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Banksy Archive 01, a Palazzo Fava a Bologna la nuova mostra dello street artist: un momento terapeutico

Il contrasto con l’antologia di Banksy è sferzante: in una dimora rinascimentale sono esposte opere figlie di un’arte da sempre considerata minore
Banksy Archive 01, a Palazzo Fava a Bologna la nuova mostra dello street artist: un momento terapeutico
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L’altro giorno ero a Palazzo Fava, nel cuore pulsante – e attualmente parecchio congestionato, causa lavori per il tram – di Bologna, per visitare Banksy Archive 01 – The School of Bristol (1983-2005), la mostra aperta di recente per celebrare vita e miracoli del misterioso artista inglese. Artista che è tornato proprio di recente al centro dell’attenzione mediatica: Banksy ora avrebbe un’identità. Un’imponente inchiesta dell’agenzia internazionale Reuters ha rivelato che dietro lo street artist più celebre al mondo si celerebbe Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973. Per anni, proprio per depistare le indagini sulla sua reale figura e preservare l’anonimato, Gunningham avrebbe vissuto sotto il falso nome di David Jones – ironicamente, il nome di battesimo di David Bowie.

Ora: non voglio rubarvi del tempo né con la storia della scoperta della vera identità di Banksy – potete approfondire la cosa qui – né con una recensione delle opere esposte, tra l’altro quasi tutte molto note: sarebbe noioso per me scriverla e per voi leggerla. Preferisco invece offrirvi quattro piccoli spunti, minute considerazioni nate dal silenzio di quelle sale in una fredda mattina di inizio primavera.

Le mostre sono, per definizione, un prodotto antisocial. Sono lente, statiche, orgogliosamente analogiche. Le opere sono quasi sempre corredate da testi bianchi su sfondo nero: parole scritte fitte, con le frasi attaccate le une alle altre. Insomma, tutto il contrario della scrittura social fatta di concetti brevi, spazi tattici e ganci emotivi per catturare l’attenzione in due secondi. Leggere una didascalia sotto un quadro oggi richiede uno sforzo quasi sovversivo: servono tempo, pazienza e magari un paio di occhiali. In un’epoca di fast-content, trovarsi davanti a una spiegazione lunga e densa pone lo spettatore di fronte a una sfida perché sei obbligato a fermarti, a modulare il fiato e a concentrarti, se vuoi capirci qualcosa della mostra. Ma è proprio così che viene tracciata una linea di demarcazione: questa è arte vera, che impone e detta il suo ritmo, non l’arte di Instagram, dove i tempi sono dettati dall’algoritmo e dove tutti sono artisti, quindi nessuno lo è davvero.

Spesso si è giocato sull’equivoco che Banksy e Robert Del Naja, il frontman dei Massive Attack, fossero la stessa persona. Io sapevo a mala pena chi fosse Del Naja, ma nella mostra si chiarisce bene il peso specifico della sua figura: Del Naja è il “King of Style”, il pioniere che negli anni ’80 ha gettato un ponte culturale tra New York e Bristol. Firmandosi “3D” ha importato i codici visivi dell’hip hop e del graffitismo americano, mescolandoli a un immaginario popolato dai supereroi della sua infanzia, come Daredevil e Spider-Man. È stato lui a insegnare a una generazione di artisti – Banksy incluso – che per dire la verità a volte bisogna indossare una maschera. Non per nascondersi, ma per diventare un simbolo collettivo.

L’ingresso a Palazzo Fava è stato, anche se solo per un paio d’ore, un momento terapeutico. Bologna è un cantiere a cielo aperto: ci sono, dicevo, i lavori per il tram, quindi polvere, rumore e caos, dal centro alla periferia. I cittadini sono stremati. Varcare la soglia di questa gemma nascosta ha significato placare (in parte) l’ansia urbana e immergersi in un ecosistema di luci soffuse e ronzii ovattati. Il contrasto con l’antologia di Banksy è sferzante: in una dimora rinascimentale celebre per ospitare il primo grande ciclo di affreschi dei Carracci sono esposte opere figlie di un’arte da sempre considerata minore e generate “in danger”, create sulla strada, di notte, col rischio costante dell’arresto. Le teche che proteggono il graffito fiorito dall’asfalto è il paradosso più potente della Street Art.

Ripercorrere la cronistoria artistica di Banksy è come fare un tuffo nel nostro recente, da alcuni compianto, passato. Non è un caso che serie come Stranger Things abbiano avuto successo: l’immaginario degli anni ’80 e ’90 è, per molti Millennials, un rifugio salvifico. La mostra espone copie numerate di stencil iconici – da Girl with Balloon al Flower Thrower – ma l’occhio cade anche su oggetti che sembrano reperti archeologici: cd incorniciati, musicassette, magazine come quelli che sfogliavamo di nascosto nelle nostre camerette. È un’istantanea di un mondo che, con tutti i suoi difetti, ci offriva ancora una narrazione in cui orientarci.

Oggi le cose sono un po’ cambiate. Gli eroi americani sono diventati i cattivi della storia, quelli buoni sono stati smascherati e anche il mondo in cui viviamo sembra aver smesso di funzionare, incastrato tra un algoritmo bellico e un cantiere che non finisce mai.

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