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Nilay Özer, la lingua arcana di una religione universale (traduzione di Nicola Verderame)

I suoi componimenti, raccolti in una recente traduzione italiana, rivelano una voce densa e sfuggente
Nilay Özer, la lingua arcana di una religione universale (traduzione di Nicola Verderame)
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Dai primi anni Duemila a oggi, Nilay Özer (1976) ha pubblicato quattro libri di poesia, ciascuno sottoposto a un labor limae approfondito e minuzioso. I versi di Özer rappresentano un connubio di poesia lirica e riflessione sull’ecologia, la libertà personale in un contesto illiberale, e il corpo femminile nella sua valenza sociale. I suoi componimenti, raccolti in una recente traduzione italiana, rivelano una voce densa e sfuggente, echi oscuri e tensioni che ne influenzano la lingua, rendendola franta e arcana. Come ha scritto Tommaso di Dio nella sua postfazione, “la poesia di Özer attinge a una sorta di dimensione religiosa, ma di una religione universale e senza dio, che ha nel culto della vita e del mutamento il suo unico eterno dogma”.

N. V.

diario marino

per Asu Rüya

ogni giorno ti darò una poesia
scorrerà via come delirio acquoso sul fondo
o risuonerà tra noi due una volta sola
ti darò uno specchio dove i granchi si guarderanno di sbieco
una montagnola di sabbia coperta di anemoni
scaccia via dalla mente i pensieri di terraferma
così non dovrai trascinare braccia e gambe
una felicità ridotta non mi interessa
né pezzi di frase avanzati dai libri
ti mostrerò schiere di pesci ingenui, guarda
tre segreti ti darò sotto gli scogli

ortica di mare
lattuga di mare
tulipano di mare

*

il branco di pesci appena nati pascola nell’acqua
su gocce d’acqua spuntano costole e occhi
continui pure quella trasparente incoscienza
l’acqua inargenta tutto ciò che tocca
quando il sole colpirà il fondale brilleremo
ti darò una coda, seguimi
dove i sogni già sognati squamano via
in quella grotta che hai lasciato nascendo
ti porterò lì e ti chiederò
se vuoi rimanere in questo principio senza fine
l’acqua ci farà uguali ci asciugherà le lacrime
anche tu vorresti una trasparente incoscienza
un corpo piatto e traslucido
l’acqua ci farà uguali non avremo nome
sul fondo ti chiamerò tre volte

minareto marino
lavanda marina
merletto di mare

*

grotta che hai lasciato alla nascita
corpo che si spacca per farsi abbandonare
si spacca si ferisce non si dimentica mai
quel grumo di sangue galleggiante
visto la prima volta nel quadrato d’acqua
la luce dall’ombra di luce
l’ombra senza neppure ombra
la madre la figlia e la sacra vita
nelle ore del giorno e della notte
immergendomi in colori discese e flussi
ti ho allattata tanto, un fiume sarà sceso alla tua bocca
ora le bocche dei pesci si ammucchiano
sulle briciole disfatte dall’acqua
per il sale e la ventosa siamo qui
per il piacere e la presa, non dimenticarlo
sul fondo te lo ricorderò tre volte

finocchio di mare
pigna di mare
ago di mare

*

con il polpo vi siete guardati la tua pelle ha mutato colore
ti sei stesa su uno scoglio, difficile distinguerti
sapienza del celarti e del mostrarti
la morte è dialettica madre-figlia
tu discendi da me, ma il tuo coraggio non è il mio
nell’acqua ho gioito a guardare te
la resistenza del tuo ventre
la tensione controllata delle tue gambe
come se mi avessi tagliato il respiro con un’ostrica
l’acqua mi ha aiutato a capire che ero stata lasciata
sei venuta da me ma la follia tua non è la mia
hai strappato a morsi nell’acqua il tuo ombelico
per abortire persino il ricordo di un legame
ti darò aculei con sacche di veleno sulle punte
seguimi finché non ti spuntano le branchie
tre giorni ti resterò accanto sul fondo

riccio di mare
rasoio di mare
drago di mare

*

ho due vite e adesso tocca a te
sulla terra e in acqua, sulla lingua e nei fatti
sono esistita senza appartenere a nessuno
per superare il dominio forzato dell’estinzione
non ho trovato altre vie che la poesia
ci ho provato ho due vite e adesso tocca a te
il mare si apre verso il mare
l’orizzonte torna a disegnarsi con uno sguardo
come fossimo in uno stesso ventre io e te
nascendo ho capito di essermene andata
di aver rinnovato senza sosta la paura
«À ce vivant je vis d’appartenir»
col mio appartenere a questo vivente
sotterrami nel cimitero marino, sotterrami tre volte
la mia bocca mormora o tace, controlla tu
tre poesie ci aspetteranno sulla riva

cimitero marino
febbre marina
diario marino

Nota: “ortica di mare”, “lattuga di mare” e “tulipano di mare” sono la traduzione letterale di medusa, ulva e anemone; “minareto marino” corrisponde alla turritella, “lavanda marina” al limonio, “merletto di mare” alla millepora; “pigna di mare” corrisponde al gasteropode Conus Striatus, “ago di mare” corrisponde al pesce pipa, il “rasoio di mare” è noto in italiano come cannolicchio, mentre il “drago di mare” è il pesce Phycodurus Eques, o dragone foglia.
“À ce vivant je vis d’appartenir” è un verso tratto da Il cimitero marino di Paul Valéry.
Febbre marina (Sea fever) è il titolo di una poesia di John Masefield.

Nilay Özer è nata a Istanbul il 6 marzo 1976. Ha studiato biologia all’Università di Marmara e critica letteraria presso il Dipartimento di Letteratura Turca dell’Università Bilkent di Ankara. La sua raccolta d’esordio Zamana Dağılan Nar (La melagrana dispersa nel tempo), è stata pubblicata nel 1999. La seconda raccolta Ol! (Sii!) ha vinto il prestigioso premio letterario Cemal Süreya nel 2004. Il libro di poesie Korkuluklara Giysi Yardımı (Vestiario di soccorso per ringhiere) è del 2015, mentre nel 2024 è uscito Yüzü Kelebeklerle Örtülü (Il suo viso è coperto di farfalle). Özer ha pubblicato letteratura per l’infanzia e numerosi saggi sulla scrittura in versi contemporanea. Alcune traduzioni italiane sono apparse sulle riviste online Kaleydoskop – Turchia cultura e società, Le parole e le cose, su Internazionale e Poeti e Poesia. Una selezione dei suoi versi è stata pubblicata con il titolo Rituale notturno – Poesie scelte a cura di Nicola Verderame, con una nota di Tommaso di Dio, Edizioni La Vita Felice, 2026.

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