Come vivono i cristiani in Israele. Sputi, aggressioni e profanazioni: +40% in un anno. Caridi: “Per Tel Aviv sono prima di tutto dei palestinesi”
“L’immagine del cardinale Pizzaballa che dal Getsemani solleva la croce rivolto verso le mura della Città Vecchia di Gerusalemme è un messaggio pacifico ma chiaro alle autorità di Israele. Dice ‘noi siamo qui‘”. La decisione di Tel Aviv di impedire l’accesso al Patriarca latino di Gerusalemme al Santo Sepolcro nella Domenica delle Palme non solo ha scatenato le proteste della comunità internazionale, ma ha di nuovo sollevato la questione della condizione dei cristiani in Terra Santa, sempre più vittima di soprusi da parte delle istituzioni d’Israele. Paola Caridi, giornalista, scrittrice e profonda conoscitrice della storia di Israele e Palestina, racchiude in questa immagine tutta la sofferenza e la resistenza delle comunità cristiane che pagano, come i musulmani, la ‘colpa’ di non essere ebree: “In Israele e nei Territori occupati – spiega a Ilfattoquotidiano.it – un cattolico, un ortodosso, un armeno o un musulmano è innanzitutto un palestinese. E come tale viene trattato dal governo”.
Prima di tutto ci sono i numeri a mostrare come le violenze e i soprusi nei confronti della comunità cristiana in Israele e nella Gerusalemme occupata abbiano conosciuto un incremento di quasi il 40% in un solo anno, grazie anche al nuovo governo guidato da Benjamin Netanyahu e sostenuto dai ministri estremisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Nel 2023, primo anno dell’esecutivo Netanyahu 7, i casi registrati sono stati 90. L’anno successivo sono diventati 111 per poi salire fino a 155 nel 2025. Si tratta di offese, sputi, profanazioni di tombe e luoghi sacri, ma anche di violenze fisiche. E a commetterle, nell’impunità, sono quasi sempre estremisti religiosi, ultranazionalisti e coloni. “Questi dati, che pure raccontano di un aumento delle violenze, rappresentano solo una piccola parte del totale – tiene a sottolineare Caridi – Se a Israele e Gerusalemme occupata si aggiungono tutti i territori della Cisgiordania, il numero risulterà ben più alto. Penso a luoghi simbolo del cristianesimo come Taybeh, dove quasi quotidianamente si registrano attacchi ai danni delle popolazioni”.
Episodi del genere accadono da sempre perché le anime del sionismo ultraradicale considerano la presenza dei non-ebrei in Palestina illegittima. Ma questo pensiero si è fatto sempre più strada negli anni, fino al punto di non ritorno di questo processo di giudaizzazione di Israele che può essere individuato nella legge sullo Stato-Nazione del 2018, dove per la prima volta si definisce Israele “la casa nazionale del popolo ebraico“. Un modo per sancire un diritto all’autodeterminazione riservato agli ebrei e non alle popolazioni di fede diversa. Un’accelerata verso la trasformazione di Israele in quello che già in molti definivano lo Stato ebraico. Così, perde valore anche la tesi, più volte ripetuta ad esempio dal ministro degli esteri, Antonio Tajani, che ” i cristiani rappresentano un elemento di stabilità e pace in tutto il Medio Oriente”: “Non è più così – replica Caridi – I cristiani sono in larghissima parte palestinesi e come tali vengono trattati. È finito il tempo della doppia velocità. Prendiamo ad esempio le scuole cristiane che vengono frequentate sia da cristiani sia da musulmani. Israele ha pensato bene di impedire agli insegnanti, palestinesi che vivono nei Territori occupati, l’accesso dai checkpoint, così da rendere impossibile il corretto svolgimento del programma scolastico. È una realtà che conosco bene. C’è stata una lunga contrattazione e poi Tel Aviv ha concesso il passaggio, ma solo dal lunedì al venerdì perché il sabato è Shabbat e i checkpoint non sono operativi, dicono. In questo modo, oltre a rendere più difficile lo svolgimento dei lavori scolastici, hanno esposto gli insegnanti anche a licenziamenti a causa delle assenze ingiustificate. È anche attraverso questi mezzi che agisce la repressione“.
Tra le vittime predilette, spesso meno raccontate perché parte di una piccola minoranza, c’è la comunità armena. “Non è un caso che uno dei progetti di occupazione abbia coinvolto il quartiere armeno – continua Caridi – Negli anni, gruppi di ebrei israeliani hanno acquistato gran parte delle case del quartiere, ma lo hanno fatto dietro ricatto, sfruttando gli elementi più deboli o compromessi della comunità, oppure utilizzando dei prestanome che non facessero sospettare che l’acquirente fosse un ebreo israeliano, o addirittura rivendicando la proprietà dietro presentazione di documenti falsi che si appellano alla legge sulla proprietà degli assenti del 1950. Questa dà allo Stato il potere di confiscare e sequestrare ai palestinesi proprietà e beni che furono costretti ad abbandonare nel 1948″.
Una condizione, quella dei non ebrei in Israele e Palestina, che non ha però scatenato proteste di piazza, non ha generato sdegno nella popolazione, salvo rari casi. Questo, secondo Caridi, trova una spiegazione nel fatto che “l’idea di averla vinta sul nemico giurato Iran e tutto quello che ad esso è collegato è diventata una missione di vitale importanza. Vivono tra l’incubo e il delirio imperiale, dove non c’è spazio per la pace e lo stato di guerra perenne è considerata l’unica condizione per la sopravvivenza”. Ed è in questa condizione che l’attuale governo israeliano, il più estremista della storia del Paese, trova terreno fertile per portare avanti politiche discriminatorie, anche rischiando di attirare le antipatie di alleati storici: “I nostri governi sono preoccupati solo dal fatto che episodi come quello che ha coinvolto Pizzaballa possano metterli in difficoltà con l’opinione pubblica – conclude Caridi – È per questo che rimango convinta della forza della voce dei non-potenti che può influenzare l’agire dei potenti. Che siano le piazze, la Flotilla o le proteste seguite al caso Pizzaballa, è attraverso questi sforzi che può scattare la scintilla che farà muovere la politica”.