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La guerra in Iran come arma economica: l’Europa paga, altri incassano

Se gli Stati Uniti escono dal conflitto senza garantire la libertà di navigazione, non stanno risolvendo il problema che hanno creato: lo stanno trasferendo. E indovina a chi?
La guerra in Iran come arma economica: l’Europa paga, altri incassano
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C’è un modo molto elegante di fare la guerra senza dichiararla all’Europa: colpire il punto esatto in cui è più vulnerabile. Non con missili su Berlino o Parigi, ma con il prezzo dell’energia. È esattamente ciò che sta accadendo con la guerra in Iran.

Da quando il conflitto è esploso, lo Stretto di Hormuz — arteria attraverso cui passa circa un quarto del petrolio mondiale — è parzialmente bloccato. Nel Mar Rosso, il traffico attraverso Bab el-Mandeb e il Canale di Suez era già crollato di circa il 60% nel 2024-25 per gli attacchi degli Houthi; ora la situazione è peggiorata. Il risultato è una doppia strozzatura: da una parte Hormuz, dall’altra la via meridionale verso Suez.

La faccenda, per l’Europa, è particolarmente sgradevole, non perché importi necessariamente la maggior parte del petrolio e del gas liquefatto da Hormuz — ma perché il prezzo dell’energia è globale, e noi siamo importatori netti. Quanto a Suez, il precedente tentativo occidentale di proteggere la navigazione nel Mar Rosso è costato oltre un miliardo di dollari in armamenti, con quattro navi affondate.
In questo contesto, la linea degli Stati Uniti appare sempre più chiara — e sempre più problematica. L’Iran è l’unico attore mediorientale che non si piega al Nuovo Ordine Internazionale. Resta manifestamente indipendente dagli Stati Uniti, in una regione ‘assegnata’ agli americani dal Direttorio Mondiale delle Grandi Potenze (Putin + Trump). Donald Trump ha perciò intensificato la pressione militare sull’Iran, ma senza un piano credibile di stabilizzazione. Ha dispiegato migliaia di soldati nella regione e minaccia di colpire infrastrutture critiche iraniane, inclusi impianti elettrici e di desalinizzazione. Ma allo stesso tempo, ha lasciato intendere di essere disposto a chiudere la guerra anche senza riaprire completamente Hormuz. Questo è il punto decisivo. Se gli Stati Uniti escono dal conflitto senza garantire la libertà di navigazione, non stanno risolvendo il problema che hanno creato: lo stanno trasferendo. E indovina a chi.

L’Iran ha già comunicato la sua strategia, parlando apertamente della possibilità di imporre pedaggi alle navi nello Stretto. Non è ancora una politica formalizzata, ma il segnale è inequivocabile: trasformare Hormuz da corridoio globale a leva di potere. Il risultato è un cambiamento strutturale: il rischio geopolitico diventa permanente, e con esso il sovrapprezzo energetico. Un affare per i produttori non medio orientali.

Da questa situazione emerge un solo, evidente vincitore: la Russia. Non solo l’aumento dei prezzi del petrolio rafforza le sue finanze. L’aumento dei costi energetici sta anche riaprendo in Europa il dibattito sul ritorno al gas russo. In Germania, i prezzi più alti stanno alimentando le posizioni di chi chiede una revisione delle politiche energetiche. Questo è il vero effetto strategico della guerra: non solo arricchire la Russia, ma riaprire lo spazio politico per il suo ritorno.

Qualcuno pensa che Trump “prende ordini da Putin”: non è dimostrato. Ma una cosa è certa: le sue scelte favoriscono gli interessi strategici russi. E indeboliscono gli Stati Uniti: sul fronte militare, finanziario, e diplomatico. Ora, la scelta di non garantire pienamente la sicurezza delle rotte marittime riduce la credibilità americana come garante dell’ordine globale.

Quanto alla popolazione iraniana, non c’è alcun segno serio che la priorità di Trump sia proteggerla. Reuters riporta minacce statunitensi contro infrastrutture petrolifere, elettriche e persino impianti di desalinizzazione. Questo non è linguaggio da ricostruzione liberale; è linguaggio da pressione brutale su una società già stretta tra guerra e teocrazia. L’idea che si voglia davvero emancipare l’Iran dal suo regime, prendendosi il carico umano e politico di farlo, non trova oggi riscontro credibile nei fatti. Più plausibile è l’ipotesi opposta: rendere il regime vassallo, come in Venezuela. O come vorrebbero fare in Ucraina. Qui, Washington continua a esercitare pressione su Kyiv, affinché ceda ai russi, senza combattere, tutto il Donbass: territori che rappresentano il fulcro del sistema difensivo ucraino. Indebolire Kyiv mentre la Russia beneficia dell’aumento dei prezzi energetici significa, di fatto, riequilibrare il conflitto a favore di Mosca.

E così si arriva al punto finale. Prima della guerra, Hormuz era aperto. Oggi non lo è più. Domani potrebbe riaprire — ma a condizioni nuove, imposte dall’Iran o da un equilibrio instabile. Se gli Stati Uniti si tirano indietro senza risolvere la questione, qualcuno dovrà occuparsene. E quel qualcuno è, inevitabilmente, l’Europa. Non perché lo voglia. Ma perché ne ha bisogno. Questo significa che l’Europa potrebbe trovarsi costretta a fare ciò che ha cercato di evitare: confrontarsi direttamente con l’Iran.

In conclusione, la guerra in Iran non è solo una crisi regionale. Non è neppure l’inizio della terza guerra mondiale: difatti le grandi potenze non litigano, tutt’altro. È un episodio abbastanza scontato della transizione dal vecchio multilateralismo del sec. XX al Direttorio dei Tre Imperi del nuovo millennio. Un episodio della nuova competizione tra modelli di potere. Da una parte, sistemi autoritari che utilizzano energia e instabilità come strumenti strategici. Dall’altra, democrazie che dipendono da mercati aperti e flussi sicuri.

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