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Cinema e audiovisivo in agitazione: le nuove Commissioni saranno una vera svolta o semplice maquillage?

Intanto, Federico Mollicone (presidente Commissione Cultura Camera) annuncia un testo unico della legge delega “che riesca a armonizzare tutte le posizioni espresse dalle associazioni”
Cinema e audiovisivo in agitazione: le nuove Commissioni saranno una vera svolta o semplice maquillage?
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La settimana che si chiude ha registrato una notevole effervescenza nel settore cinema e audiovisivo: al centro, le due riunioni convocate d’urgenza al Ministero della Cultura dalla Sottosegretaria Lucia Borgonzoni (Lega) con alcune associazioni “rappresentative” (questione delicata…) in vista di un’imminente riforma delle commissioni ministeriali. Ovvero degli organismi formati da esperti “altamente qualificati” chiamati a selezionare le proposte progettuali (di film e serie tv ed iniziative festival e simili) che meritano il sostegno economico dello Stato.

Quest’improvvisa decisione del Governo è il risultato dello scandalo (politico-mediatico) del docufilm su Giulio Regeni, che ha dato una scossa al conservatorismo istituzionale del sistema… forse di entità simile alle conseguenze dello scandalo Kaufmann/tax credit, che ha costretto l’anno scorso il MiC a mettere in discussione procedure a rischio di “pratiche basse” (eufemismo) intorno al sempre più controverso strumento del credito d’imposta.

Il Ministro Giuli e Borgonzoni sembrano essere ora in sintonia: tardivamente, le associazioni di settore (dall’Anica all’Anac) si sono svegliate dal torpore che ha caratterizzato la loro attività – rispetto alle “commissioni” – nel corso degli ultimi anni, post-riforma avviata dall’ex Ministro Sangiuliano (FdI) a partire dal gennaio 2024. Fu Sangiuliano (attualmente consigliere regionale in Campania e promotore della provocatoria campagna “meno ciak, più tac”) a dividere la originaria commissione unica di 15 membri in due commissioni, rispettivamente, per la “produzione” e la “promozione”, formate da 15 e 12 membri. Purtroppo, però, Sangiuliano non ha ascoltato i consigli di chi (in primis il centro di ricerca indipendente che presiedo, l’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult) gli suggeriva di affrontare in modo serio i criteri di cooptazione dei “selezionatori” – ovvero gli esperti – adottando finalmente procedure trasparenti e meritocratiche, a partire da una pubblica valutazione comparativa dei curricula dei candidati.

Ci si augura però che la classica montagna non partorisca il classico topolino. I “precedenti” non incoraggiano infatti l’ottimismo: basti pensare come la ormai evanescente “riforma Borgonzoni” della Legge Franceschini del 2016 abbia prodotto qualche novella regola di scenario (“tetto” al rischio di spese folli e budget gonfiati e blocco allo “splafonamento” cioè il superamento in itinere del budget di dotazione annuale), ma ha fatto aumentare in modo incredibile la quota percentuale del tax credit sul totale del Fondo Cinema e Audiovisivo. Giovedì 16 è stato pubblicato il “riparto”, con timbro notarile della Corte dei Conti, firmato da Giuli, che riproduce esattamente la bozza anticipata in anteprima esclusiva da IsICult il 26 febbraio: privilegia le società straniere che vengono a girare in Italia, a danno del sostegno autentico alla produzione indipendente e agli autori emergenti. Continua a prevalere una deriva mercatista e la sudditanza rispetto ai big player, a fronte di una possibile auspicabile politica culturale alternativa.

Intanto, prosegue l’iter della “riforma Mollicone”, ovvero delle proposte di legge che il Presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone (Responsabile Cultura di Fratelli d’Italia candidato anche alla successione di Gianmarco Mazzi – elevato a Ministro del Turismo nel post Santanchè – nel ruolo di Sottosegretario alla Cultura, anche se circola voce di pretese dei “centristi” per quell’incarico) intende accorpare, dopo il ciclo di audizioni conclusosi poche settimane fa.

Sembra quindi prevalere la proposta di una “Agenzia” indipendente dal Ministero, sul modello francese, ma – anche in questo caso – riemerge prepotente il tema nodale: chi nominerà e soprattutto con quali criteri coloro che saranno chiamati a “governare” questa agenzia indipendente (vedi supra, alla voce “commissioni”)?! Senza autonomia reale, risorse certe e criteri pubblici di nomina rischierebbe di essere solo un Ministero con altra insegna.

Da me interpellato per questo blog, Mollicone ha dichiarato: “Dopo aver sentito tutte le categorie del settore in audizione in Commissione, stiamo lavorando, insieme al Ministro Giuli e al Sottosegretario Borgonzoni, ad un testo unico della legge delega che riesca a armonizzare tutte le posizioni espresse e dare all’esecutivo un indirizzo chiaro e condiviso”. Questo testo dovrebbe quindi recepire alcune delle tesi delle proposte di legge presentate da Pd (Elly Schlein), M5s (Gaetano Amato), Azione (Valeria Grippo): ardita e apprezzabile intrapresa, se non si tratta solo di belle intenzioni. Rispetto alle Commissioni, sostiene Mollicone: “d’accordo con il Governo sulla revisione delle regole di costituzione e funzionamento delle commissioni. Ricordo che questo sistema di commissioni è una costruzione procedurale nata dalla legge 220/2016, quindi sotto il Governo Franceschini”. E questo è indiscutibile.

Il Ministro Giuli ha annunciato durante il question time di mercoledì 15 aprile un incremento di 20 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo, rispetto ai previsti 606 milioni del 2026 (erano 696 nel 2025). Un piccolo aumento, che però, a fronte della rigida (e conservatrice) logica del “riparto”, non innova granché: il 71% del totale va al “credito d’imposta”!

In parallelo, sul fronte dei lavoratori il settore è in ulteriore agitazione, con uno scontro frontale molto duro tra i sindacati “confederali” ovvero Cgil in primis (con il suo Sindacato Lavoratori della Comunicazione), che concentra le energie sul nuovo contratto collettivo di lavoro (atteso da decenni!) ed il movimento dei lavoratori di base delle troupe (#Siamoaititolidicoda alias Satdc, aderente all’Usb), che ne contesta la fallacia riformatrice, e ha promosso l’idea provocatoria di disertare la serata di mercoledì 6 maggio per la premiazione dei David di Donatello.

Una parte delle associazioni degli autori contropropone invece la mera lettura di un “comunicato” durante la serata su Rai1 (condotta da Flavio Insinna e Bianca Balti), ma s’è visto l’esito di azioni – pur apprezzabili – “soft” come la protesta manifestata nell’edizione 2025 dal Maestro Pupi Avati, che criticò in diretta le politiche di Borgonzoni. Esito?! Debole assai. Idem dicasi per il dissenso manifestato dagli autori sul “piano di riparto” 2026: non è stato modificato di una virgola.

E forse proprio un’azione eclatante di rottura potrebbe invece finalmente scuotere il sistema dalle fondamenta e contrastare realmente la deriva mercatista che sta affossando la creatività, con i “poteri forti” (i big player, le grandi multinazionali dell’audiovisivo, le lobby delle associazioni imprenditoriali come Anica ed Apa) che continuano… “a dettar legge”.

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