Social housing in crisi: tre storie da Milano, Brescia e Verona che raccontano la stessa cosa
di Elena Comelli*
Milano, Brescia e Verona non sono solo tre stazioni lungo la linea ferroviaria che da Torino porta a Venezia. E non sono neanche solo gli snodi principali dell’A4, l’autostrada Serenissima, una delle più trafficate d’Italia. Sono tre luoghi, tre città, dove negli ultimi anni è andato in scena il fallimento di certe politiche di social housing, quelle che fanno leva sul privato, alla cui azione e alla cui presunta responsabilità viene delegata la tutela dei diritti, lasciando al pubblico il solo ruolo di facilitatore e garante della libertà di impresa.
La cronaca è nota, quanto meno a chi si occupa di casa.
Milano – estate 2022 – via Dardanoni, periferia est. Dieci famiglie, tutte o quasi composte da anziani, vengono cacciate dagli appartamenti in cui vivono dal 2001, affitto a canone calmierato grazie a un accordo sottoscritto tra il Comune di Milano e la società Delfina. L’accordo scade nel 2017, dopo sedici anni; nel frattempo Delfina è fallita e il complesso immobiliare (19 appartamenti in un contesto bucolico, corte con giardino a fianco di una villa storica) finisce all’asta. Con dentro i suoi abitanti.
Nonostante il clamore mediatico, nonostante la resistenza degli inquilini sostenuti dal Sicet, nell’autunno del 2022 le 10 famiglie vengono sfrattate. Il più giovane, tra gli inquilini, ha 71 anni. La più anziana ne ha 89. Tutti o quasi si dicono disponibili a pagare un affitto anche più alto pur di restare nel posto che per più di venti anni hanno chiamato casa. Ma non serve a niente, la società che si è aggiudicata l’immobile all’asta non sente ragioni: ha altri progetti per la corte di via Dardanoni.
Brescia – dicembre 2023 – Torre Tintoretto, nel cuore di San Polo, quartiere residenziale nella zona sud est di Brescia. Qui, sulle “ceneri” di un complesso di case popolari svenduto da Aler per la “grassa” cifra di un milione e mezzo di euro (a fronte di un valore stimato di 15 milioni), Redo Sgr si era impegnata (correva l’anno 2021) a riqualificare l’area e a realizzare, al posto dei 18 piani della torre, 6 palazzine per un totale di 270 appartamenti a canone concordato – per una durata di 25 anni. Un progetto sostenuto da una partnership pubblico-privato che, grazie all’intervento del Comune di Brescia, avrebbe dovuto garantire 42 milioni di euro di fondi Pinqua Pnrr.
Eppure, nel dicembre 2023, l’investitore ritratta, chiedendo di ridurre i 25 anni previsti di canone concordato e di aumentare la quote di appartamenti a libero mercato. Motivo? i maggior costi determinati dall’impennata delle materie prime causata dalla situazione socio politica mondiale. Insomma, quello che si chiama (o si chiamerebbe, o forse dovremmo dire si chiamava) rischio di impresa viene ribaltato sulla collettività.
A oggi il progetto è fermo. Comune e Redo stanno cercando un accordo per salvare il contributo pubblico di 42 milioni di euro, ma intanto 17 milioni sono persi e 270 appartamenti necessari, anzi fondamentali, per garantire una casa a chi non accede al mercato aspettano di essere realizzati.
Verona – marzo 2026 – complesso Il Borgo, quartiere sud della città. Qui il contesto è quello di complesso di edilizia sociale risalente al 2010, il primo nella città veneta, finanziato dal cosiddetto fondo etico “Veneto Casa” costituto l’anno prima da una pluralità di soggetti tra cui la Regione e Cassa Depositi e Prestiti. Il Borgo è gestito da Investire Sgr, partner abituale di Cassa Depositi e Prestiti nello sviluppo e nella gestione di progetti di social housing e rigenerazione urbana. Gli appartamenti del complesso Il Borgo sono destinati al ceto medio, con canoni di affitto convenzionati. Insomma, un altro progetto pensato per dare una casa a chi non accede a un mercato che non si può (o non si vuole) regolare.
Eppure, pochi giorni, fa Investire Sgr ha comunicato a 77 famiglie che il contratto di affitto non sarà rinnovato. Hanno 60 giorni, due mesi, per decidere se acquistare l’appartamento in cui hanno vissuto per quindici anni o andarsene. Prezzo di vendita: 2.700 euro al metro quadro, a fronte di costi che, secondo la banca dati dell’Agenzia delle Entrate, in quell’area non superano i 1.350 euro al metro quadro.
La vicenda delle 77 famiglie veronesi è ancora in corso, in bilico tra la scommessa di un mutuo poco sostenibile o trovarsi in mezzo a una strada.
Tre vicende apparentemente diverse che raccontano però la stessa cosa: quando il pubblico arretra e si appoggia al privato per garantire un diritto fondamentale (in questo caso quello alla casa), i diritti passano in secondo piano rispetto al profitto e alla rendita. Tre vicende che aprono (per chi ancora non se le era ancora poste) tre domande:
1. Quali garanzie è necessario esigere quando si mettono in gioco risorse pubbliche, che si tratti di terreni o di finanziamenti, per sostenere investimenti privati?
2. Ha senso porre una durata evidentemente limitata (15 o 20 anni, finanche 25) quando si parla di case per chi non riesce ad accedere al libero mercato?
3. Ha senso convenzionare i canoni di affitto per 20 anni quando la concessione dei terreni messi a disposizione degli operatori può durare fino a 99 anni?
La risposta, a ben guardare quello che raccontano le tre storie di Milano, Brescia e Verona, sembra semplicissima: quando si parla di diritti, non ci può essere spazio per la rendita e il profitto privato, e almeno una parte (importante) delle ingenti risorse (ben oltre il miliardo di euro) messe a disposizione dal pubblico ai vari livelli per il social housing dovrebbero essere indirizzate a un vero piano casa che metta al centro le case popolari.
* attivista milanese per il diritto all’abitare e le sue connessioni con il diritto alla città