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Il “pesce d’aprile” di Urso, il taglio del fondo Transizione 5.0 era uno scherzo: le risorse ora crescono a 1,5 miliardi

La gestione schizofrenica del piano continua: venerdì era stato annunciata una sforbiciata da quasi 800 milioni. Ora cancellata. Anzi, verranno aggiunti altri 200 milioni
Il “pesce d’aprile” di Urso, il taglio del fondo Transizione 5.0 era uno scherzo: le risorse ora crescono a 1,5 miliardi
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“Abbiamo scherzato”. I fondi tornano, anzi crescono. Il governo compie una nuova marcia indietro sul piano Transizione 5.0. Dopo aver più che dimezzato le risorse per decreto appena ciqnue giorni fa, i ministri Adolfo Urso (Imprese) e Foti (Pnrr), insieme al viceministro dell’Economia Maurizio Leo, hanno annunciato di fronte ai rappresentanti delle principali associazioni degli industriali che i soldi pubblici previsti in legge di Bilancio saranno ripristinati garantendo il credito d’imposta a tutte le quasi 7.500 aziende che avevano presentato i progetti entro il 27 novembre dello scorso anno. Di più: il fondo sarà espanso aggiungendo altri 200 milioni. In totale, quindi, lo stanziamento raggiungerà 1,5 miliardi di euro.

La gestione schizofrenica di Transizione 5.0 continua, insomma. Tra novembre e oggi, l’esecutivo è arrivato al quarto cambiamento. La protesta di Confindustria e delle altre associazioni datoriali ha fatto centro. Venerdì 27 marzo, il Consiglio dei ministri aveva approvato un decreto che tagliava da 1,3 miliardi a circa 500 milioni le risorse destinate a incentivare gli investimenti nell’acquisto di macchinari a maggior efficienza energetica o all’installazione di impianti fotovoltaici. Il resto dei fondi, aveva annunciato il ministro Giancarlo Giorgetti, sarebbero stati dirottati su misure – come il taglio delle accise – pensate per fronteggiare la crisi aperta dalla guerra in Iran, decisa da Usa e Israele.

La decisione aveva lasciato nel guado 7.417 aziende che a novembre avevano aderito al fondo, certe di ricevere il contributo, e quindi avevano investito nell’acquisto dei macchinari ritrovando con un credito d’imposta decurtato del 65%. “Si è rotto il patto di fiducia”, aveva tuonato il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. La mossa, tra l’altro, è solo l’ultima strambata sul piano che ha avuto una gestione travagliata sin dalla sua nascita nel 2023. Venne approvato a novembre, ma l’operatività divenne realtà solo nell’agosto 2024.

Nonostante una dotazione di 6,3 miliardi di euro, erano stati richiesti appena 600 milioni a causa di regolamenti macchinosi e impastati di burocrazia. Di fronte alle proteste di Confindustria, il ministero aveva semplificato l’iter snellendo le procedure per accedere ai crediti d’imposta. Così Transizione 5.0 aveva spiccato il volo, nonostante un percorso accidentato dei decreti attuativi. Poi il 6 novembre 2025, ecco un nuovo colpo di scena: Urso aveva deciso di tagliare la dotazione da 6,3 a 2,5 miliardi nonostante le richieste arrivate ammontassero a 3,4. Si era così creato un bacino di “esodati” che aveva spinto il Mimit alla giravolta.

In fretta e furia venne impostato un decreto per riassorbire nella misura i progetti – alla fine se ne conteranno 7.417 – arrivati entro il 27 novembre con uno stanziamento da 1,3 miliardi inserito in Manovra. Venerdì la decisione di ridurre il plafond da 1,3 miliardi a 537 milioni e rimpicciolendo il campo della tipologia di interventi accettati, includendo solo i beni strumentali e non più gli investimenti per gestire l’energia e installare impianti da fonti rinnovabili. Così in 7.417 si sono ritrovati, di nuovo, in mezzo al guado: investimenti fatti, ma rimborsi decurtati o cancellati. Di fronte alle proteste di Confindustria, ecco la nuova retromarcia. Era un pesce d’aprile anticipato e oggi si torna all’origine, anzi il fondo si gonfia. Chissà fino a quando.

“Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile”, è stato il commento di Urso che parla di un lavoro “in piena sintonia tra ministeri per offrirvi una ipotesi di lavoro che, oltre a confermare integralmente gli 1,3 miliardi in più alle imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, incrementa le risorse a loro disposizione di ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi in più”. Per il momento, ovviamente, le imprese sono contente. “Non sorpresa ma apprezzamento. Anche per il ministro Urso per la difesa dell’industria”, ha detto Orsini. Il potenziamento del fondo a 1,5 miliardi consente di portare il credito d’imposta dal 35% del decreto di venerdì al 90% per gli investimenti del piano e al 100% sui pannelli fotovoltaici. “Non si poteva fare altro e questa era la via giusta perché io credo che gli imprenditori che si fidano delle istituzioni così si continuano a fidare”, ha detto il numero uno di Confindustria. Le risorse arrivano “da un po’ di sacrifici”, ha specificato Foti. Leo – che parla di risultato “ottimo” – ha spiegato che i fondi “arrivano dalle previsioni che avevamo fatto, quindi abbiamo risolto il problema”.

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