Schiavi d’Abruzzo sepolta dalla neve: “La vita va avanti. La vera emergenza? Il costo del riscaldamento” | Reportage
Svegliarsi il primo aprile con cumuli di neve alti fino a due metri potrebbe sembrare uno scherzo da pesce d’aprile. Ma qui non lo è. Succede davvero, e senza stupore, ai 614 abitanti di Schiavi d’Abruzzo, piccolo comune del Chietino incastonato a 1.172 metri di altitudine. Da queste parti la neve — anche quando è abbondante — non è emergenza, ma consuetudine. La si affronta con la stessa naturalezza con cui, altrove, si prende la metropolitana nelle ore di punta. Semmai, la preoccupazione è legata ad altro: alla necessità di tenere accessi i termosifoni, con tutto quel che comporta in termini di costi. Ancor di più ora che la guerra in Iran sta spingendo i prezzi verso l’alto.
Così in questo 1° aprile, passeggiando tra i vicoli del paese, tra un cumulo e l’altro, si incontrano cittadini che si muovono con sorprendente nonchalance. Vanno al lavoro e fanno commissioni come se nulla fosse. Poco importa che l’intero territorio sia praticamente isolato, avvolto in una coltre bianca che inghiotte strade e piazze. Facciamo qualche passo, affondando nella neve, nei pressi del centro. Qui incontriamo il sindaco, Luciano Piluso: “In Comune, devo attivare il Centro operativo comunale. Se volete, dopo ci prendiamo un caffè”. Spostandosi di pochi metri — sei minuti per percorrerne cinque, rallentati da folate di vento e neve che rendono il cammino faticoso — si incontra Nicola Fiorito, 58 anni, schiavese doc e dipendente comunale.
Pala in mano, combatte la sua battaglia quotidiana contro la neve per liberare un ingresso: “Devo aprire la farmacia. La farmacista tarderà per via delle strade bloccate, ma intanto garantiamo l’apertura, anche per la consegna dei farmaci”. Schiavi d’Abruzzo è così: un formicaio bianco, popolato da persone operose che non sembrano risentire né dell’emergenza né dei disagi. A confermarlo è anche Francesco Bottone, giornalista e direttore della testata locale ecoaltomolise.net, che da anni racconta la vita in questo angolo d’Italia spesso dimenticato: “Qui la neve, come altre calamità, non viene vissuta come un’emergenza, ma come parte della normalità”, spiega. “Siamo legati a questi luoghi e difendiamo questa scelta anche nella vita quotidiana. La vera resilienza sta proprio nei gesti semplici: vivere la montagna senza inseguire una routine fagocitante, prendersi il tempo per farsi strada nella neve, raggiungere il negozio di alimentari — che sai già troverai aperto — comprare un chilo di pane, ancora a buon prezzo, un pacco di pasta, scambiare due parole ricordando le nevicate storiche e poi tornare a casa, magari continuando a lavorare al computer in smart working”.
Dello stesso avviso è Fiorito, che una volta raggiunta la farmacia si concede qualche minuto per raccontare: “Qui la neve l’abbiamo vista anche ai primi di giugno, una volta, anche se mista ad acqua. Non ci spaventa, anzi: crea maggiore unione nella comunità. Stamattina, come ho fatto io con la farmacista, ci si aiuta tra vicini e parenti per superare i piccoli disagi”. Vivere qui è anche una missione, come conferma il primo cittadino, rieletto per ben sette volte e sindaco da oltre trent’anni: “Forse perché amministrare un piccolo comune non è da supereroi, anche se da fuori può sembrare. La neve qui è di casa, così come i disagi della montagna. Ma grazie alla coesione dei cittadini si supera tutto”. Poi aggiunge: “Sono appena stato a liberare dalla neve nonna Maria, 93 anni, che vive nella zona alta del paese. Qui la mattina ci contiamo un po’ tutti: una sorta di controllo sociale che ci fa vivere più sereni, perché sai che qualcuno chiederà di te”. E le emergenze vere? “Sono altre”, conclude il sindaco. “Non ci spaventa una nevicata di due metri. Siamo molto più preoccupati per il costo del riscaldamento. Senza piagnistei chiediamo sgravi: a differenza di altri, i termosifoni qui restano accesi anche oltre otto mesi l’anno. Quella sì che è un’emergenza”.