Metti una sera al cinema: ‘Clara’, ‘Noi due sconosciuti’, ‘Mother Mary’ e in anteprima l’horror ‘Obsession’
“Si va al cinema?” Quante volte abbiamo ricevuto o posto questa domanda. Ma oggi discostiamoci dai divora-biglietti del momento Michael e Prada, o dagli stessi David, che nel bene e nel male quest’anno i due film migliori li hanno premiati. Quindi avventuriamoci in qualcosa di diverso. Da alcuni giorni sono in sala due film di cui quasi nessuno parla. Entrambi fuori da mainstream e solite top ten degli incassi, entrambi con tematiche attuali che emergono dal tessuto sociale. Entrambi necessari per un cinema europeo civile e di qualità, e soprattutto nutrienti per lo spettatore esigente e solerte.
In Italia l’inseminazione artificiale è legale solo per coppie etero, sposate o conviventi con accertata infertilità, ma in Norvegia è legale per tutti e tutte. Così in Noi due sconosciuti, una madre single si avventura alla scoperta del padre, anzi del “donatore” di suo figlio. Il problema non sarà tanto l’indagine attraverso i social, quanto la decisione d’incontrarlo mettendo su un doppio gioco di equilibri fragili. In questa sua opera seconda Janicke Askevold infonde ai protagonisti la voglia di uscire dalla solitudine. Il pezzo mancate nella vita di Edith e soprattutto del suo figlioletto curioso del suo papà lo scorgiamo tra non detti e piccole bugie. Il racconto lucido e bilanciato di questa micro-famiglia appassiona con sobrietà, e soprattutto rivela tanto le motivazioni solide quanto le incertezze interiori di una donna per la scelta monogenitoriale.
Attorno a questo tema si costruisce il dramedy sentimentale scandinavo interpretato da Lisa Loven Kongsli, vista nel DC Universe di Wonder Woman come guerriera amazzone, e Herbert Nordrum, già coprotagonista in La persona peggiore del mondo. Entrambi tirano i fili giusti per la tensione tra i propri desideri e l’infrazione di regole sotto responsabilità umana e legale. Interessante crinale tra nuove famiglie allargate e individualismo genitoriale, il film fa un ottimo lavoro nello stuzzicare i pensieri attivi dello spettatore.
Dalla Norvegia ci spostiamo in Belgio, dove nel 2018 l’inseguimento di un furgone sospettato di trasportare migranti finì in tragedia, scatenando un dibattito sull’uso della forza da parte della polizia e sulle politiche europee per l’immigrazione. Nella sua opera seconda Marta Bergman ne fa un thriller notturno, velocissimo e pericoloso intitolato Clara, dove una giovanissima famigliola persiana viaggia in un furgone pieno di sans papiers verso un destino che non immaginano. I giovani protagonisti Salim Kechiouche e Zbeida Belhajamor sono perfetti nei ruoli di questa coppia segnata, restituendone tutta la naturalezza e l’istinto di sopravvivenza sospeso tra tenerezza e coriaceità.
I sacrifici per un esodo che è un salto nel vuoto, la scelta di lasciare tutto per salvarsi in un nuovo paese e in una nuova vita, l’attaccamento ad essa incrollabile e mai scontato in queste persone, addizionati alla burocrazia operativa della polizia, sono solo alcuni dei tanti elementi gestiti dalla regista per ricordarci una cosa importante. Il fenomeno globale della migrazione di massa non passa solo dai barconi, ma scorre anche nascosto nelle autostrade. Magari al nostro fianco, anche stamattina sotto casa. E porta con sé tante persone come noi, solo molto più sfortunate, e per questo realmente disperate, ma piene di sogni e speranze.
Torniamo in America, patria di grande cinema anche se in questo momento vive fuori dallo schermo uno dei suoi momenti più bassi. Che un giorno ispireranno chissà quali tipi di nuovo cinema. Per ora tanto buon nuovo cinema d’autore ce lo ha offerto la A24, che stavolta, qualitativamente, sbaglia il tiro distribuendo in America Mother Mary, nuovo lavoro di David Lowery, autore con precedenti di gran lunga migliori. Anne Hathaway protagonista in coroncina da madonnina indossa i panni di una popstar in crisi che si riavvicina alla sua ex costumista. La ricerca di un nuovo costume per lo show del rilancio s’intreccia in un rapporto morboso e soprannaturale con la ipnotica Michaela Coel, un po’ artista un po’ sciamana, ma viene fuori un pastiche con più ombre che luci.
Il manierismo d’imperfezioni si nasconde dietro l’ambizione allo splendore visivo. Solo ambizione, tutt’al più illusione per chi ha abboccato. Perché i live sono tutti uguali, mentre coreografie e direzione meccaniche sul corpo artistico di Hathaway, che in canto e musical ha potenziale recitativo ben più ampio di questo, non emozionano mai. Il pubblico sembra in AI, e tutto risulta asettico come in certi videoclip anni Novanta tutti girati in studio, senza sudore né scompiglio. Qui si performa su passerelle da stadio gremito in stile Lady Gaga, come pure certe coreografie bambolesche, ma il risultato manca di completamente di energia.
Prima di andare al cinema per questo ammiccante guazzabuglio senza capo né coda probabilmente non avrete il tempo di guardare il visionario The Cell, di Tarsem Singh, con una Jenny Lopez nella mente istrionica e drappeggiante di un serial killer, ma neanche due dei musical migliori di questo inizio secolo, Into The Woods e Les Miserablés del 2012. Entrambi con una grandissima Hathaway. Ma uno sguardo al videoclip Like A Prayer di Madonna, diretto dall’iconica Mary Lambert, con il quale Mother Mary ha diversi punti in comune, però sviluppati in un gigantismo narrativo che perde i suoi tre atti in un frullato inutile. Se non per l’ultima nota molto positiva per Coel e il suo ghigno misterioso e inquietante. Sarebbe meraviglioso vederlo nella penna di uno Stephen King o su un set di un Jordan Peele per un horror veramente degno di questo nome.
A proposito di horror ben fatti chiudiamo con questo sorprendente Obsession, in arrivo in sala il 21 maggio. Un ragazzo è segretamente innamorato di una sua cara amica, ma al posto di confessarglielo, tra speranza e autoironia compra in un minimarket un bastoncino che se spezzato avvererà un desiderio espresso. Così inizia una relazione inaspettata e intensissima, ma del tutto innaturale con la ragazza. Dal sogno alla sciagura, dal desiderio alla maledizione persecutoria, il secondo film di Curry Barker è una metafora sulla tossicità di una relazione e sulla difficoltà tragica del distacco.
Girato con maestria, alla sua opera seconda questo autore sarà senza dubbio da seguire nei suoi prossimi passi. I suoi attori sono Michael Johnston e Inde Navarrette. Ottimi entrambi in questa storia folle che capovolge anche la molestia rivolgendola contro l’uomo, per questo destabilizzante e a suo modo di denuncia contro il femminicidio. Il tutto riuscendo a utilizzare uno spietato humor nero sempre calibrato al punto giusto, ma con alcune esplosioni gore che lasciano il segno. Per gli amanti del genere potrebbe essere l’appuntamento da non mancare. #PEACE