e che, con il possibile ritorno alle competizioni, si trova al centro di una questione sempre più delicata: perdere peso e massa grassa grazie a questi farmaci può tradursi in un vantaggio agonistico? La WADA – l’organismo internazionale che coordina, promuove e monitora la lotta contro il doping nello sport – li monitora dal 2024 e sta valutando se inserirli tra le sostanze proibite nei prossimi anni, ma la comunità scientifica resta divisa sul loro reale impatto sulle prestazioni sportive.

“Allo stato attuale delle conoscenze non esistono evidenze che i farmaci agonisti del recettore GLP-1 possano aumentare direttamente le prestazioni atletiche – spiega al FattoQuotidiano.it la professoressa Anna Maria Colao, endocrinologa, già presidente Sie (Società italiana di endocrinologia), docente ordinario di Endocrinologia e malattie del metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile, Università Federico II di Napoli -. L’effetto dei GLP-1 receptor agonist è essenzialmente sulla riduzione della massa grassa. Nei trial clinici è dimostrata anche una piccola perdita di massa muscolare, quindi l’idea che questi farmaci possano implementare la forza muscolare al momento non sembra essere supportata”.

I dubbi della ricerca

L’endocrinologa invita però alla cautela nell’interpretazione dei dati disponibili. Gli studi clinici condotti finora hanno riguardato persone con obesità o diabete, non atleti professionisti. “I trial clinici sono stati effettuati nel paziente con diabete o nel paziente con obesità – sottolinea -. Si tratta quindi di un modello completamente diverso dall’atleta”. È proprio questo il punto che rende complessa la valutazione del possibile vantaggio competitivo. Se da un lato la riduzione della massa grassa può apparire utile in alcune discipline, dall’altro non è ancora possibile quantificare il reale impatto sulla performance sportiva. “Al momento non possiamo davvero pesare l’effetto sulla performance muscolare – osserva Colao -. Che la perdita della massa grassa possa rappresentare un vantaggio competitivo dipende dal tipo di atleta e dal tipo di performance che si vuole ottenere”. L’esperta non esclude che possano esistere situazioni specifiche in cui la diminuzione del tessuto adiposo favorisca indirettamente la prestazione. “Ridurre la massa grassa, soprattutto l’infiltrazione di tessuto adiposo nel muscolo, che peggiora la performance muscolare, potrebbe rappresentare un vantaggio. Andrebbero però fatti studi specifici, ma non mi sentirei di escluderlo in modo categorico”.

In alcuni casi sarebbe controproducente

Diverso, invece, il discorso per gli atleti normopeso. In questi casi l’utilizzo dei farmaci anti-obesità appare difficilmente giustificabile e potrebbe addirittura produrre effetti controproducenti. “In un soggetto normopeso, atleta o meno, che non ha tessuto adiposo da eliminare, mi sembrerebbe non appropriato pensare a un vantaggio sulla performance muscolare – sottolinea l’esperta -. Anzi, laddove non c’è una massa grassa da trattare, è verosimile che il risultato finale sia una piccola perdita di massa muscolare. E certamente questo non è ciò che un atleta vuole ottenere”.

Un possibile scenario, secondo Colao, potrebbe riguardare invece la fase di recupero della forma fisica dopo un lungo periodo di inattività: “L’atleta può cercare di accelerare il recupero soprattutto dopo un periodo prolungato senza allenamento, durante il quale può aver accumulato peso. In questo caso il farmaco potrebbe essere utilizzato nella prima fase del ritorno all’allenamento perché riduce più rapidamente la massa grassa”.

È proprio questo aspetto che alimenta il dibattito regolatorio. Potrebbe infatti configurarsi un vantaggio non tanto nella prestazione finale quanto nei tempi necessari per raggiungere la condizione atletica ottimale. “Se c’è stato un recupero del peso, l’utilizzo del farmaco nella prima fase dell’allenamento potrebbe effettivamente ridurre la tempistica necessaria per tornare in forma – spiega l’endocrinologa -. E questo potrebbe rappresentare un vantaggio”.

Un tema da continuare a indagare

Di fatto, questa vicenda apre un problema più ampio per la medicina dello sport? “È una domanda molto pertinente, ma è difficile dare una risposta perché non esiste alcuno studio nell’atleta – continua l’endocrinologa -. In definitiva, oggi sappiamo che è stata riportata una riduzione della massa muscolare, che certamente non rappresenta un vantaggio per la performance. Ma questo potrebbe valere soprattutto nei trattamenti prolungati. Nei trattamenti di breve durata, come nella preparazione a una competizione, potrebbe invece esserci qualche differenza. È proprio su questi aspetti – conclude Colao – che vale la pena condurre studi specifici”.

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