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Berrino: “I nostri bambini vengono drogati dallo zucchero fin da piccoli, attiva gli stessi circuiti cerebrali della cocaina. Le patatine? Danno dipendenza come le sigarette”

Uno studio pubblicato sull’American Journal of Public Health e rilanciato dal The Guardian ha analizzato le continuità tra industria del tabacco e food industry nella progettazione di prodotti sempre più “gratificanti” per il cervello
Berrino: “I nostri bambini vengono drogati dallo zucchero fin da piccoli, attiva gli stessi circuiti cerebrali della cocaina. Le patatine? Danno dipendenza come le sigarette”
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Dalle sigarette alle merendine. Dalle campagne pubblicitarie del tabacco ai prodotti studiati per conquistare il palato dei bambini. Secondo un recente articolo dell’American Journal of Public Health, ripreso dal The Guardian, alcune delle più grandi aziende alimentari del mondo avrebbero ereditato dall’industria del tabacco non soltanto tecniche di marketing, ma anche strategie di progettazione dei prodotti finalizzate a renderli sempre più desiderabili e difficili da abbandonare.

Gli autori della ricerca ricostruiscono il passaggio avvenuto negli anni Ottanta, quando colossi del tabacco come Philip Morris e RJ Reynolds acquisirono importanti marchi alimentari e trasferirono nel settore del cibo competenze sviluppate per aumentare il consumo di sigarette. L’obiettivo? Massimizzare quello che gli studiosi definiscono “impatto edonico”, ovvero la capacità di stimolare i circuiti cerebrali della ricompensa.

Attivano i meccanismi della ricompensa

“Effettivamente, quando l’industria del tabacco acquisì diverse aziende alimentari, decise di utilizzare le stesse strategie che avevano decretato il successo delle sigarette. L’obiettivo era modificare i prodotti per aumentarne l’effetto di dipendenza”, spiega al FattoQuotidiano.it il medico ed epidemiologo Franco Berrino, già direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva dell’Istituto Tumori di Milano.

Secondo Berrino, il punto centrale è proprio la capacità degli alimenti ultra-processati di attivare i meccanismi neurologici della ricompensa: “La cosa importante per l’industria è che il cibo sia capace di attivare le vie dopaminergiche, le stesse coinvolte nelle dipendenze. Lo zucchero attiva gli stessi circuiti cerebrali che vengono attivati dalla cocaina. Ma non è solo una questione di zucchero. Esiste un enorme lavoro di ricerca per costruire formule alimentari sempre più accattivanti, in grado di far credere alle persone di non poterne fare a meno”. Dietro molti prodotti industriali, osserva, c’è un sofisticato lavoro di laboratorio.

Un panino con 42 ingredienti diversi

“Recentemente sul Frecciarossa il servizio mi offriva un panino alla coppa. Ho letto l’etichetta: 42 ingredienti. Uno era la coppa, gli altri 41 erano nel pane. C’erano zuccheri, proteine estratte dalla soia, dal latte, dal formaggio, coloranti, conservanti, emulsionanti. Questo significa che ci sono eserciti di ricercatori impegnati a costruire prodotti sempre più appetibili”.

Non solo formulazione. Anche la pubblicità, sostiene Berrino, segue logiche già sperimentate dall’industria del tabacco. “Il sistema della pubblicità è stato copiato da quello delle sigarette. Ci sono i testimonial sportivi, i personaggi famosi, ma soprattutto c’è il grande mercato dei bambini. I bambini consumano più alimenti ultra-processati degli adulti e rappresentano il bersaglio principale dell’industria”.

Il falso concetto della libertà individuale

C’è poi l’argomento della “libertà individuale”, spesso utilizzato dalle aziende per difendere i propri prodotti, che non convince il nostro esperto: “L’industria afferma: ‘Lasciamo libera la gente di scegliere’. È lo stesso ragionamento che si faceva con il tabacco. Nessuno è obbligato a fumare un pacchetto di sigarette al giorno, ma il problema è che le sigarette danno dipendenza. Se inizi con due o tre sigarette, rischi di arrivare a venti. Lo stesso vale per le patatine, per le merendine e per molti altri prodotti ultra-processati”.

Eccessivo allarmismo? Per Berrino, le prove scientifiche sono ormai consistenti. “Oggi ci sono decine di studi coerenti nel mostrare che i cibi ultra-processati aumentano la mortalità, le malattie cardiovascolari, l’ipertensione, la depressione e diversi tipi di cancro”. Il problema, spiega, riguarda anche alcuni additivi comunemente impiegati nella produzione industriale. “Gli emulsionanti, per esempio, possono alterare il muco intestinale e favorire processi infiammatori. Da tempo conosciamo i rischi associati a nitriti e nitrati, ma oggi si stanno accumulando dati anche su emulsionanti, conservanti e coloranti”.

I bambini sono drogati di zucchero

Per questo Berrino guarda con favore alle richieste che arrivano da una parte della comunità scientifica internazionale affinché la politica intervenga: “C’è ormai una grande consapevolezza scientifica. Riviste autorevoli come Lancet e l’American Journal of Public Health hanno dedicato numeri speciali al fenomeno. Il problema è che la politica incontra enormi difficoltà quando prova a limitare interessi economici così forti. Lo abbiamo visto persino con la sugar tax”.

Più che sulle proibizioni, però, l’epidemiologo punta sull’informazione: “Bisogna aumentare la consapevolezza delle persone. Diffondere sui giornali questi temi. I nostri bambini vengono drogati dallo zucchero fin da piccoli. Dobbiamo spiegare chiaramente che molti di questi prodotti fanno male e che esistono alternative migliori”. Lo scenario è già preoccupante: “Negli Stati Uniti e nel Regno Unito oltre il 50% dell’alimentazione quotidiana proviene da cibi ultra-processati. In Italia siamo attorno al 25%, ma tra i bambini la quota è più alta. È una tendenza che va invertita”.

Il consiglio finale

“Abbiamo un grande potere: quello di non comprare questi prodotti. Più lunga è la lista degli ingredienti, più bisogna diffidare – ammonisce Berrino -. Se un alimento contiene molti ingredienti, più di 5 o 6, in cui compaiono in particolare zuccheri, grassi non ben precisati, additivi alimentari, è meglio lasciarlo sullo scaffale. Dobbiamo tornare a mangiare cibi veri”.

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