Guerra all’Iran, da “regime al collasso” a “coinvolgere il popolo contro gli ayatollah”: dopo un mese è fallita la previsione dei neo-conservatori Usa
Una previsione azzardata, se non del tutto fallace. A un mese e qualche ora dall’inizio dell’operazione “Epic Fury“, l’Iran immaginato dall’amministrazione Trump si sta rivelando una chimera. “L’Iran è più debole che mai“, spiegava il segretario di Stato Marco Rubio in un’audizione al Senato il 28 gennaio, giorni in cui emergevano le prime stime sulle stragi con cui il regime aveva sedato le proteste che da dicembre incendiavano le piazze. Una convinzione che Washington si porta dietro da anni, almeno da quando nel 2023 è stata messa per iscritto nel programma per i primi cento giorni di mandato elaborato da una serie di think tank ultra-conservatori sotto l’ombrello della Heritage Foundation per colui che nel novembre 2024 sarebbe diventato il 47° presidente degli Stati Uniti.
“In primo luogo, gli Usa devono impedire all’Iran di acquisire tecnologia nucleare e mezzi di lancio, e in senso più ampio bloccare le ambizioni iraniane”, teorizza il Project 25, tratteggiando la motivazione in base alla quale mettere nel mirino gli ayatollah. “Ciò significa, tra l’altro (…) sostenere, attraverso la diplomazia pubblica e altri mezzi, il popolo iraniano che cerca la libertà nella sua rivolta contro i mullah; e garantire che Israele abbia sia i mezzi militari che il sostegno politico e la flessibilità per prendere quelle che ritiene essere misure appropriate per difendersi contro il regime”.
Il punto su cui fare leva, sostiene il documento pubblicato nel maggio 2023, sono le manifestazioni di piazza: “Le proteste in corso, che sono ampiamente viste come una nuova rivoluzione, hanno dimostrato che il regime islamico (…) si trova nel momento di maggiore debolezza della sua storia“, scrive Kiron K. Skinner, direttrice della pianificazione politica del Dipartimento di Stato nel primo mandato di Trump. “Potrebbe essere il momento giusto per esercitare una pressione più forte sulla teocrazia iraniana, sostenere il popolo iraniano e fare altri passi per attirare l’Iran nella comunità delle nazioni libere e moderne”, prosegue il testo in perfetta aderenza alla visione neo-conservatrice che da Ronald Reagan fino a George W. Bush ha guidato la Casa Bianca puntando sull’interventismo internazionale e su una visione dell’Iran come parte di un asse composto “regimi da cambiare” in base al dogma dell’esportazione della democrazia.
Un approccio che, nonostante i fallimenti in Afghanistan (2001-2021), Iraq (2003) e Libia (2011), resta al centro della visione strategica degli ultra-conservatori: “La politica corretta per l’Iran è quella che riconosce che è negli interessi degli Stati Uniti (…) dare al popolo iraniano il governo democratico che chiede”, prosegue il Project 25, il cui impatto sull’approccio internazionale dell’amministrazione Trump è certificato dall’assunto da cui parte nel disegnarne la politica estera: “I 5 Paesi su cui la prossima amministrazione dovrebbe concentrare la propria attenzione ed energia sono Cina, Iran, Venezuela, Russia e Corea del Nord”, bouquet al quale finora manca solo Pyongyang. Tra i mezzi per raggiungere il risultato la Heritage Foundation non prevedeva però i raid aerei: “Questa decisione deve ovviamente essere presa dal popolo iraniano, ma gli Stati Uniti possono utilizzare i propri strumenti economici e diplomatici per facilitare il cammino verso un Iran libero”.
Nella confusione che ha contraddistinto finora la gestione della guerra, almeno in un primo momento l’amministrazione Trump è sembrata voler combinare le due tattiche: “L’ora della vostra libertà è vicina – ha detto il tycoon rivolgendosi agli iraniani il 28 febbraio, mentre le prime bombe cadevano su Teheran -. Rimanete al riparo. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro”. “Questa sarà, probabilmente, la vostra unica occasione per generazioni – ha proseguito -. Per molti anni avete chiesto l’aiuto dell’America, ma non l’avete mai ottenuto. Nessun presidente era disposto a fare ciò che io sono disposto a fare stasera. Ora avete un presidente che vi sta dando ciò che volete“.
Al momento nulla di tutto ciò si è verificato. Men che meno questa previsione contenuta nel Project 25 che i fatti stanno incaricando di dimostrare grottesca: “La prossima amministrazione deve riallacciare i rapporti con le nazioni del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale. Senza la leadership degli Usa, la regione potrebbe precipitare nel caos“. Tre anni dopo, “Epic Fury” ha causato una guerra in cui i Pasdaran rispondono colpendo i paesi alleati degli Stati Uniti nell’area e che in poche settimane si è allargata coinvolgendo oltre una dozzina di attori tra Stati e gruppi armati.
E a un mese dall’inizio delle operazioni, che nelle intenzioni di Casa Bianca e Pentagono sarebbero dovute durare pochi giorni, almeno 3.500 Marines sono arrivati nell’area, se ne attendono fino a 8.000 e Trump parla di prendere il controllo di Kharg, l’isola dinanzi alle coste iraniane in pieno Golfo Persico attraverso i cui impianti passa il 90% del petrolio della Repubblica islamica. Ma, nella ridda di voci che l’amministrazione fa trapelare sui giornali, c’è chi ventila anche “operazioni di terra“. Se c’è una cosa che questo mese dovrebbe aver insegnato è che il regime di Teheran non è così debole come Washington immaginava.