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Trump pronto a uscire dalla Nato. Cosa significa per l’Europa e come sta andando il riarmo Ue

"Limiti finanziari e vincoli nel sistema di governance hanno molto ridotto l’impatto delle misure comunitarie per incentivare la produzione industriale nella difesa", scrive il giurista Federico Fabbrini nel libro 'L'esercito europeo'
Trump pronto a uscire dalla Nato. Cosa significa per l’Europa e come sta andando il riarmo Ue
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump torna a scioccare le relazioni transatlantiche dichiarando di stare “seriamente valutando” il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato, che in un’intervista al britannico The Telegraph di mercoledì primo aprile definisce una “tigre di carta, e lo sa anche Putin, tra l’altro”. Parole che hanno innescato un botta e risposta con il premier britannico Keir Starmer, convinto che la Nato sia “l’alleanza militare più efficace che il mondo abbia mai visto”. Sprezzante la replica del Tycoon: il Regno Unito “non ha nemmeno una marina militare” e Starmer è interessato solo alla costruzione di “mulini a vento”. Non è la prima volta che Trump minaccia il disimpegno. Per evitarlo, lo scorso giugno i Paesi membri della Nato si sono impegnati a spendere il 5% del proprio Pil nella difesa entro il 2035. Ma se prima si trattava di europei “scrocconi”, dopo il rifiuto degli alleati Nato a sostenere Usa e Israele in Iran, Trump ha parlato di “test fallito” e si è detto “molto deluso”. Tanto che a risentirne potrebbero essere anche le forniture promesse a Kiev, magari perché dirottate su altri fronti, a partire dalle riserve del Pentagono.

Ma l’uscita Usa dalla Nato sarebbe soprattutto un colpo per l’Unione europea, che per settant’anni ha delegato la propria sicurezza agli americani, “soci di maggioranza” di una Nato che è essenzialmente un progetto americano nato per garantire la stabilità di un continente che aveva già trascinato gli Stati Uniti in due guerre mondiali. “L’Unione si era per così dire assuefatta alla pace”, ha spiegato al Fatto Quotidiano Federico Fabbrini, professore di Diritto Ue a Dublino, attualmente Fulbright Schuman Fellow in International Security ad Harvard, e autore del libro ‘L’esercito europeo – Difesa e pace nell’era Trump‘ (il Mulino, 2026). Lo stato attuale della difesa europea riflette questa assuefazione: un sistema frammentato dove “la sicurezza nazionale resta di esclusiva competenza di ciascuno Stato membro” e l’Ue agisce solo come supporto. Fino ai conti con la realtà, dallo scoppio della crisi ucraina alla rielezione di Trump. E alla decisione di mettere in campo strumenti inediti, che però mostrano limiti operativi e finanziari, legati innanzitutto a istituzioni europee “costruite per tempi di pace”, ha spiegato il giurista.

Nel libro ‘L’esercito europeo’, Fabbrini ha esaminato i nuovi strumenti Ue e la loro efficacia. Il regolamento ASAP (Act in Support of Ammunition Production), è stato adottato nel 2023 con una dotazione di 500 milioni di euro per fornire un milione di munizioni all’Ucraina entro un anno. Un’ambizione “fallita clamorosamente”: l’Ue ha raggiunto solo un terzo dell’obiettivo anche perché la scelta del suo organo intergovernativo, il Consiglio, di privare la Commissione “di qualsiasi potere effettivo per orientare l’industria della difesa, facendo esclusivo affidamento sulla buona volontà e cooperazione degli operatori di mercato, ha finito per compromettere gli obiettivi dell’ASAP”, che drammaticamente è anche l’acronimo di as soon as possibile (appena possibile). Altro strumento chiave, il SAFE (Security Action for Europe), approvato dal Consiglio il 27 maggio 2025 con un massimale di “150 miliardi di euro”, eroga esclusivamente “prestiti” che gli stati membri “devono anche restituire con gli interessi”. Emblematico il caso della Polonia, paese per il quale SAFE era stato ampiamente pensato: Fabbrini ha rircordato che proprio di recente il Presidente della Repubblica polacca ha messo il “veto alla richiesta” del Primo Ministro di accedere ai fondi a causa di tensioni politiche interne.

Anche la creazione di una forza di reazione rapida di appena 5.000 uomini ha finito per essere tardiva e insufficiente, avendo richiesto ben “3 anni” per essere formalizzata (ma non impiegata). A pesare sarebbero le “gelosie nazionali” che mantengono il mercato della difesa “interamente escluso dal funzionamento del mercato interno”, favorendo posizioni monopolistiche delle industrie nazionali che “possono stabilire i prezzi che vogliono”, ha spiegato Fabbrini (guarda l’intervista). Nel frattempo, di fronte alle minacce di Trump, il 2 marzo 2025 è nata la cosiddetta coalizione dei volenterosi su impulso di Francia e Regno Unito, con l’obiettivo di fornire una “forza di rassicurazione” all’Ucraina. Una piattaforma informale che Fabbrini paragona a una “festa degli amici”, dove i partecipanti cambiano continuamente e nessuno si impegna davvero in modo esplicito. “Le decisioni prese in un consesso intergovernativo sono intrinsecamente fragili, il che le rende poco credibili nei confronti di paesi terzi”, si legge nel libro. Insomma, manca la legittimità per decidere l’invio di truppe dove uomini e donne potrebbero morire.

In questo vuoto strategico emerge il riarmo della Germania che ha modificato in appena un mese la sua Legge Fondamentale per autorizzare indebitamento senza limiti sulla difesa. Un anno fa il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato l’intenzione di investire mille miliardi di euro nei prossimi 10 anni, dichiarando apertamente che il Bundeswehr sarà il “più potente esercito convenzionale europeo”. “Si tratta di uno dei cambiamenti di paradigma più storici nella storia tedesca del dopoguerra. Sia la velocità con cui è avvenuto che l’entità dell’espansione fiscale prevista ricordano la riunificazione tedesca”, si legge nel libro. A fare la differenza è la superiore capacità fiscale della Germania, forse l’unica in grado di sostenere un vero riarmo. Ma svolta solitaria di Berlino in mezzo a un’Unione piena di limiti finanziari e vincoli di governance, rischia di produrre “profonde asimmetrie” all’interno dell’Unione, avverte Fabbrini, spingendo Paesi come l’Italia verso un “ruolo minoritario” e allontanando per l’ennesima volta un progetto di difesa comune integrata, progetto che l’Ue ha dal 1951, ma chiuso in un cassetto, come ha raccontato Fabbrini nell’intervista al Fatto.

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