Dopo tante porte in faccia, sbarco al Salone del Libro: ne approfitterò per parlare di ciò che mi muove davvero
Avrei voluto scrivere il pezzo a chiusura della vicenda dei detergenti per i senza fissa dimora. Ne ho parlato in molte occasioni, anche troppo forse, ma quando una cosa non torna è difficile far finta di niente. Purtroppo non posso farlo, perché, nonostante sia stata presentata anche un’interpellanza in Consiglio comunale, l’assessorato competente non ha risposto, e non una volta sola: parliamo di ben due consigli comunali. E quindi dobbiamo restare in attesa, sospesi in quel limbo tutto italiano dove le risposte arrivano, forse, quando non servono più.
Nel frattempo però la realtà va avanti. E la realtà dice che, in quel bagno, i senza fissa dimora continuano a lavarsi e a insaponarsi grazie a noi. A noi che, senza troppe etichette ma con parecchia ostinazione, abbiamo costruito una comunità attiva, nel senso sociologico del termine, giusto per darci un tono perché non siamo ignoranti. Una comunità fatta di persone normali che, invece di aspettare, hanno deciso di fare.
E allora colgo l’occasione per dire due parole su chi sono io. Io sono Raffaele. Non so se avete mai letto la mia bio sul blog. Ho 53 anni e nella mia vita ho fatto un po’ di tutto: dai lavori più umili a quelli più qualificati. Ho cambiato, ho imparato, ho sbagliato, come fanno tutti. Poi a un certo punto mi sono fermato e mi sono detto che forse era il caso di ascoltare quella cosa che mi portavo dietro da sempre. La mia passione, fin da bambino, era cucinare. E quando ho potuto ho iniziato a farlo davvero: prima per amore, poi per mestiere. E oggi, per quello che basta, mi sento a posto così.
Ma non era l’unico sogno che tenevo nel cassetto. A me piace osservare la gente. Mi piace guardarla senza farmi troppo notare, cogliere quei dettagli che spesso passano inosservati. È come scattare delle fotografie con gli occhi, solo che poi, invece di svilupparle, le scrivo. Perché sono un appassionato di racconti brevi. È una forma di scrittura spietata: ti deve prendere subito, non ti concede seconde possibilità. O ti innamori oppure chiudi il libro e vai oltre. E io, nel mio piccolo, spero sempre di riuscire a far innamorare qualcuno, anche solo per poche pagine.
Questo sogno me lo sono portato dietro per anni. Poi un giorno, senza troppi giri di parole, mi sono detto: boh, mo’ lo scrivo. E l’ho fatto. È venuta fuori una raccolta di 31 racconti, alcuni brevissimi, altri un po’ più lunghi, ma tutti figli dello stesso sguardo. Li ho mandati a tante case editrici. Tante davvero. E lì ho capito una cosa semplice: in questo settore, se sei uno sconosciuto, parti già in salita. Ho trovato difficoltà, molte. E porte chiuse, ancora di più.
Poi però, come ogni tanto succede, qualcuno ha deciso di fermarsi ad ascoltare. Ho trovato un editore che si è reso disponibile. Quando, dopo aver letto il manoscritto, mi ha detto “ok, lo pubblico”, non me l’aspettavo. E mi ha colpito più di quanto pensassi. Io sono uno con una scorza abbastanza dura, spigolosa. Non è facile farmi emozionare. E invece quella volta è successo.
A quel punto non avevo niente da contrattare. Non ho parlato di soldi, di condizioni, di niente. Ho fatto una richiesta sola, semplice: vorrei, almeno una volta nella vita, andare al Salone del Libro da protagonista. Ci sono sempre andato da spettatore, girando tra gli stand, immaginando. Stavolta volevo esserci dall’altra parte. L’editore mi ha guardato e mi ha detto: tutto qui? Si può fare.
E così è stato. Il 16 maggio avrò la mia ora al Salone del Libro. Sono anche sul programma. A dirlo ad alta voce fa quasi effetto. È una di quelle cose da stampare e tenere lì, da raccontare un giorno ai nipoti, se mai arriveranno.
In mezzo a tutto questo, però, è arrivato anche un confronto importante. Una persona a cui tengo, che di mestiere scrive, mi ha detto una cosa che all’inizio non mi è andata giù. Mi ha detto: guarda che in questo ambiente è facile perdersi. Il consiglio che ti do è uno solo: sii persona, non personaggio. Perché le persone restano, i personaggi spariscono.
La prima reazione è stata di fastidio. Mi sono sentito punto, quasi messo in discussione. Poi però ci ho pensato. E più ci pensavo, più capivo che aveva ragione. Anzi, che ha ragione. E allora ho fatto una scelta. Quell’ora che mi è stata concessa non voglio usarla per parlare solo di me. Voglio usarla per parlare di quello che mi muove davvero.
E quindi, insieme agli amici che porterò con me, parleremo di marginalità, di persone che restano ai bordi e che spesso nessuno vede. Parleremo di neurodivergenze, di quanto sia complicato stare al mondo quando non rientri negli schemi. Parleremo di studio come forma di emancipazione sociale, perché non è solo teoria, è una possibilità concreta. E parleremo anche di sopravvivenza, perché sì, a una delle bestie più grosse degli ultimi anni, la depressione, a volte non si vince: si sopravvive. E già quello non è poco.
Avevo voglia di raccontare tutto questo. E l’ho fatto qui. Se verrete a trovarmi, mi farà davvero piacere.