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Sanità territoriale e Pnrr: realizzato solo il 4% delle Case di comunità. Recuperare il ritardo? “Missione impossibile”

Gravissimi ritardi su uno degli interventi ritenuti fondamentali dopo la pandemia Covid. Così sono a rischio i soldi Ue. L'allarme della Fondazione Gimbe
Sanità territoriale e Pnrr: realizzato solo il 4% delle Case di comunità. Recuperare il ritardo? “Missione impossibile”
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Lo scenario peggiore è quello in cui l’Unione Europea ci chiede indietro i soldi del Pnrr. Il rischio di non raggiungere i target europei del Piano è proprio questo, dover restituire il contributo a fondo perduto che sarebbe dovuto servire per ricostruire la nostra sanità pubblica, affaticata da anni di definanziamento. La seconda possibilità, comunque poco augurabile, è che l’Italia riesca a centrare i target, ma solo grazie ai risultati raggiunti da alcune Regioni. Un esito che certificherebbe, aggravandole, le profonde disuguaglianze territoriali che già spaccano il Paese. In ogni caso, il rischio maggiore è quello di sprecare una grande opportunità per il Servizio sanitario nazionale: incassare le rate del Pnrr senza produrre alcun beneficio concreto per i cittadini. E analizzando lo stato di avanzamento della riforma dell’assistenza territoriale, pilastro della Missione salute del Pnrr, sembra un rischio sempre più concreto: su 1715 Case della Comunità previste solo 66 (3,9%) risultano pienamente operative, mentre 649 non hanno ancora alcun servizio attivo. Per gli Ospedali di comunità, il quadro non migliora: solo 163 strutture su 594 hanno almeno un servizio attivo, ma nessuna è completamente in funzione.

È ancora una volta la Fondazione Gimbe a lanciare l’allarme. Con la scadenza del Pnrr fissata al 30 giugno, completare le strutture e attivare tutti i servizi previsti dal Dm 77 – il decreto ministeriale del 2022 che definisce la riforma dell’assistenza territoriale – è una difficile lotta contro il tempo. Perfino una “missione impossibile” secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione. “Si sta concretizzando la possibilità che, a fronte di un indebitamento scaricato sulle generazioni future, si lasci in eredità ai cittadini solo scatole vuote e una digitalizzazione frammentata e incompleta”, commenta. A soli tre mesi dalla rendicontazione finale del Pnrr, la riforma che avrebbe dovuto avvicinare la sanità alla popolazione è in alto mare: “L’obiettivo di rendere Case e Ospedali di comunità pienamente funzionanti, requisito indispensabile per raggiungere i target europei, resta ancora molto lontano. E al momento non è previsto alcuno slittamento temporale – prosegue -. Gli avanzamenti sono lenti e caratterizzati da inaccettabili diseguaglianze regionali. Pesano i ritardi strutturali, l’attivazione parziale dei servizi e la carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico. Così come il ritardo nel coinvolgimento dei medici di famiglia”, commenta Cartabellotta.

Per quanto riguarda le Case della comunità, al 31 dicembre 2025, erano 781 strutture (il 45,5%) ad aver attivato almeno un servizio. Tuttavia, anche tra queste molte non hanno il personale necessario per funzionare davvero, in quanto non possono garantire la presenza stabile di medici e infermieri: solo 66 (il 3,9%) risultano pienamente operative. Un dato allarmante considerando che queste strutture dovrebbero essere il perno della nuova sanità territoriale immaginata dal Pnrr. Qui dovrebbero lavorare insieme medici di famiglia, infermieri, specialisti e servizi diagnostici di base, con l’obiettivo di avvicinare l’assistenza ai cittadini e ridurre la pressione su ospedali e pronto soccorso. Le differenze territoriali, inoltre, sono molto marcate. Ci sono territori, come la Basilicata e la Provincia autonoma di Bolzano, dove non risulta attiva alcuna Casa della comunità. E oltre la metà delle 66 strutture pienamente operative si concentra in Lombardia (22) ed Emilia-Romagna (15).

Gli Ospedali di comunità sono ancora più indietro. Queste strutture, attrezzate con posti letto, sono state pensate per i pazienti che non hanno bisogno di ricovero ospedaliero ma che necessitano di assistenza sanitaria continuativa, ad esempio dopo una dimissione o per patologie croniche. Ebbene, solo 163 ospedali su 594 (il 27,4%) hanno attivato almeno un servizio, per un totale di meno di 3mila posti letto. In ogni caso, nessuna di queste strutture risulta pienamente operativa secondo gli standard previsti dal Dm 77. I dati migliori si registrano in Veneto (47 strutture attivate), Lombardia (30), Emilia-Romagna (24) e Toscana (17). Quattro territori restano invece a quota zero: Basilicata, Marche, Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano.

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