Israele approva la pena di morte per i palestinesi: quanto va riavvolto il nastro per poter immaginare un finale diverso?
La foto in posa di moglie e marito sembra fatta con l’intelligenza artificiale, invece no. A sinistra, la deputata israeliana Limor Son Har-Melech agghindata da carceriera-fetish per festeggiare la pena di morte per i palestinesi: tailleur nero attillato, distintivo da guardia carceraria, in una mano la siringa letale, nell’altra il cappio da forca. Lo stesso nodo scorsoio che sfoggia sul bavero: una spilla che molti parlamentari israeliani esibiscono orgogliosi. Accanto a lei il marito addobbato in pendant: in una mano la pistola con scritto “occupazione”, nell’altra l’aereo con scritto “espulsione”, al collo la casa con scritto “insediamento”. La sintesi del programma di governo di Israele: pulizia etnica e occupazione.
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Insieme hanno fondato un’associazione che supporta la costruzione degli insediamenti illegali nel territorio palestinese occupato e vivono, con 10 figli, sulla collina dove sorgeva un villaggio palestinese prima che i contadini venissero scacciati e le loro case abbattute per far posto alle villette e alla piscina dove maschi e femmine nuotano separati, a giorni alterni, come precetta il dio dei coloni israeliani.
La coppia sorride all’obiettivo, sullo sfondo palloncini colorati. La foto è stata scattata al primo passaggio parlamentare della legge ora approvata. La prima, dai tempi della Germania nazista, che prevede la pena di morte su base etnica: per i terroristi, ma solo quelli palestinesi. Esclusi dalla condanna i terroristi che non agiscono con l’intento di colpire Israele ma con quello di colpire i palestinesi. A volerla, il ministro Ben-Gvir che distribuisce armi ai coloni, già militante di organizzazioni terroristiche, condannato e molte volte indagato per quel suo girare armato a minacciare gli arabi.
“La pena di morte c’è in tanti paesi”, dicono i difensori d’ufficio di Israele. Ma in nessun paese la legge consente di condannare a morte per impiccagione i bambini di 12 anni. I bambini, ma solo quelli palestinesi. Dal 2016, in Israele, i bambini palestinesi vengono giudicati da un tribunale militare e incarcerati con gli adulti nelle carceri dove, documenta l’ong israeliana B’Tselem, viene praticata sistematicamente la tortura. Dal 2025 vengono condannati all’ergastolo e ora a morte per terrorismo: accusa che per la legge israeliana può essere formulata perfino nei confronti di un bambino che lancia un sasso contro un blindato. Qualcuno ha definito la legge “razzista, illegale, dettata dalla sete di sangue, che svaluta la vita umana, dimostra l’abbandono dei valori liberali da parte di Israele, ormai un regime reazionario”. Quiz. Chi lo ha detto?
A) Un antisemita.
B) L’ex preside della facoltà di Legge dell’università ebraica di Gerusalemme Mordechai Kremnitzer, nato nel 1948 in Germania da ebrei sopravvissuti all’Olocausto, sul quotidiano israeliano Haaretz. Un professore di legge in un paese dove la legge non è mai stata uguale per tutti.
Terrorista è il dodicenne se palestinese. Innocente è l’adulto se israeliano, anche quando uccide. Rivela il Guardian che, dal 2020, a fronte di oltre mille civili palestinesi uccisi in Cisgiordania dagli attacchi dei coloni e dell’esercito, un quarto bambini, nessun israeliano è mai stato incriminato.
La deputata del Potere ebraico Limor Son Har-Melech fa spesso parlare di sé. Quando definisce “un santo” e “un innocente” l’israeliano che dà fuoco alla casa di una famiglia palestinese uccidendo padre, madre e figlio. Quando un medico israeliano le spiega che a Gaza un bambino di 4 anni con le braccia amputate avrebbe bisogno degli antidolorifici e lei lo zittisce: “Qui l’unico che ha bisogno di un trattamento farmacologico sei tu!”. Quando diffonde un video in cui fa promettere al figlio di due anni che da grande ucciderà gli arabi. Per vendicare papà, ucciso durante la Prima Intifada. Il primo marito della deputata di Potere ebraico era, come lei, un colono illegale. Il diritto internazionale condanna l’occupazione e l’insediamento di civili nei territori occupati, riconosce ai popoli sotto occupazione il diritto alla resistenza armata ma per Israele la resistenza – solo quella palestinese – è terrorismo.
Guardo questa donna che ha cullato dieci figli tra le braccia e cerco nel suo sguardo qualcosa che ci leghi, nella speranza che il dolore, l’indottrinamento, qualche altra sciagurata circostanza abbia prodotto questo impazzimento del senso di umanità. La immagino tornare indietro nel tempo, rientrare a casa camminando a ritroso, svestirsi del cappio, smontare mattone dopo mattone la casa sul territorio palestinese occupato, tornare ragazza e bambina a Gerusalemme.
Quanto bisogna riavvolgere il nastro per arrivare al punto in cui sarebbe stata possibile una vita diversa? Anche lei ha dovuto promettere alla mamma che da grande avrebbe ucciso gli arabi? E il ministro Ben-Gvir che brinda alla pena capitale su base etnica e si vanta di affamare i palestinesi? E il ministro Smotrich che augura ai bambini di Gaza di morire di fame e promette che il Libano sarà ridotto come Gaza? E il premier Netanyahu che descrive il genocidio come la lotta tra “bambini della luce e bambini delle tenebre”? E il vicepresidente del parlamento Vaturi che dichiara: “A Gaza non ci sono civili innocenti, sono tutti feccia, subumani, bisogna bruciarli”? E la maggioranza dei parlamentari, compresi tanti dell’opposizione che hanno votato la legge?
Di quanti anni bisogna riavvolgere il nastro di Israele per arrivare al punto in cui per gli israeliani sia possibile contemplare l’ipotesi della convivenza pacifica con pari diritti tra persone di fede, lingua, cultura diversa – ché questo è una democrazia – invece della discriminazione, l’espulsione, la segregazione, lo sterminio?