Verso Oriente, con la Grecia dentro. L’epica del ritorno di Philippe Brunet-Haga (Traduzione di Federico Pietrobelli)
Philippe Brunet-Haga è un ellenista e regista di teatro. Professore di greco antico all’Università di Rouen (Francia), ha tradotto Saffo, Esiodo, Sofocle, Omero. Ha fondato la compagnia Démodocos, per la messa in scena di autori teatrali greci. Nel 2006 ha fondato il festival parigino Les Dionysies (‘Le Dionisiache’) in cui sono letti e rappresentati autori antichi greci e latini in traduzioni ritmate nonché nella lingua originale.
Figlio di madre giapponese, discendente di una famiglia di samurai, si è ispirato alle sue origini per scrivere Le Retour d’Eijirô (Il Ritorno di Eijirô, edizioni L’Escampette, 2025), poema di 2542 versi trocaici, disposti in cinquine o in distici, che narra del viaggio di ritorno del nonno, l’ufficiale medico Eijirô, dalla Germania fino in Giappone nel primo Novecento, attraverso le lande interminabili della Siberia. Di questa prima prova a stampa da parte di Brunet-Haga, contraddistinta da una mirabile facilità ritmica e narrativa, proponiamo la traduzione del finale.
Il Lettore può trovare un’intervista in italiano con Philippe Brunet-Haga, curata da Filippo Bruschi, sul sito Lapisclamans.
F.P.
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Le Retour d’Eijirô
vv. 2481-2542
Eijirô alle soglie del secolo. Da otto giorni a Tokyo.
Ritroverà la guarnigione, tornerà in ospedale.
Tra dieci anni sarà colonnello. Una carriera
che passo a passo fa il suo corso. Stesi, tutti i suoi fogli,
a breve incontrerà sua moglie. E finirà per finire.
Qui ha termine il viaggio di Eijirô.
E per quei fogli, che destino? Potendo confessarselo
il miglior augurio sarebbe stato: confusione all’oblio,
durare nell’altrui traduzione, nell’orma
di ciò che così solo sarebbe rimasto lontano.
Incongrua è la presenza. Ma l’ombra dello shite a volte
sopraggiunge, sommovente, a traversare l’attuale.
Qui essere, inattuali. Presenti, dissimulati. Un giorno,
tornare alla gioia dell’espressione, come bimbo
che gioca e non suppone sfondo, e non sospetta l’arco
che in uno scrigno, sotto l’alcova, attende il braccio che lo tenderà.
Lietezza della lallazione, forza della verità,
di nuovo dalla faretra armato sorgerà il linguaggio.
Per ora entri nel sonno, sua fase opaca.
È qui e non. Passo a passo tutto fu scritto.
Tornerà passo a passo. Dire non è invano.
Affidate alla voce, le parole sono in qualche dove,
pronte a dilatarsi da altri corpi, altri cuori,
a tornare da altre lingue, traversare il mare,
a camminare, cincischiare, a camminare, incespicare,
a trottare nel soffiare dei venti, al volere dei pendii.
Ritmo della pinza, contrappunto è il tempo e il suo opposto.
Sospeso il passo quasi rallentato, non fissato.
Nuovo nasce un ascolto dall’attesa, e fuori
tutto si staglia, piane e valli, falesie e scogli;
dentro, le cavità, le cattedrali, i condotti,
e un silenzio s’insinua nel fondo della coclea:
pian piano il rumore muta in mormorio.
Dove Eijirô è passato, una parola dà inizio a un canto,
quasi un nodo: i fili ripassano nella trama tessuta
da una lingua all’altra, da una poesia a una nuova via.
Solo il ragno di filo in filo compone
la sua rete di steli invisibili, l’antenna, la casa?
Da quale rizoma, da quale pollone riinizierà il canto?
Da quale nevoso inverno la sua primavera di parole?
Quando rivedrà Achille avvicinarsi al fico troiano,
mentre Orione pian piano declina, e che incendia le mura?
L’eroe fugge e lascia la rocca in rovina e trasla
i Lari verso cieli nuovi – ma dovesse mai tornare?
Rifarà il cammino, seguirà la via del ritorno,
condannando i discendenti, in cerca di Fukushima,
all’erranza per la landa, nella lingua e nel tempo,
a srotolare il suo rotolo, il suo capoverso sospeso.
Più tardi verso l’aurora la carta setosa accoglierà
di passo in passo il camminatore stravagante.
Si faccia, di piede in piede, strada: davanti, il sentiero
si è coperto di rovi, mala edera ha invaso il bosco,
l’ovvio del racconto si smarrisce, incrociato il tempo,
nel capoverso troppo semplice: non è più sua questa strada.
Seguire un altro, camminargli nelle orme, respirargli l’aria.
Lo trascina il terreno su altri sentieri, dove restare sé
è un’arte, come una pista da inventare, che l’Orsa
ti sia a man destra o sinistra, che il sole ti sia alle spalle
o aurora ti offra lunga ombra da calpestare:
quindici e quindici passi ancora, due per sette ogni volta.
Ciò che ora si prolunga non ha per fine che la vita,
nel solo soffio, di parole che non ti appartengono più.
Note al testo
Shite: nel teatro Nô, attore principale mascherato (opposto al waki, non mascherato).
Fukushima: la regione natale di Eijirô, nel nord del Giappone.
quindici e quindici passi ancora…: il distico usato da Brunet-Haga.