Effenberg parla piano. ‘Tutti drogati’, il nuovo disco, è una provocazione e insieme una resa
Stefano Pomponi faceva l’avvocato, poi quando si è accorto che certe vite, più che essere vissute, vengono archiviate ha mollato carte, codici e tribunali e ha iniziato a scrivere canzoni con il nome di Effenberg. Canzoni che sembrano succedere in quel momento preciso in cui la vita smette di girare nella giusta direzione e incomincia a deragliare. Dentro ci trovi amori lasciati a marcire sul balcone, personaggi un po’ malinconici ma senza autocommiserazione, gente che ha imparato a convivere con le proprie crepe come con l’umidità sui muri. Tutti drogati, il nuovo disco, non prova neanche a fare il fenomeno: è più una frase detta sottovoce da qualcuno che ammette che forse il problema non sono le sostanze, ma il bisogno continuo di anestetizzarsi. Effenberg parla di dipendenza, ma sembra riferirsi soprattutto a quella specie di sonno a occhi aperti in cui vive la maggioranza degli esseri umani, e del riflesso automatico di controllare lo smartphone ogni trenta secondi.
Effenberg parla piano, come se ogni frase debba passare un controllo qualità interno prima di uscire. Dice di essere dipendente dagli schermi, dal weekend, da quell’idea tossica per cui la vita vera comincia sempre dopo. E nel frattempo il disco si muove come acqua che filtra dalle crepe: entra dappertutto, e sono evidenti i segni di infiltrazione, la dissoluzione dell’identità, l’impossibilità di contenere. Poi ci sono le immagini. Una birra appoggiata su un ponteggio che diventa improvvisamente la definizione più onesta di equilibrio possibile, una discarica sentimentale dove finiscono gli amori, tra batterie scariche e lavatrici rotte: niente romanticismo, solo oggetti che hanno smesso di funzionare. E poi ancora: funghi che si parlano sotto terra, una specie di Internet biologico che funziona meglio del nostro. È lì che il disco prova a respirare, sotto il livello del visibile, dove le cose succedono senza per forza essere condivise.
Partirei dal titolo, Tutti drogati. È una provocazione o una resa?
Direi entrambe le cose. È una provocazione ma anche una resa. Da un lato c’è una mia ‘tradizione’: tutti i dischi hanno una title track che dà il nome all’album. Dall’altro, mentre scrivevo, mi sono accorto che tutte le canzoni ruotavano attorno a un tema centrale: la dipendenza, non solo da sostanze ma da relazioni, numeri, algoritmi, tutto ciò che oggi ci anestetizza senza che ce ne accorgiamo.
E tu, oggi, da cosa sei dipendente?
Sicuramente dagli schermi: mi ritrovo spesso a perdere tempo sullo smartphone. E poi forse c’è una dipendenza dal weekend, come se la settimana fosse solo un’attesa.
Nel disco parli di anestesia. Quando è stata l’ultima volta che hai sentito davvero qualcosa senza filtri?
Succede più facilmente nelle relazioni intime, perché lì sei coinvolto in prima persona. Il problema è tutto il resto: siamo bombardati da input continui, anche tragici, come le guerre, e finiamo per non sentire più niente. È una cosa che capita anche a me. Sulle cose pubbliche sono molto più anestetizzato.
In Botteghe Oscure dici proprio questo: non sentire più nulla davanti alla guerra. Ma sembra quasi più stanchezza che anestesia.
Sì, è anche stanchezza. Siamo continuamente esposti a notizie negative e ansiogene. E sono stanco anche di certe reazioni: vedo un attivismo molto legato ai trend, soprattutto sui social. Ci si indigna a ondate, poi si passa oltre mentre i problemi restano. Detto questo, non mi sento migliore: io per primo non faccio abbastanza.
Nel disco ci sono tre elementi ricorrenti: l’acqua, come perdita di controllo; le infrastrutture – lavoro, città, algoritmi – e infine lo scarto, il residuo.
Il disco nasce senza un progetto preciso: ho scritto le canzoni in momenti diversi, solo dopo mi sono accorto che erano legate da questo tema. Anche pezzi come Birra al cantiere, che sembrano più leggeri, in realtà parlano di dipendenza: l’idea che ‘tutto funziona’ solo in certe condizioni.
In Sogno aziendale sei molto netto. Tu sei mai stato dentro quell’ingranaggio?
Sì, ci sono dentro, anche se non in modo classico. Basta dover pagare una bolletta con lo Spid per esserci. È una sensazione di affanno continuo, di rincorsa per galleggiare.

In Cane fratello citi Pietro Valpreda, accusato della strage di Piazza Fontana. È fuga o resistenza al discorso standard?
Direi resistenza. Quel riferimento a Valpreda è nato in modo istintivo, quasi nonsense. Poi ho capito che funzionava: è diventato il simbolo del capro espiatorio. È una cosa che è arrivata prima della spiegazione.
Nel disco torna spesso l’idea di rinascita. Perché questa insistenza?
Perché ho la sensazione che siamo un po’ ‘morti’, che viviamo in automatico. La rinascita è fermarsi e resettare, almeno a livello umano. È forse utopico, ma necessario.
Le rotture nei tuoi pezzi generano sempre qualcosa. È una forma di consolazione?
No, è più una constatazione. Le rotture arrivano, sono scomode, fanno paura, ma spesso ti costringono a cambiare. Alla fine portano a qualcosa di diverso, magari amaro, ma utile.
Vuoi uscire dal sistema, ma lo racconti benissimo. In fondo, ci stai comodo.
Sì, in parte sì. Il sistema ha anche delle comodità che ci tengono dentro. Io vivo un po’ sul confine: sto in campagna, senza grandi comfort, ma poi quando entro in un appartamento caldo capisco quanto quelle comodità mi attraggano. È un rapporto di amore e odio.
Sul palco sei più vicino a quello che sei o a quello che vorresti essere?
Direi a quello che sono. Sono ossessionato dalla verità, anche nelle cose più semplici, come il modo di vestire o di stare sul palco. So che è un limite: ammiro chi costruisce uno spettacolo, ma io non riesco a farlo.
Ti è mai capitato di non credere più a una tua canzone mentre la cantavi?
Sì, spesso. Infatti molte canzoni non escono proprio per questo: perdono credibilità nel tempo.
Il momento peggiore live?
Sicuramente in un concerto ‘in salita’… come una volta in Friuli, in un sottoscala, con dei gonfiabili e bambini che urlavano.
Qual è l’immagine del disco che ti rappresenta di più?
La galleria de Il buio della galleria. È un posto reale: collega la città al mare. Da una parte è sempre nuvolo, dall’altra invece c’è sempre il sole. È un passaggio, una soglia. Mi rappresenta molto.