Valentina Gargano, il soprano lirico che incanta gli stadi nei concerti di Achille Lauro
Come ben sanno i venticinque lettori manzoniani di queste mie colonne, ho sempre fondato la mia Weltanschauung sulla mescolanza fra l’alto e il basso, sulla ricerca di quella tensione interiore orientata al principio alchemico della concordia oppositorum. Ero dunque destinato all’incontro folgorante con l’artista che desidero presentare oggi: Valentina Gargano, soprano lirico che incanta il pubblico dei concerti rock negli stadi, artista in cui si fondono talento indubbio e innegabile fascino.
Gli spettatori dallo sguardo attento già rimasero colpiti dalla sua interpretazione irresistibile di Rosina ne Il Barbiere di Siviglia, all’interno della lodevole iniziativa itinerante del Teatro dell’Opera di Roma OperaCamion; già allora, dietro l’agilità vocale e la vivacità sulla scena, si imponeva quella presenza magnetica che ha rapito i fan di Achille Lauro a San Siro e allo Stadio Olimpico.
Gargano, infatti, vive un momento di improvvisa quanto meritata visibilità grazie alla sensibile intuizione dell’artista romano, che l’ha voluta come presenza cruciale nel suo commovente brano Perdutamente, portato trionfalmente sul palco dell’ultima edizione di Sanremo. Tecnicamente, Gargano è, prima di ogni altra considerazione, un soprano lirico di agilità, la cui specialità rimane il ruolo sublime della Regina della Notte; un cimento proverbialmente arduo, che impone il temibile Fa6 nei celebri picchettati.
Formatasi coi massimi voti a Santa Cecilia, perfezionatasi all’Accademia del Teatro dell’Opera di Roma, Gargano si è già esibita a livello internazionale; la sua voce potrebbe essere definita una lama dal colore brunito, per restituirne insieme la purezza tagliente e la profondità timbrica. Negli stadi, la sua vocalità si è rivelata sorprendentemente versatile (qualità che aveva già messo in luce nel doppiaggio della serie tv Belcanto), transitando dal registro di petto/misto dell’interludio epico che precede Perdutamente a suoni fissi di testa di matrice quasi barocca, per giungere infine a una vocalità lirica pura, coronata da due Re6 tenuti con apparente disinvoltura.
Rispetto al teatro, un live in uno stadio impone ulteriori asperità tecniche: l’auricolare in-ear, che sottrae alla cantante la percezione della propagazione della voce nello spazio circostante; il fumo di scena, che inaridisce le mucose; una platea immensa e volumi sonori tali da rendere quasi impossibile percepire con esattezza l’effettivo sforzo vocale.

Eppure ridurre Valentina Gargano a una scheda tecnica significherebbe non cogliere il punto. Davanti al pubblico caotico e popolare degli stadi si misura la potenza del suo magnetismo: la sua figura, esaltata da un abbigliamento classico che l’ha resa simile a una dea soave e tremenda, ha imposto un silenzio solenne al brusìo di decine di migliaia di persone, squarciato solo dal suono cristallino del suo acuto.
Ve ne parlo, però, non per perizia tecnica o superficiale seduzione estetica: di soprani dotati, come di modelle o attrici di evidente bellezza, il mondo dello spettacolo abbonda. Ciò che rende Valentina Gargano una figura davvero unica nel panorama contemporaneo è un quid unico e irriducibile: il dono, appunto, di incarnare l’unità dei contrari. Non solo sul piano stilistico (da soprano lirico in un’arena rock), ma anche nella figura: concilia una dolcezza da Madonna preraffaellita e un’inquietante aura gotica; sul palco abbaglia con un portamento naturale da diva, ma nelle sue apparizioni pubbliche è sempre spontanea; manifesta grazia femminile e virilità androgina (state attenti, ammiratori indiscreti: il soprano sa boxare abilmente!), sensualità quasi luciferina e sguardo colmo di meraviglia innocente, una ierofania di archetipi complementari, Atena ed Ecate, Medea e Violetta, Lilith e Beatrice.
Una figura già iconica per il cinema d’autore o (perché no?) nella moda: due mondi che vivono proprio di quella tensione fra ieraticità e contemporaneità che lei pare incarnare senza il minimo sforzo. Robert Eggers farebbe bene a tirare le orecchie ai loro responsabili del casting (ma ancor di più dovrebbero i nostri Sorrentino e Garrone), è da stolti lasciarsi sfuggire la perfetta protagonista di una trilogia gotica, un volto che illuminato anche da una sola candela renderebbe ciascun fotogramma un dipinto fiammingo.
I teatri d’opera e gli stadi pieni sono solo l’inizio di una carriera che mi auguro piena di meritato riconoscimento.
[Foto di Alessandra Trucillo]