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È Urso il prossimo epurato di Meloni? Questo regolamento di conti racchiude rischi evidenti

La premier ha terminato le pulizie di primavera oppure si spingerà oltre? Se sarà rimpasto, dovrà presentarsi da Mattarella
È Urso il prossimo epurato di Meloni? Questo regolamento di conti racchiude rischi evidenti
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Curioso ma niente affatto sorprendente, visto l’andazzo consolidato delle cose della politica italiana: i maggiori responsabili della disfatta referendaria, la premier Giorgia Meloni e il ministero della Giustizia, Carlo Nordio – i firmatari della legge di riforma affossata dai No – sono rimasti ai propri posti. Eppure la medesima Meloni, repentinamente consapevole della questione morale che scuote il suo partito, ha chiesto e ottenuto le testa della ministra Santanchè (plurindagata e rinviata a giudizio), del sottosegretario Delmastro, coinvolto nella vicenda del ristorante aperto in società con la figlia del prestanome del clan mafioso Senese, del capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, quella dei magistrati “plotone di esecuzione”.

I due strettissimi collaboratori, Delmastro e Bartolozzi, Nordio li aveva difesi a spada tratta fino alla vigilia del referendum. A giochi fatti si era rassegnato alla volontà del capo del governo. Assumendosi “la completa responsabilità politica della sconfitta” maturata alle urne, anche grazie alle sue improvvide autolesionistiche sparate sul “Csm paramafioso” e la candida confessione che la legge di riforma non avrebbe migliorato in nulla l’efficienza della Giustizia. Da tutto ciò sarebbero dovute conseguire le dimissioni del Guardasigilli, salvato da Meloni in un bizzarro scaricabarile che ha colpito figure marginali (soprattutto Santanché) rispetto al core business del referendum e risparmiato i principali responsabili politici del primo grosso inciampo del governo di destra.

Si parva licet, la vicenda si sta ripetendo con i vertici della Federcalcio, che resistono alla sacrosanta richiesta di dimissioni del presidente Gravina, primo responsabile della nuova debacle della nazionale esclusa dal Mondiale per la terza volta di fila, la seconda per il presidente eletto nel 2018, rieletto nel 2021 e confermato lo scorso anno con quasi il 99% dei consensi. Ma si sa, le dimissioni non appartengono al vocabolario della classe dirigente italiana e raramente arrivano spontaneamente. Alcuni precedenti tuttavia smentiscono l’assunto.

Nella primavera del 2000 il presidente del consiglio Massimo D’Alema, si presentò dimissionario al presidente della Repubblica, Ciampi, dopo la dura sconfitta della sua coalizione alle regionali. Ciampi lo rispedì alle Camere e infine d’Alema “per sensibilità istituzionale”’ tolse il disturbo. Se Meloni mostrasse analoga “sensibilità istituzionale” quella sarebbe la strada costituzionalmente corretta. Con tutti i rischi del caso, naturalmente.

Nel 2016 un’altra vittima illustre di un referendum costituzionale perduto, Matteo Renzi, si dimise da premier e successivamente lasciò anche la segreteria del Pd. Aveva promesso di ritirarsi dalla vita politica in caso di sconfitta ma si sa, con Renzi gli impegni se li porta via il vento… A destra, evidentemente, possiedono altri metri di giudizio…
Dalle periferie intanto rimbalzano a Roma e notizie delle nuove inchieste giudiziarie che coinvolgono esponenti di FdI in Piemonte (la vicepresidente della giunta e assessora, Elena Chiorino, vicina a Delmastro, si è dimessa). A Palermo Donzelli ha spedito un commissario, Luca Sbardella, che dovrà gestirei il caso Galvagno, il presidente dell’ARS rinviato a giudizio per corruzione, peculato e truffa, atteso in tribunale il prossimo 4 maggio. Il metodo potrebbe essere analogo a quello applicato a Roma: dimissioni prima dell’avvio del processo.

La fulminea conversione di Meloni alla linea dura (”non copro più nessuno, da ora in avanti chi sbaglia paga”: dunque Meloni ammette di aver fatto scudo ai suoi fedelissimi, in barba alle evidenze, fino al referendum) sta terremotando i piani alti di Fratelli d’Italia. Non tutti i colonnelli hanno condiviso la decisione di Meloni di scaricare i tre sodali, abbandonandoli al proprio destino. Il ministro Crosetto è uno di quelli che all’interno di FdI avrebbe preferito la linea morbida, una sorta di appeasement interno, per leccarsi le ferite, riordinare le fila e riprendere a marciare uniti.

Il regolamento di conti pubblico racchiude rischi evidenti e suggerisce una domanda. Meloni ha terminato le pulizie di primavera oppure si spingerà oltre? Voci di corridoio indicano nel ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, la prossima vittima delle epurazioni meloniane. Salvini smania e rivendica il Viminale, suo antico sogno svanito nei fumi alcolici del Papeete. In Forza Italia Marina Berlusconi (nessuno l’ha eletta, a proposito del mantra della destra: gli italiani ci hanno eletti quindi abbiano diritto di decidere” ha scosso l’albero del partito costringendo Maurizio Gasparri a cedere a Stefania Craxi il ruolo di capogruppo al Senato. Gasparri peraltro è stato subito ricompensato con la presidenza della commissione Esteri del Senato.

Le acque restano agitate nel porto governativo. Meloni ha trattenuto per sé l’interim del Turismo strappato a Santanché ma se affondasse il coltello ancora più a fondo nella compagine governativa dovrebbe procedere ad un rimpasto vero e proprio e istituzionalmente sarebbe costretta a presentarsi a Mattarella. Che la rispedirebbe alle Camere. Assai improbabile per non dire impossibile che l’opposizione in quel caso riuscirebbe ad organizzare un’imboscata al governo, il quale gode di una solida maggioranza parlamentare, a dispetto dello sparuto drappello dei vannacciani che hanno votato contro la fiducia al governo alla Camera sul decreto bollette. “Un segnale forte”, l’ha definito Vannacci.

Scottata dalla sconfitta referendaria Meloni ha accarezzato l’idea di rovesciare il tavolo e portare il paese alle elezioni anticipate. Un espediente per mettere a tacere i malumori interni ricompattando la coalizione e cogliere l’opposizione nel guado delle consuete discussioni preelettorali su primarie, candidati, programma. Un salto nel buio sconsigliabile. La situazione resta fluida, il governo deve fronteggiare la crisi incombente provocata dalla guerra all’Iran, in vista ci sono provvedimenti lacrime e sangue che l’esecutivo dovrà assumere se vorrà evitare di veder sprofondare il paese nella recessione.

Trump insiste: minaccia di lasciare la Nato e intanto minaccia l’Europa: dovete acquistare armi americane. A fine giugno terminano i fondi del Pnrr, spesi dall’Italia soltanto in parte, e la probabile impennata dell’inflazione non promette nulla di buono.

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A cura di Paolo Frosina
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